Quando ho dato la mia disponibilità alla candidatura sulla base dell’appello di tanti sindaci e di molti militanti che mi hanno incoraggiato e che io ringrazio moltissimo, quella scelta poggiava su due obiettivi: unire il più possibile il nostro partito e rafforzarlo per costruire un’alternativa al governo nazionalpopulista». È durata 18 giorni la corsa di Marco Minniti alla segreteria del Pd. In meno di tre settimane l’ex ministro ha presentato e ritirato il suo impegno in uno show down improvviso. Giorni e notti di tormenti, di riunioni fiume con i parlamentari amici, di silenzi carichi di delusione, astio e reciproca diffidenza tra lui e Matteo Renzi. E alla fine, «con grande sofferenza, ma con altrettanto senso di responsabilità», Marco Minniti ha maturato il clamoroso passo indietro: «La situazione non è più sostenibile. Lo faccio per il partito, con lo stesso spirito di servizio con il quale avevo accettato la candidatura alla segreteria». L’ex ministro è convinto di uscirne «con stile», anche se adesso i renziani sono privi di un candidato al congresso. Renzi è dipinto dai fedelissimi «con un piede fuori» e la tentazione della corsa in solitaria terrorizza tanti. E’ questo il tema che ha lacerato i rapporti tra Renzi e Minniti. II primo rimprovera all’ex ministro la caparbia volontà di correre con il sostegno sul territorio dell’intera area, senza però accettare l’etichetta di renziano. E il secondo non manda giù la pretesa di lanciarlo alle primarie alla guida di una corrente impegnata a preparare la scissione.

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