Doveva essere la svolta, il passo finale di un lungo percorso che avrebbe restituito alla Campania trasparenza e legalità nel mai troppo martoriato comparto della formazione professionale.

Invece, il decreto dirigenziale che ha dettato le linee guida della nuova formazione campana è già bersaglio di aspre critiche e di ventilate azioni legali. Il Movimento Libero e Autonomo delle Scuole di Formazione (in seno a Confimprenditori), insieme al SI.Form, ha riunito i suoi consociati lo scorso venerdì per illustrare l’azione legale che sarà mossa contro la Regione Campania. 

Sono tantissime, infatti, le criticità sollevate su quanto previsto dal D.D. 715/2018, che il Movimento non esita a definire un “gigantesco passo indietro rispetto a quanto fatto fino ad oggi”.

Tra queste:

  • Un iter talmente complesso da andare esattamente nella direzione opposta alla sburocratizzazione non solo tanto auspicata proprio dal governatore campano Vincenzo De Luca, ma anche dagli enti nazionali e comunitari;
  • La produzione di una serie di autocertificazioni da parte dell’utenza rilasciate nelle mani dell’ente che NON è pubblico ufficiale e che pertanto come autocertificazione ha solo pseudo valenza: autocertificazioni come ad esempio sui piani dei costi o sulle commissioni di partenariato, il mantenimento dei requisiti specifici di accreditamento etc.etc.
  • La decuplicazione dei costi per la presentazione delle istanze, che passa da 20 euro a 200 euro per singola istanza di corso, che altro non produrrà che un abbassamento dell’offerta formativa, il tutto a danno degli utenti;
  • Preavvisi più lunghi del periodo di corso di formazione stesso, senza tenere conto delle urgenze degli allievi;
  • Numero di allievi minimo per corso, in barba a ogni regola auspicabile in un libero mercato;
  • Nessun tipo di regolamentazione sui costi minimi dei corsi.

Le scuole lamentano l’inefficacia dei comportamenti posti in essere da questo decreto e denunciano che de facto si passa da un libero mercato a un mercato in concessione, con un’offerta formativa impoverita e con un sistema che senza i dovuti controlli va a favorire gli enti che in qualche modo provano ad aggirare le regole (quella che viene definita “formazione fantasma”).

Durissimo il presidente del Movimento Luca Lanzetta: “Questo decreto altro non è che mettere ‘le mutande d’acciaio’ alla Regione, far sì cioè che dirigenti, impiegati e funzionari possano fare impunemente quello che vogliono coperti da questo decreto. Non è più il momento di accettare che il Direttore Generale faccia fare tutto quello che vuole all’interno del comparto della formazione professionale”.

Prosegue Lanzetta: “Altro che casa di vetro voluta dal governatore De Luca, questa sembra una casa di piombo. Questo decreto sembra scritto da qualcuno che non conosce la formazione professionale autofinanziata. L’hanno confusa con la finanziata, probabilmente. Il punto saliente è che questo d.d. non dipinge un mercato libero ma un mercato in concessione. Come tale, vanno firmati i costi di minima e di massima di un corso e va reintrodotto un controllo forte”.

All’incontro ha partecipato anche l’avvocato Francesco Monetti, che tutela gli interessi dei consociati del Movimento delle Scuole di Formazione: “Il recente decreto dirigenziale – spiega – presenta diffuse criticità, che finiscono per creare ulteriori problematiche sotto il profilo della libera concorrenza e dell’esercizio dell’attività imprenditoriale e non scongiurare il malaffare, che anzi finisce per alimentare”.

“Da un canto – sottolinea Monetti – propone una dettagliata disciplina dell’attività che deve svolgere la scuola di formazione, ma dall’altro verso non pone un bilanciamento adeguato all’esercizio di questa attività, perché consente a tutti di proporre i corsi nel modo che ritengono e coi costi che ritengono. Nel momento in cui non si vanno a calmierare e regolamentare i minimi costi che devono essere inderogabilmente richiesti dalle scuole di formazione, si vanno ad alimentare le truffe. Si pongono sullo stesso piano le scuole che fanno davvero i corsi e che sostengono i rilevanti costi che questi comportano, con quelle pseudo-scuole che i corsi fingono di farlo, proponendoli a prezzi stracciati, perché, per lo più, non li fanno proprio! I paletti rigidi senza adeguati bilanciamenti del decreto dirigenziale finiranno per incentivare le anomalie, concetto semplice che pare la Regione non voglia capire”.

Ma ci sono parecchie anomalie. Ogni anomalia meriterebbe un’analisi a parte. Ad esempio, per i costi di istruttoria, Monetti ribadisce: “Un controsenso fattuale e anche giuridico, perché non è previsto, di fronte a un aumento dei costi, un cambiamento o miglioramento delle condizioni pregresse. Visto che i dati sono già in possesso dell’ente, non si capisce perché le spese d’istruttoria vengano decuplicati, evidentemente ostacolando l’iniziativa imprenditoriale delle scuole serie, con inevitabili riflessi sul coretto mercato del lavoro campano. Andremo a formulare un’articolata proposta di modifica del decreto dirigenziale – a rigore logico soprattutto – che dovrebbe indurre l’organo regionale a prevedere NON dei costi di istruttoria ma dei costi a consuntivo delle attività realmente espletate.”.

“Il sistema campano – chiude il legale – è un’anomalia rispetto alle altre regioni. In Lombardia sono le stesse scuole nel momento che vengono accreditate diventano strumenti dell’organismo pubblico, e sono loro a certificare le attività. In Campania no, abbiamo delle forti ingerenze, non spiegabili se non alla luce di interessi particolari, nelle attività”.