Banche e mercati, l’emergenza è davvero finita?

Non basta dire che le banche sono solide, soprattutto se ad affermarlo sono gli stessi istituti di credito. Così come non bastano le rassicurazioni della Bce sul nostro sistema, tre giorni dopo le missive inviate all’Italia per conoscere la situazione dei crediti incagliati. Non è neanche sufficiente sapere che l’Ue ha cambiato idea sulla “bad bank” dopo il duro braccio di ferro con il governo italiano che ha destabilizzato il settore. Così, come, non hanno certo aiutato i duelli verbali fra Renzi e Junker sull’Europa. Il risparmio è un valore sacrosanto, sul quale non si può e non si deve giocare.

La bufera finanziaria che ha investito in pieno il nostro Paese ha mostrato che il male oscuro della “speculazione” è tutt’altro che superato. Anzi, è più vivo e vegeto che mai. Solo che, dopo aver preso di mira il debito sovrano dei Paesi più deboli, ora ha trovato un nuovo punto debole: le nostre banche. E’ vero che ieri le Borse hanno rialzato la testa dopo le rassicurazioni di Draghi su un cambio di passo della politica monetaria a marzo e sull’intenzione di continuare ad utilizzare il “bazooka” del “Quantitative Easing” per iniettare liquidità al sistema e dare peso ad una ripresa economica che si presenta ancora piuttosto stabile. Ma è improbabile che tutto questo possa davvero cancellare con un colpo di spugna tutti i problemi.

Il sistema economico si trova di fronte ad una crisi globale. La guerra del petrolio, che ha spinto i del greggio al di sotto dei livelli di guardia, il rallentamento della locomotiva cinese e degli altri Paesi emergenti, le nuove tensioni geopolitiche, sono tutti elementi che gli speculatori conoscono molto bene. E che rappresentano altrettanti focolai di tensione sui mercati finanziari. Se a questo aggiungiamo la posizione di oggettiva debolezza della maggior parte dei nostri istituti di credito rispetto ai concorrenti europei, che hanno potuto utilizzare, quando è stato possibile, gli aiuti pubblici per ricapitalizzarsi, è lecito pensare che l’emergenza non è ancora superata.

Per mettere al sicuro il sistema servono azioni concrete. Impegni certi. Accordi scritti nero su bianco. Bisogna convincere l’Ue a parlare con una sole voce, evitando il “doppiopesismo” che ha spesso segnato le sue decisioni proprio nel settore del credito. Occorre spiegare alle banche che non è sufficiente rivedere al ribasso l’esatta entità dei crediti davvero irrecuperabili (sarebbero 89 miliardi su uno stock di 201) e che dovrebbero dotarsi di una strategia che consenta davvero al sistema di fare fronte agli effetti della più grave e lunga crisi economica dal dopoguerra. Bisognerebbe rivedere le regole della vigilanza, che hanno mostrato ancora una volta i limiti delle authority che dovrebbero tutelare i risparmiatori, a cominciare da Consob e Bankitalia. Ma è necessario che anche il governo faccia la sua parte fino in fondo, non solo portando a casa la “bad bank” ma anche riformando il sistema della giustizia civile e le norme sul recupero dei crediti incagliati. Le parole fanno sicuramente bene ai mercati. Ma, per recuperare la fiducia e sconfiggere la speculazione, servono soprattutto i fatti.

fonte: QN

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