L’intervista. Giovanni Moro: nessun algoritmo sostituirà la partecipazione

di Eleonora Diquattro

Nella stagione della separazione crescente tra la gente e le elites, il potere viene percepito nella sua accezione più negativa, come potenza oscura che si oppone ai bisogni e ai diritti delle persone. Nelle “Lezioni di democrazia”, organizzate dalla Fondazione Matera Basilicata 2019 e dalla Fondazione Feltrinelli, nella cornice del progetto di “Future digs“, si dà spazio e corpo a queste considerazioni del senso comune, ampliando la riflessione sul futuro che verrà, utilizzando però una matrice positiva verso un potere collettivo che ha in sè la capacità di trasformare la realtà e di progettare il futuro.

Alla domanda se l’attuale crisi della democrazia rappresentativa sia una malattia dai possibili esiti mortali o una opportunità di crescita e di rinnovamento è stata dedicata la lezione di Giovanni Moro, sociologo politico con una robusta matrice nell’epistemologia delle scienze sociali e quarant’anni di impegno culturale e politico sul terreno della partecipazione democratica dal Movimento federativo democratico a Cittadinanzattiva. La sua riflessione è partita dal successo eccessivo del termine: 10 milioni di citazioni in italiano su Google, cento milioni in inglese. “Eppure – ha sottolineato – manca ancora una definizione chiara e condivisa”.

Secondo lei, Moro, la democrazia tradizionale è in trasformazione?

Si questa è la mia opinione frutto del mio lavoro. Si tratta di una fase di trasformazione e non di una “morte”. Noi siamo abituati a pensare alla democrazia come uno standard preciso che trova sempre meno riscontro nella realtà. Cioè l’idea di un sistema democratico fondato su di un’unica modalità data dalla rappresentanza politica, costruita attraverso il voto nell’ambito degli stati nazionali, sulla base di azioni di partiti che hanno il compito di raccogliere le domande dei cittadini. Tutto questo non funziona più perché il mondo è cambiato, perché i cittadini moltiplicano le modalità e le forme di partecipazione nella vita pubblica, perché gli Stati contano di meno, perdendo alcuni poteri a favore di realtà sovranazionali come l’Unione Europea, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, le Nazione Unite o imprese globali come quelle delle comunicazioni. E perché molti problemi non sono più gestiti al livello nazionale: dalle malattie trasmissibili, al terrorismo islamista, ai flussi migratori che non rispettano e mettono in discussione i confini che definisco gli Stati. Questa perdita di potere avviene anche verso la dimensione regionale, locale, poi genera le varie Catalogne, Scozia e Fiandre. Questa perdita di potere avviene anche a favore dei cittadini che si organizzano esercitando i “loro poteri” in forme diverse da quelle previste, che restano invariate, ma non sono più l’unico punto di riferimento.

Quindi tendo a leggere una trasformazione della democrazia, non la sua morte.

Poi c’è il tema che lei sottolinea dello scontro-distanza tra il popolo e l’elite. Il populismo ha una lunga storia. Perché già 30anni fa nelle ricerche dei fenomeni sociali con significati politici si registrava questa crescente divaricazione dei cittadini comuni rispetto all’elite, che allora si chiamava “antipolitica” oppure post-nazionalismo. Tutte le ricerche sottolineavano questo trend, ma le classi politiche non l’hanno capito e accettato o forse solo sottovalutato questa difficoltà dei cittadini comuni di fronteggiare l’abbandono, l’incertezza, le disuguaglianze crescenti nel mondo globalizzato.

La crisi del welfare in tutti i paesi colpiti da crisi finanziaria deriva dal cambiamento delle condizioni rispetto a quando il welfare era stato progettato, ovvero relativamente floride; oppure, semplicemente, l’idea che si è fatta strada – il modello neo-liberale che tutti i soldi pubblici sono sempre sprecati e quindi non si devono investire nella sicurezza sociale delle persone, nella sanità pubblica, ma tutto deve essere riportato ad una logica di mercato – favorisce solo certe classi. Quindi, ciò che lei sottolinea è una situazione che si preparava da un sacco di tempo, ora è esplosa e vediamo cosa succerà.

Questa nuova situazione è caratterizzata dalla partecipazione di milioni di cittadini alla vita pubblica, questo ci può piacere o meno, tutta questa gente che scende in piazza, un po’ in tutto il mondo, in Algeria, in Francia negli Stati uniti, esiste! A tutto questo si aggiungono forme di attivismo organizzato da cittadini, magari non visibile, ma sono il tessuto connettivo della società.

Viviamo in un mondo diverso dal secolo scorso. Sono in crisi delle grandi ideologie politiche e religiose che formavano le identità dei nostri nonni. In che modo i cittadini costruiscono la loro identità oggi e organizzano la partecipazione attiva ai sensi dall’articolo 118 della Costituzione?

Viviamo in mondo diverso è vero. Mentre un tempo i cittadini nascevano con un’identità netta: erano operai, erano contadini, erano comunisti, erano cattolici, oggi – superata questa fase della modernità – si parla di una seconda modernità riflessiva, post modernità. Un “ambiente” in cui i cittadini devono costruire la loro biografia da soli, la loro appartenenza, quindi sono più liberi di andare in direzioni che non sono previste.

La società prima era organizzata come un Sistema di Sistemi, molto ben definiti: Sistema dell’impresa, della famiglia, del mercato, della vita privata, della religione, oggi questi confini non ci sono più. A volte è più facile trovare la politica dove non pensavi. Da questo viene fuori un’autonomia dei cittadini di costruirsi un desino da sé e questo genera un mondo più disordinato; se poi ci aggiungiamo questo fenomeno della rabbia, del risentimento che nasce come reazione a una globalizzazione che ha prodotto vantaggi per pochi e problemi per molti, la sensazione di essere abbandonati dalle istituzioni è molto forte, come la frustrazione di non raggiungere mai quello che ci è stato promesso.

L’evoluzione tecnologica ha abilitato una nuova forma di cittadinanza attiva, quella digitale e orizzontale, slegata dal territorio fisico. Ne coglie più i rischi o le opportunità?

È interessante perché è una di quelle mutazioni della cittadinanza in cui il territorio non conta più! Mentre prima si era cittadini di un territorio, oggi le tecnologie della comunicazione allargano i “confini” generando molte opportunità e potenziali rischi. Le più grandi community sono gestite da soggetti privati, Facebook mi pare abbia due miliardi e mezzo di account. Comunque anche Facebook è chiamato a rispondere delle fake news e del tentativo di influenzare-cambiare le campagne elettorali o di istigare le nostre nevrosi e paure

Questa attitudine dei cittadini a comunicare in modo orizzontale è un’attitudine che non ha niente di negativo, anzi esisteva prima della nascita di queste tecnologie. Quando andavo a scuola io c’erano i manifesti, i volantini ciclostilati, piccole riviste indipendenti che circolavano liberamente. Per dirle quanto contavano queste cose, il tentativo di depistaggio a danno degli anarchici incriminati di un evento terrificante come la strage di Piazza Fontana fu scoperto proprio grazie al lavoro una di queste forme di stampa libera e alternativa. La “Strage di Stato” fu un dossier prodotto e messo in circolazione nella stampa alternativa, come le radio libere che mandavo in diretta le sedute comunali consentendo l’interazione senza filtri con i cittadini.

Bisogna ricorda anche un fenomeno generato dalla partecipazione digitale definito come “clicktivism”, ovvero sostenere con un click, comodamente da casa tua, una causa e magari dopo poco un’altra che riporta a valori diametralmente opposti. Ma non è solo così per fortuna. Se analizziamo le cose che si possono fare dal punto di vista della partecipazione alla vita pubblica, che non si sarebbero potute fare off line, si comprende che vi sono molte possibilità. Dalle forme di pressione mailbombing, dalla possibilità di creare comunità di persone che non si possono spostare perché per esempio sono malati terminali, oppure sono non autosufficienti, e quindi creano comunità virtuali nelle quali si aiutano e si aggiornano sulla ricerca. L’associazione di malati cronici, attraverso la rete, mette in discussione i saperi ufficiali oppure critica i vincoli di spesa che magari gli Stati hanno, per motivi di risparmio, motivo per il quale non vi sono fondi a sufficienza la per gestire queste patologie.

Uno dei nostri problemi culturali risiede nella difficoltà di superare l’idea che ci siano “cose materiali” e “cose virtuali” e che quelle virtuali siano meno vere di quelle reali. Internet non è solo un luogo nel quale si trasferiscono le cose che facevamo off line. Un ambiente in cui avvengono “cose nuove”, sanzionabili tra l’altro, nel quale, sono reati determinati comportamenti, esattamente come nel mondo reale. Su questo c’è unanime concordanza dei giuristi.

C’è molto ritardo da parte della politica ufficiale delle classi dirigenti sul come affrontare i potenziali rischi in questo “nuovo territorio virtuale”. Questa debolezza non ci garantisce una protezione necessaria. Ci sono vuoti legislativi da colmare, per prevenire e imparare.

Impedire però ai ragazzi di usare internet è il modo migliore affinché vengano fregati. Più lo usi più impari a difenderti, questa è la mia opinione.

Mi sono occupato di recente di educazione civica e mi sono ritrovato a rileggere il libro Cuore scritto da Edmondo De Amicis nel 1860 che serviva proprio a formare nei ragazzi la coscienza di essere italiani, visto che era appena nata l’Italia. Nel testo ci sono delle figure di bulli che fanno impallidire i nostri raccontati da tanti casi di cronaca negli ultimi anni. Pensiamo che il bullismo sia una malattia recente, frutto della perdita di valori della famiglia, il senso comune tende a presentare come nuovi questi drammi, dovuti alla perdita di uno stato di grazia che c’era prima. Quello che c’era prima è sempre bellissimo. Se lo ricordi sempre. Ma questa visione è smentita dai fatti.

I membri di una comunità online si ritrovano, spesso, nella situazione in cui le proprie opinioni sono costantemente confermate da altri utenti. Questa dinamica rende molto difficile una discussione critica e l’accettazione dell’idea altrui. È un pericolo l’echo chamber?

Sì, una delle cose peggiori esistenti su internet è proprio l’echo chamber, ovvero l’effetto “eco” perché si produce una polarizzazione per cui se lei e io abbiamo opinioni molto discordanti la tendenza degli algoritmi (che poi sono fatti solo per vendere) sarà quella di allocarci, e lei finirà per parlare solo con le persone che sono d’accordo con lei ed io lo stesso. Quindi si perde quella qualità fondamentale della democrazia tradizionale che sta nella discussione, nella deliberazione e nel confronto di opinioni diverse. Insomma l’idea è che attraverso il dibattito pubblico, il confronto di idee, la capacità di cambiare reciprocamente idee e opinioni si dà forma ad una decisione frutto di un dibattito collettivo. Quindi il dibattito pubblico tra diversi è un elemento fondamentale.

Esiste una rete di attori, di soggetti pubblici e privati(civici) che si pongono già questi problemi e contrastano queste tendenze, che non verranno mai sostituiti da un algoritmo. Gli algoritmi sono fatti per vendere. Le faccio un esempio rispetto alla mie attività di ricerche su internet. Non siamo riusciti ad avere da queste compagnie che gestiscono questa grande community, dati diversi, da quelli legati a logiche commerciali. Nello studio dei comitati locali, ad esempio, cercavamo “forme di attivismo sociale digitale” individuando nei gruppi facebook, tutti quelli che avessero la parola“diritto” nella formazione del titolo e loro (le compagnie interpellate) non sono stati in grado di rispondere perché questa ricerca non era mai stata realizzata. Non è un tipo di dato che interessa. Un’altra volta cercammo di capire quanti “associazioni comitati di quartiere- rione” fossero ancora esistenti e operativi in Italia, da Milano, Roma a Napoli, partendo dalla pagine dedicate su face book, alla fine abbiamo fatto da soli, utilizzando noi i motori di ricerca, incrociando i dati in nostro possesso con i nomi dei quartieri e le città. I gestori di Facebook avrebbero impiegato pochissimo tempo per fornici questi dati, se solo avessero l’interesse a venderli.

Quanti associazioni, comitati di quartiere/rione avete censito professore?

Molte. Se pensa che in queste tre città ci sono più di 500 comitati locali che si impegnano per la tutela, la denuncia e la valorizzazione del loro territorio, alla faccia di quelli che dicono che viviamo un momento di disimpegno e di scarsa partecipazione.

#Open Future. Matera2019 Capitale europea della cultura, magia e partecipazione lunga un anno. Parla Paolo Verri
di Eleonora Diquattro

La cerimonia inaugurale di Matera 2019 è stata una sorta di anteprima, un concentrato di tutto ciò che vivremo, con modalità meno complesse, nel corso dell’anno. Colori, sonorità tradizionali e internazionali, emozioni e passione per le arti in una produzione continua tra i rioni e il centro storico della città, di bande marcianti da tutt’Europa, artisti e performer, in uno spazio dato dallo scambio tra ospitalità e partecipazione di semplici cittadini, ma anche di esponenti delle istituzioni, vip, turisti e da moltissimi volontari a supporto della Fondazione di cui Paolo Verri è direttore generale. Siamo arrivati a questa splendida giornata perché cittadini e professionisti si sono dedicati a una causa, mossi dalla voglia di realizzare un loro sogno nato nel 2013 quando fu scritto il primo dossier di candidatura. Un dossier che si prefiggeva di allargare i confini della città fino alla Cava del Sole, coinvolgendo tutti, aprendosi alla co-creazione e co-produzione al dialogo e ponendosi in atteggiamento di apprendimento continuo rispetto agli altri.

Matera Capitale europea della cultura, perché intende aprirsi all’Europa e confrontarsi con gli abitanti culturali di tutto il continente e immaginare insieme a loro il futuro delle nostre comunità. Un futuro basato sulla cultura, intesa come base comune di riflessione sul perché e sul come viviamo, su gli obiettivi delle nostre esistenze, sul come s’intrecciano competenze scientifiche e tecnologiche ad abilità manuali esaltate da una creatività diffusa che da sempre caratterizza la popolazione italiana. ( PRINCIPI FONDAMENTALI dal Dossier della candidatura)

Direttore Verri, dopo aver portato a termine il grande lavoro della giornata inaugurale, qual è l’evoluzione di questo percorso?

Intanto questa cerimonia diffusa è stata importantissima, il fatto di pensare che non ci fosse soltanto Matera ma ci fosse tutta la Basilicata è stata un’idea vincente. Ringrazio la mia collega Elvira De Giacomo per aver avuto quest’intuizione. …nata per motivi di economicità, ovvero non avere abbastanza soldi, ti fa capire che puoi fare di più con meno, era un po’ anche questo un nostro “motto” del dossier della candidatura, quindi siamo riusciti a farlo. E’ stata un’esperienza straordinaria, adesso sinceramente è troppo vicino questa cosa per capire come fare, dobbiamo metterci a tavolino un po’, lasciar decantare quest’incredibile risultato e studiarlo bene. Perché tutto quello che abbiamo fatto è frutto di un lavoro lungo, sembra che sia una cosa immediata e invece proviene da lontano.

Quanto lontano?

Molto. Se pensi solo al fatto che la cerimonia inaugurale è stata scritta nel 2014, poi ogni pezzo- fase è stato realizzato, migliorato e riperformato fino all’ultimo,  quindi adesso? Adesso per capire qual è il frutto di tutto questo,  bisogno studiarla bene. Sicuramente c’è un grande capitale che non deve essere studiato solo da noi, inviteremo le altre città europee per sapere cosa hanno provato, molti ci stanno già invitando ad approfondire molti aspetti e quindi è troppo presto per delineare un percorso e come averci un tesoretto in un forziere, come spenderlo lo decideremo tutti insieme, non sono soldi nostri, sono un capitale reputazionale che ci mette tutti insieme.

Pensi di replicare il Format dopo il grande successo del concerto bandistico alla Cava del Sole? Primo esperimento al mondo di Bande marcianti ( 20 formazioni lucane e 19 provenienti da tutta Europa) che insieme hanno intonato “l’Inno alla gioia” di Ludwig Van Beethoven, segno distintivo musicale del Vecchio continente?

Per dirla con una battuta, io non sono per le minestre riscaldate. Nel senso che secondo me quando ti riesce una cosa bene, non vai mai rifatta. Una delle cose molto ben riuscita che diventerà permanente è Matera Cielo Stellato, perché è una nuova tradizione che riprende e innova una tradizione antichissima che può completare il panorama delle attività annuali, però bisogna trovare una data appropriata. Io ringrazio Francesco Foschino per averci ricordato, ribadisco, che tutte queste cose le avevamo scritte nel 2014, adesso dobbiamo metterci seduti per decidere qual è la data migliore avendo a settembre Materadio da lasciare, avendo a luglio la festa della Bruna, avendo una serie di festival e attività che devono diventare stabili, anche una festa delle bande annuale può diventate stabile, ma non deve essere un concertone, ma un progetto, che ogni anno migliori un po’, come quando è iniziato il raduno negli stadio dei mille batteristi rock, ti ricordi? Quel format è cresciuto tantissimo. Bisogna a mio parere ingegnerizzare il progetto, non replicarlo così tanto per farlo perché ha avuto successo, ma scrivendo un progetto con risorse che generi economie e ritorni.

Abbiamo vissuto la magia, lo stupore e l’emozione degli artisti e performer di strada e in piazza a chiusura della giornata di sabato, quali sono appuntamenti per le prossime settimane?

Tantissimi artisti arriveranno. Tutta la magia che c’è stata nella parte finale della cerimonia inaugurale sarà la magia che vivremo a Castello nel corso del mese di febbraio per cinque settimane, dove allestiremo due spazi uno per i grandi e uno per i piccoli, presenteremo adesso per tutta la programmazione. In conclusione quello che stiamo facendo a Matera non è qualcosa di già testato in precedenza, ma di fortemente sperimentale, e proprio per questo si guarda con grande attenzione alla città e ai nuovi modelli che sta proponendo. Questo è quello che ha convinto gli osservatori internazionali della bontà del nostro dossier nel 2014 è oggi, gli stessi osservatori presenti,  ci riconoscono di aver fatto un buon lavoro, cioè di aver creato una corrispondenza e sintesi tra il coinvolgimento di tutti i cittadini, l’apertura al dialogo interno ed esterno assieme all’alta qualità dei percorsi culturali realizzati. L’alchimia del nostro successo si fonda nella verità del progetto e dell’aspetto comunicativo, percepiti come un unicum.

Napoli 1943, l’amore al tempo delle Quattro giornate: una corrispondenza inedita

di Eleonora Diquattro

 

Napoli – L’anno 1943 costituisce uno spartiacque nella storia recente del nostro Paese. entro la cornice di un terribile conflitto che ormai era esploso in una “guerra totale” e “guerra contro i civili”, Antonio scrive da Ischia a Donatella, che si trova a Napoli, il 2 giugno del 1943: “Mia carissima Dany, mi sono svegliato di soprassalto per il rumore degli apparecchi, sono rimasto sveglio tutta la notte. Guardando Napoli da lontano mi sembrava di esserti più vicino. Finito tutto… avrei voluto avere immediatamente tue notizie e poiché ciò era impossibile, puoi immaginare la mia agitazione…”.

Le lettere d’amore scritte durante le Quattro giornate di Napoli e ritrovate in un mercatino. Uno spaccato della città in tempo di guerra

Nelle stesse settimane gli americani preparano lo sbarco in Sicilia e gli inglesi bombardano Napoli. Ci sono storie seppellite dal tempo e dalla polvere, altre custodite in un cofanetto di latta e vendute per caso in un mercatino romano, 75 anni dopo. Quest’anno è stato celebrato il 75esimo anniversario delle quattro Giornate di Napoli, un’insurrezione popolare contro i tedeschi che unì napoletani e napoletane di diversa età, condizione e provenienza sociale e politica, civili e militari, in una battaglia combattuta con ogni mezzo per la libertà, nei giorni dal 28 settembre al 1 ottobre 1943. Per una coincidenza quel cofanetto di latta contiene una raccolta di lettere che raccontano uno spaccato di vita comune di quei mesi a Napoli. Lettere che rivelano le emozioni, la paura e la rabbia, le notti insonni per le incursioni degli aerei con il loro carico di morte, la febbre che porta la morte di un fratello e di una madre. Parole scambiate tra due giovani innamorati.

Lui, l’ingegner Antonio Marasco, scrive da Ischia, dove lavora al Banco di Napoli. Lei, Donatella Coniglio, l’amata, risiede nel Palazzo D’Avalos, così come confermato dal professor Massimo Ricciardi, residente nel Palazzo ancora oggi. Nel mese di agosto del 1943 s’intensificano le missive: Antonio scrive nuovamente alla sua Donatella il 4 agosto. Dice di essere in uno stato di angoscia permanente avendo sentito nuovamente “gli apparecchi” passare dai cieli di Ischia per dirigersi verso Napoli. E chiede a Donatella:” Perché non decidi con tuo padre di sfollare a Ischia? Visto il prolungamento della guerra perché non cerchiamo di sposarci subito senza aspettare settembre?” Visti gli accadimenti, il matrimonio a settembre non si celebrò.

“Le Quattro Giornate – spiega il professore Guido D’Agostino, storico – non furono un ‘moto tellurico’, un episodio sporadico da gente ‘vesuviana’, e neppure di una spontanea, indistinta rivolta urbana. Così com’è difficile condividere una epopea di ‘scugnizzi’ o, all’opposto, quella di un’espressione matura e consapevole di un antifascismo politico organizzato, guidato magari da partiti ben strutturati quali, al tempo, non esistevano come tali. Sappiamo e rivendichiamo che quelle Giornate di settantacinque anni fa, sono costate sangue, lutti e dolore e sono state giustamente onorate della “medaglia d’oro al valore”. Antonio Marasco e Donatella Coniglio sopravvissero a tutto questo orrore e come testimonia il documento ritrovato nell’Archivio del Banco di Napoli, celebrarono il loro matrimonio in rito civile il 23 luglio 1944 e il 25 gennaio del 1945 nella Chiesa della Santissima Assunzione a Napoli.

Derrick de Kerckhove. “La sparizione del linguaggio è inquietante. Tutto dipende da quanto e come possiamo usarlo”

Di Eleonora Diquattro

Siamo consapevoli che se il linguaggio cambia di medium da corpo, a carta, a elettroni, cambiano corpo, mente e sé? Veniamo tracciati e catalogati, poi seguiti e guidati nelle nostre scelte e fra poco, come in Cina, spiati, valutati e forzati ad adottare comportamenti prescritti. La nostra responsabilità sparisce perché sparisce l’opzione di scegliere? Noi stessi siamo invasi di algoritmi pensiamo di essere ancora umani come prima? La felicità urbana è un concetto di speranza. Nel tempo della fase elettrica della grande avventura del linguaggio, viviamo in città consumante da un sentimento di abbandono, rancore e tristezza, cosa possiamo fare per provare a stimolare un senso di comunità e di appartenenza?

E’ stato questo il focus dell’incontro con il sociologo e guru delle nuove tecnologie Derrick de Kerckhove, erede intellettuale di Marshall McLuhan, considerato uno dei massimi esperti internazionali sui mezzi di comunicazione di massa e della tecnologia digitale. Sue la teoria sulla “psicotecnologia”, ovvero il modo con cui le nuove tecnologie trasformano il nostro modo di pensare e di sentire, a quello di “inconscio digitale”, cioè la possibilità di estrarre da archivi digitali dati che riguardano la nostra persona ma anche presto, riguarderanno i nostri pensieri e le nostre emozioni. Padre inoltre, della definizione di “Intelligenza connettiva” che segue quella di intelligenza collettiva di Levy: cioè la conseguenza dell’estensione dell’esperienza individuale che, utilizzando la rete, porta a una socializzazione di pensieri ed emozioni.

Erede intellettuale di Marshall McLuhan, considerato uno dei massimi esperti internazionali sui mezzi di comunicazione di massa e della tecnologia digitale

 

Undici anni fa quando ti intervistai la prima volta, eravamo a Roma al Von Europe – Video On The Net conference 2007, evento dedicato alla riflessione sui new media e al mercato tecnologico, e tu dicesti convinto ai professionisti in sala; “Siamo qui perché crediamo nella Lunga Coda”. Oggi alla stessa sala, cosa diresti?

”Siamo qui perché crediamo all’Intelligenza Artificiale”. Undici anni fa’ nessuno ne parlava. Era più o meno considerata come una direzione sbagliata e incerta della ricerca. Oggi, con l’aiuto dei Big Data e la sofisticazione crescente delle tecniche di Analytics, l’I.A. è dappertutto, portando promesse e minacce. Per esempio, parlando del mercato, Analytics permette un mercato di alta precisione spazio-tempo-valore. Permette di conoscere al meglio cosa produrre e dove portare il prodotto o servizio. Il problema è che l’effetto ‘lunga coda’ ormai è minacciato dall’annullamento della “Net Neutrality” deciso dalla FCC con il sostegno dall’amministrazione Trump, misura che minaccia di escludere i piccoli dal profitto dei grandi.

In quale fase stiamo vivendo della “grande avventura del linguaggio”?

La fase elettrica. Chiamo “grande avventura del linguaggio” i rapporti fondamentali che le tecnologie di comunicazione intrattengono con il linguaggio. Ogni volta che il linguaggio cambia di medium (corpo, carta, elettroni), cambiano corpo, mente e sé. La fase attuale rovescia tutti gli effetti della precedente. Da opaci ci rende trasparenti, da isolati, ci trasforma in interdipendenti in un modo ancora più obbligato di tutte le culture tribali; da autonomi, ci fa teleguidati dalla raccolta e dall’uso dei nostri dati per influenzare (per non dire “forzare”) le nostre scelte. Fra poco negozieremo il nostro rapporto con il mondo attraverso un assistente digitale che ci conosce meglio di noi stessi. Il linguaggio sparisce nei data. Il digitale è translinguistico. Ormai scrivere significa programmare algoritmi che eseguono decisioni senza bisogno d’interpretazione. Un esempio ancora più semplice di questa strana – e un po’ inquietante – sparizione del linguaggio è il fatto che il progresso della traduzione automatica è stato eliminare completamente l’interpretazione nel processo di tradurre. Se mettiamo una frase inglese, anche complessa, in Google Translate, la ritroverai tradotta piuttosto bene in italiano, ma questa traduzione non sarà stata fatta dall’interpretazione intellettuale delle possibili equivalenze semantiche dalla lingua di origine all’altra, ancora meno utilizzando lo sforzo deliberato di uno stile. Questa traduzione è fatta dal paragone della tua frase scritta (senza tener conto del contenuto semantico) di mille parole e frasi simili già tradotte in mille versioni nelle banche dati. La sparizione del linguaggio è inquietante perché è stato fino adesso il modo umano di gestire il proprio mondo e il proprio destino autonomamente. Il linguaggio è il nostro primo strumento di libertà e di autonomia. Tutto dipende da quanto e come possiamo usarlo.

Il mondo è passato dalla cultura orale, alla scrittura. Quello è stato il momento che lei definisce “l’inverso di Don Chisciotte.” Che tipo di relazione avrebbe oggi Don Chisciotte con il mondo circostante?

Si tratta di un rovescio interno/esterno della persona umana. Allora, Don Chisciotte interiorizzava la totalità del suo mondo con la lettura permanente e silenziosa di romanzi, tendendo a riportare all’esterno il contenuto del suo immaginario, vedendo giganti al posto di mulini. Oggi forse s’interesserebbe ai videogiochi, non solo per penetrare quest’immaginazione esterna, ma anche interagire con essa. E, come amplificava sempre nel suo consumo di finzione, morirebbe affamato di fronte allo schermo. Oggi il nostro immaginario è spostato fuori della nostra mente, allo stesso modo la nostra memoria e finanche la nostra identità.

Per te Avatar è Pinocchio 2.0, perché?

Avatar è un avatar di Pinocchio! Una delle tante reincarnazioni del mito, tipo Blade Runner, Essere John Malkovich, The Matrix, A.I., ecc. Jake, di Avatar, diviene un burattino elettronico, al paragone del primo Pinocchio, burattino meccanico. Infatti questo profondo mito Italiano conosciuto dal mondo intero racconta come l’umanità può superare la disumanizzazione provocata dalle nuove tecnologie. Nel caso del Pinocchio originale, la sfida è di tornare bambino di carne e ossa. Però, per fare questo deve smettere di mentire. Ma di mentire su cosa? Essenzialmente sul fatto di sentirsi già come un bambino organico, imitando ragazzi reali benché ancora fatto di legno. Noi stessi siamo invasi di algoritmi pensando di essere ancora umani come prima. Pinocchio 2.0 affronta la stessa sfida. Il problema è che Jake in Avatar non ha un gran voglia di tornare umano, senza gambe. Più di tutti gli altri modelli dell’uomo del futuro proposti dall’industria cinematografica, Avatar solleva la crisi d’identità dell’uomo aumentato. Possiamo, vogliamo ritenere la condizione umana oltre la nostra digitalizzazione, come, per esempio, ci propone l’argomento di The Matrix, o quello di A.I?

Sei attivamente coinvolto e promotore di molti progetti afferenti la Social Innovation. Cos’è per te la felicità urbana?

La felicità urbana è un concetto di speranza. C’è molta tristezza in tante città italiane consumate da un sentimento di abbandono, come se lo spazio pubblico non fosse un fine, un’estensione del nostro spazio privato. Non pensare al futuro, una città senza coesione sociale né comunità non ha neanche un presente. Come fare per cambiare quest’attitudine? La proposta è provare a stimolare un senso di comunità e di appartenenza grazie alla creazione di un’opera comune, un monumento pubblico reale connesso alla rete in cui tutti i cittadini possono collaborare nel lungo termine. L’idea è quella di invitare i ragazzi delle scuole a raccontare la città a partire del nome della strada dove vivono, facendo storytelling multimediale con il loro telefonino. Una raccolta di documenti, video e foto, interviste ai genitori, amici, media locali e dirigenti istituzionali ecc. Per poi riunire tutti i contenuti, prodotti con elementi individuali creati da ogni ragazzo e connesso alla rete, in un’opera. L’opera sarà accessibile grazie a un codice a barre per ogni partecipante sul territorio locale e anche dal mondo intero via Internet. Oltre a rinnovare un senso civico e portare l’attenzione sulla città propria, permette anche ai ragazzi d’imparare l’uso professionale e persino estetico dei loro media. Adesso con l’aiuto del giornale Metropolis, di Castellamare e il sostegno dei sindaci, delle scuole e delle istituzioni locali, il progetto sta finalmente prendendo forma.

Tra gli altri, anche YouTube investe 25 milioni di dollari per combattere le fake news.  Che fine farà la responsabilità individuale in rete in questo nuovo scenario? 

Chiaramente è una buona notizia perché come, da una parte, la dichiarazione europea del GDPR che ti ridà potere e controllo su tuoi dati e dall’altra l’effetto di Cambridge Analytics che ha determinato il caos politico in UK e USA, una sorta di risveglio etico. La responsabilità individuale sta sparendo, non solo sulla rete, ma a causa della rete stessa. Veniamo tracciati e catalogati, poi seguiti e guidati nelle nostre scelte e fra poco, come in Cina, spiati, valutati e forzati ad adottare comportamenti prescritti. La nostra responsabilità sparisce perché sparisce l’opzione di scegliere. Già Freud ci aveva risparmiato la colpevolezza, adesso la rete ti assolve senza remissione.

Come è cambiata la narrazione del potere in rete per la creazione di consenso popolare?

La narrazione del potere è passata dalla televisione a Twitter, dove si crea un consenso popolare parziale e dirompente. Una ricerca recente dimostra che le notizie e commenti negativi su Twitter hanno cento volte più potere di diffusione e viralità delle notizie positive. Nel suo tempo di dominazione la TV aveva il potere di creare un consenso generale, proponendo sulle immagini e video del telegiornale lo spazio pubblico come condiviso ugualmente da tutti. Si chiamava in USA “the silent majority”, sostenendo il consenso sulla nostra appartenenza comune. Ormai Twitter ha l’effetto contrario di divisione e ostilità. Siamo al centro di un periodo di crisi sociale non senza precedenti perché era già successo durante il Rinascimento, ma ormai globale e folgorante. Ne usciremo al più presto ma diversi in un consenso algoritmico.

INNOVAZIONE SOCIALE. Pasolini lives. La voglia di trovare un territorio di “verità” dentro una narrazione “emotiva”

di Eleonora Diquattro

Con gli oltre ai 250 eventi diffusi e centinaia di relatori venuti a Pisa da ogni parte del mondo per confrontarsi sull’accelerazione tecnologica della nostra epoca, si è terminata la scorsa settimana l’edizione 2018 del Internet Festival, quest’anno dedicata all’esplorazione delle molteplici declinazioni dell’intelligenza, umana e non umana. Novità del futuro prossimo di #IF2018: dal primo drone per il trasporto di sangue, all’algoritmo per migliorare l’analisi delle partite di calcio, dalla blockchain ai nuovi diritti, dalla cybersecurity alla datacrazia, dagli animali cibernetici agli influencer sui consensi politici, fino alle star della Rete.

Tra gli appuntamenti della sezione Off The Platform, che hanno riscosso notevole attenzione di pubblico e critica, vi è stato lo spettacolo teatrale Pasolini Lives. Uno short play teatrale, musicale e multimediale che rilegge alcuni dei brani più visionari di Pier Paolo Pasolini, attualizzandoli nello scenario sociale e mediatico odierno. Un progetto a cura di Antonio Pavolini per i testi, di Nicola Fanucchi per le letture, di Alessandro Sebastiani per le musiche originali e di Carlotta Lucchesi per il Framing multimediale.

Iniziamo parlando di loro, del pubblico in sala venuto per ascoltare il vostro Pasolini live, diviso a metà: under trenta e senior, perché secondo voi?

Pavolini: Provo a dare la mia lettura. Da una parte c’è una rete di persone che lavorano attorno al teatro, c’è questa bipartizione naturale quella dei senior,  la generazione più abituata a frequentare il teatro, a sceglierlo come luogo abituale del racconto, mentre i giovani che hai visto sono i tanti studenti che in questi giorni hanno visitato  e seguito tutto l’Internet Festival premiando soprattutto, devo dirlo, gli spettacoli più che i panel.

Fanucchi: Questo è una cosa che mi da tanta speranza e ottimismo, pur non sapendo a priori quale sarà il pubblico che troverai in sala. Mettiamo che i 50enni hanno un ricordo di Pasolini e delle sue vicende, i quarantenni probabilmente l’hanno già messo alle spalle e forse anche dimenticato, nei ragazzi può darsi ci sia una voglia di ritrovare una parola vera. C’è un pezzo bellissimo montato, in cui Pasolini dice che alla fine noi non potremo più esprimerci con parole vere, con parole di verità. Io credo davvero che i ragazzi abbiano adesso la voglia di ritrovare un territorio di verità, una delle responsabilità del teatro è questa, verità che non si ritrova nei luoghi né non luoghi oggi più frequentati.

 

Qual è il percorso narrativo nella scelta dei testi e dei video?

Pavolini: La scelta dei video segue un filo “emotivo”ma non porta con sé una tesi. Noi non abbiamo una tesi, anche perché questo spettacolo nasce proprio per essere inserito in contesti come questo, nel quale molti arrivano per quattro giorni con tante risposte preconfezionate, ci sono confronti e opinioni. Noi volevamo solo sollevare domande attraverso un’esperienza emotiva. La scelta dei video è stata un’azione emotiva, la scelta di attribuire dei colpi abbastanza duri e sorprendenti alle persone di varie età, che ho visto via via colpite nelle loro reazioni, quindi penso abbia funzionato. Però il tutto insieme alla musica di Alessandro Sebastiano colonna originale, ci tengo a dirlo e all’ interpretazione di Nicola. Quindi il filo logico è la storia sociale dell’Italia negli ultimi 40anni cioè dalla morte di Pasolini in poi, quando finiscono le sue profezie, i media c’è l’hanno restituita con una serie di passaggi, che nei video si percepiscono non a livello razionale, non c’è un discorso scientifico, non ci sono leve razionali,  ma leve emotive, dei momenti raccolti in questi video, che magari molte persone avevano dimenticato. Una cosa importante secondo me è mettere a sedere una persona e farla alzare 50 minuti dopo, cosa che oggi su internet non puoi fare per il modo in cui è stata destrutturata la memoria su internet, infatti questo spettacolo non a caso è nel contesto della sezione del Festival che si chiama Off The Platform.

Nicola Fanucchi: Mi sono occupato della parte estetica di come proporli, questo è uno spettacolo teatrale quindi deve avere un percorso narrativo. Abbiamo pensato a queste vele strappate, a questi fogli strappati a questa verità, e questo cercatore interpretato da me che andava a cercare in un luogo dimenticato. Con la scelta voluta di proiettare video sgranati non di alta qualità.

I frame video hanno un contenuto politico (destra-sinistra) sono estratti da talk show, ma anche uno tra gli youtuber più famosi, perché questa scelta?

Pavolini: Elementi emotivi, non provocatori, un racconto della società reale di chi parla a milioni di persone. Un blogger che ha successo, oltre una certa soglia che noi chiamiamo la linea rossa, equivale come capacità e potere di influenzare l’opinione pubblica, ad un grande intellettuale degli anni ’60-‘70, il potere di influenza oggi è questo. Naturalmente con questo non intendo dire che uno fa del male e l’altro fa del bene, però era importante metterli a confronto per far capire come due cascate di messaggi arrivano da due “bocchettoni” che hanno la stessa grandezza, senza nessuna verità in tasca.

La musica in tutto questo?

Pavolini :E’ difficile definire la musica di Alessandro Sebastiani,  è un mix tra Rock, Blues, Ritmo Blues.  Io trovo sia una musica che ti scava dentro. Funziona bene nello spettacolo perché apre delle falle, dentro le quali si infilano le parole di Pasolini, un’operazione a cuore aperto che mi sembra abbia funzionato! Mi sono ispirato anche come cifra stilistica di Cristian Ceresoli nei suoi spettacoli “micidiali” in scena nei teatri Italiani da un po’ di tempo.

Fanucchi: Quando abbiamo costituito questo gruppo dove c’è Alessandro che ha scritto le musiche, Carlotta che ha lavorato al video frame e Claudio alle luci, abbiamo lavorato anche tra di noi per ascoltarti e sentirci, non c’è un attore e le musiche di sottofondo ma c’è un’empatia scenica. Avere la pretesa di fare una narrazione teatrale significa mettere in campo tutti questi elementi. Tutti questi elementi devono lavorare sulla pancia, sulle emozioni. La rappresentazione teatrale è un’opera d’arte che ha come obiettivo far andar via le persone che sono venute, che hanno preso il treno, la macchina, hanno cercato parcheggio che hanno dedicato un’ora della loro vita al tuo lavoro, con grande rispetto, farle andar via un po’ più ricche rispetto a quando sono entrate. Il teatro ha senso se è uno scambio e un dono, è un atto d’amore il teatro se non si vive in questo modo, non ha senso. Non può essere un atto di narcisismo o un atto edonista. Un rapporto di affetto di condividere con te un’esperienza. Io penso e credo di essere migliore di 50 minuti fa, spero e credo molto di loro.