Numeri da record per la trentesima edizione dell’Universiade che si svolgerà a Napoli dal 3 al 14 luglio. L’evento che coinvolgerà l’intera regione Campania, con oltre 50 impianti di gara, vedrà ai nastri di partenza ben 18 discipline sportive, numero che fa dell’Universiade il secondo evento multidisciplinare al mondo, secondo solo alle Olimpiadi. Quella di Napoli sarà l’undicesima volta – tra edizioni estive e invernali – di un’Universiade in Italia; la prima  a Torino nel 1959. Esattamente 60 anni fa!

Attese in Campania poco meno di diecimila persone tra atleti e delegazioni, alle quali si aggiungeranno i fans e gli sportivi: un’autentica e pacifica invasione.

Gli sport in programma saranno: atletica, calcio, ginnastica artistica, ginnastica ritmica, judo, nuoto, pallacanestro, pallavolo, pallanuoto, rugby a sette, scherma, taekwondo, tennistavolo, tennis, tiro a segno e tiro a volo, tiro con l’arco, tuffi, vela. Per un totale di 222 cerimonie di premiazione. Oltre 120 i paesi partecipanti, 28 europei mentre dal continente americano oltre agli Stati Uniti ed un’ampia delegazione del centro e sud America saranno presenti anche le Isole Vergini, Haiti e Trinidad e Tobago. Cina, Giappone, Filippine, Uzbekistan e Malesia dall’Asia mentre tra i paesi africani sono annunciati, tra gli altri, in Campania anche lo Swaziland e il Malawi. Le sempre presenti Nuova Zelanda e Australia dall’Oceania.

 

100 giorni alla Summer Universiade Napoli 2019, eventi in programma

È iniziato il countdown per la Summer Universiade Napoli 2019.

Il 25 marzo mancheranno 100 giorni al grande appuntamento sportivo che vedrà protagonisti, a Napoli e in Campania, oltre 6mila atleti universitari provenienti da 124 Paesi. Per avvicinare gli appassionati all’evento e alle singole discipline sportive nel corso del prossimo fine settimana una serie di iniziative promozionali, realizzate in collaborazione con diverse Federazioni sportive, sono in programma su tutto il territorio nazionale. Sabato, durante l’incontro di calcio tra Italia e Finlandia, valido per le qualificazioni ai prossimi Europei, match che sarà trasmesso a partire dalle 20.45 su Raiuno, i telespettatori vedranno scorrere sui cartelloni luminosi a bordo campo il logo dell’Universiade di Napoli. Il difensore degli Azzurri, Armando Izzo, ha già realizzato un video in cui invita a fare il tifo per l’Italia alla prossima Universiade.

Ma sono tante le iniziative in programma nel prossimo week end.

Calcio: Lega Pro – domenica 24 marzo, stadio Marcello Torre, Paganese Casertana. Lunedì 25 marzo, stadio Menti, Juve Stabia Rieti. Le squadre scenderanno in campo indossando la maglietta dei 100 days to go alla Summer Universiade. Per la LND, domenica 24 marzo, adesione all’iniziativa anche nelle partite: Granata-Pomigliano, Sarnese-Picerno, Gelbison-Taranto, Nocerina-Sancataldese e Portici-Messina.

In Umbria al Palabarton di Perugia nell’ambito del Grand Prix di Judo prima dell’inizio delle gare scorreranno sui cartelloni le immagini di presentazione di Napoli 2019; stessa iniziativa a Cercola, in occasione del torneo di pallacanestro ‘Join the game’, o a Casalnuovo, sempre in provincia di Napoli, per i Campionati regionali di Taekwondo. L’attività di promozione proseguirà nei poligoni di Napoli, Torino, Verona, durante il Ranking di tiro a segno, e sui campi di terra battuta di Cava dei Tirreni e Napoli, durante il primo Social Tennis Club. Indosseranno invece la maglia ufficiale dell’Universiade i velisti che sabato e domenica gareggeranno nella II Tappa del Circuito nazionale nello specchio d’acqua antistante il Castel dell’Ovo a Napoli.

Alla Rotonda Diaz, dove verrà allestita il punto di incontro dell’evento velico, sarà presente anche una delegazione di Napoli 2019 in cui il pubblico potrà informarsi sul grande appuntamento dell’Universiade, dal 3 al 14 luglio.

Sono 98.720 le domande per l’accesso alla pensione con Quota 100 fino a ieri pomeriggio. Lo fa sapere l’Inps sottolineando che sono 33.225 quelle arrivate da lavoratori con meno di 63 anni mentre 20.046 arrivano da persone con piu’ di 65 anni. La provincia dalla quale arrivano piu’ richieste e’ Roma con 7.216 domande. Dai dipendenti pubblici sono arrivate 34.922 domande quindi oltre un terzo del totale.

Equinozio di primavera alla Gurfa. A mezzogiorno c’è un suggestivo raggio di luce

Equinozio di primavera da trascorrere al complesso rupestre Gurfa e poter osservare, a mezzogiorno, il suggestivo raggio di luce che colpisce la fossa centrale del pavimento dell’ambiente a Thòlos: segno visibile dell’uso rituale e calendariale dell’ambiente campaniforme. La manifestazione che si svolgerà ad Alia nel complesso rupestre della Gurfa sabato 23 marzo 2019 è organizzata da BCsicilia, dall’Ordine degli Architetti di Caltanissetta, dal Comune di Alia e dall’Associazione Rabat. Si inizia alle ore 10,30 con la presentazione dell’iniziativa da parte del dott. Felice Guglielmo, Sindaco di Alia, della dott.ssa Maria Pia Pagano, Assessore comunale alla Cultura, dall’arch. Paolo Loiacono, Presidente Ordine Architetti di Caltanissetta, della dott.ssa Elisabetta Chimento, Presidente BCsicilia Sede di Alia e del dott. Alfonso Lo Cascio, Presidente regionale BCsicilia. Alle ore 11,00 visita guidata del complesso della Gurfa a cura del prof. Carmelo Montagna, Architetto e Storico dell’Arte . A mezzogiorno in punto i raggi solari filtrano attraverso una fessura nella roccia della Tholos e colpiscono esattamente la fossa del Nadir pavimentale. Alle ore 13, con la degustazione di prodotti tipici locali, si concluderà l’iniziativa promossa per salutare la primavera e osservare il risveglio della natura, segnato dalla luce suggestiva che determina il rinnovarsi ciclico del tempo cosmico. Per informazioni: Comune di Alia Email: comunedialia@libero.it tel. 091.8210911; BCsicilia Sede di Alia Email:alia@bcsicilia.it Tel. 338.2982900 La partecipazione degli architetti all’evento potrà attribuire i CFP previsti con l’autocertificazione.

La Sicilia una delle tre tappe italiane del contest musicale  dedicato ai tumori al seno con testimonial Noemi

Canzoni ispirate alle storie delle pazienti con tumore al seno metastatico: un modo originale per riaccendere i riflettori su una malattia che solo in Sicilia conta 3.700 nuove diagnosi ogni anno. Ha fatto tappa ieri a Palermo la III edizione della campagna nazionale di Pfizer “Voltati. Guarda. Ascolta” patrocinata da Fondazione AIOM, e in collaborazione con Europa Donna Italia e Susan G. Komen Italia, che toccherà anche Cagliari e Perugia. Dopo aver raccolto le storie delle pazienti e averle fatte conoscere su web, radio, social ed eventi di piazza, ora si punta sulla creatività di giovani artisti che si confronteranno in una sfida musicale, inviando entro il 30 giugno i propri brani su www.voltatiguardaascolta.it. Nei panni di testimonial, coach, giurata e protagonista del live, che nel prossimo autunno premierà il pezzo vincitore, la cantautrice Noemi: “La musica può raccontare le storie di coraggiose donne, e allo stesso tempo fortificarle. Vedere le loro esperienze tradotte in brani le renderà orgogliose e darà loro la forza necessaria”. Fino a domenica 24 marzo in piazza Verdi la suggestiva installazione La Folla Immobile, che “costringe” i passanti a confrontarsi con l’atteggiamento prevalente sul cancro al seno metastatico, leggendo e ascoltando i racconti di vita vissuta con questa grave malattia. Bisogna ribadire l’importanza di garantire alle pazienti il diritto alla migliore qualità di vita possibile; favorire l’accesso a terapie innovative, continuità e reinserimento lavorativo. “Secondo le stime AIRTUM 2018 le donne che nel nostro Paese convivono con un tumore della mammella metastatico sono all’incirca 37.000”, ha dichiarato Livio Blasi, direttore Oncologia ARNAS Ospedale Civico di Palermo. Numeri destinati a crescere per l’aumento della sopravvivenza dovuta ai nuovi trattamenti: “Ci sono state scoperte fondamentali dal punto di vista farmacologico – sottolinea Dario Giuffrida, direttore IOM di Catania e Delegato regionale AIOM – come l’identificazione del recettore HER2 che determina una particolare aggressività e la scoperta di farmaci anti-HER2 che ha stravolto la prognosi; gli inibitori delle chinasi ciclina dipendenti, in associazione alla terapia ormonale, determinano un allungamento della vita. Arriveranno trattamenti ancora più innovativi in grado di bloccare il meccanismo di trasformazione cellulare e le cure immunologiche”. Secondo Fanny La Monica, direttore comunicazione Pfizer Italia: “Grazie al contest potremo comprendere le esigenze delle persone malate e offrire loro risposte concrete al bisogno di salute e qualità di vita di cui hanno diritto”.

Le arance rosse della Sicilia arriveranno in Cina

Il gruppo Cinese Alibaba ha annunciato che inizierà a portare le Arance Rosse di Sicilia in Cina, secondo quanto recita un comunicato avvalendosi del supporto del ministero delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, assieme aquello del Distretto Agrumi di Sicilia. Una operazione che riconosce il potenziale di questo frutto che verrà posizionato “in una fascia di mercato premium”, di alta qualità, e distribuito a partire dalle prossime settimane, inizialmente tramite Mr Fresh di Tmall, una dei marketplaces on line del Gruppo che conta 637 milioni di consumatori cinesi attivi, e Freshippo, catena di supermercati “New Retail” del gruppo Alibaba. Secondo il ministro delle politiche agricole Gian Marco Centinaio “oggi, con lo sbarco dei primi carichi di arance rosse siciliane in Cina, come avevamo promesso, si apre ufficialmente un nuovo mercato dalle grandi potenzialità per le nostre esportazioni e per tutto il Distretto Agrumi di Sicilia.

La possibilità di esportare le arance siciliane attraverso la più grande piattaforma di e-commerce in Cina è sicuramente una garanzia in più per i produttori e gli agricoltori italiani, che hanno così l’opportunità di allargare il proprio bacino di domanda e conquistare nuove fette di mercato, e per i consumatori ai quali garantiamo che quelle arance che trovano sugli scaffali virtuali sono Arance Rosse di Sicilia Igp e al cento per cento made in Italy. Andiamo avanti su questa strada – ha concluso Centinaio -. Mantenere l’eccellenza e la qualità dei nostri prodotti è la nostra priorità”. “Per il team italiano di Alibaba sono stati due anni di intenso lavoro a fianco del ministero e del Distretto degli agrumi di Sicilia e siamo quindi più che mai orgogliosi di poter oggi valorizzare anche su un mercato importante come quello cinese una filiera strategica come quella delle Arance Rosse di Sicilia”, ha commentato Rodrigo Cipriani Foresio, managing director di Alibaba per Italia, Spagna, Grecia e Portogallo e General Manager Europa, Tmall Business Development.

“Due anni fa lo avevamo promesso e non appena ce ne sono state le condizioni ci siamo messi all’opera. Adesso finalmente ci siamo. Abbiamo molta fiducia che i consumatori cinesi sapranno apprezzare questa eccellenza italiana: del resto, la dieta mediterranea è sempre più apprezzata in Asia per i suoi provati benefici sulla salute, e un prodotto come l’arancia ne è uno dei protagonisti, insieme alle tante altre produzioni di qualità agroalimentari del nostro paese già presenti sulle nostre piattaforme. I primi carichi di arance, acquistati dalle aziende Oranfrizer e Pannitteri (con il marchio Rosaria), viaggeranno su due vie, rispettivamente per nave e via aereo, per permetterci di testare il modo migliore di garantire ai consumatori cinesi un prodotto all’altezza della sua rinomata qualità” A dicembre era stato anche firmato a Milano il rinnovo del Memorandum of Understanding tra Mipaaft – Icqrf e Alibaba finalizzato proprio a promuovere le eccellenze agroalimentari di qualità certificata del nostro Paese su tutte le piattaforme del Gruppo Alibaba.

Cucina, tornano i piatti della nonna

Tornano i piatti della nonna sulle tavole di tre italiani su quattro (75%) con le ricette familiari tradizionali che si tramandano di generazione in generazione soprattutto grazie alle figure femminili. E’ quanto emerge da una indagine del sito www.coldiretti.it presentata alla prima giornata della cucina contadina nell’ambito dell’Assemblea nazionale di Terranostra, l’Associazione Agrituristica di Campagna Amica con iniziative nel primo weekend di primavera in tutta Italia con i menu della tradizione contadina. In cucina – sottolinea la Coldiretti – si assiste ad uno storico ritorno della domanda di semplicità e trasparenza, dopo anni di piatti fusion, global, etnici e molecolari. Le ricette della nonna – precisa la Coldiretti – seguono le stagioni, rispettano l’ambiente, non sprecano, recuperano prodotti antichi, aiutano il presidio del territorio e fanno rivivere emozioni e ricordi.

Lo dimostra anche il fatto che nell’ultimo anno le ricette della nonna sono state le più cliccate dagli italiani sul web, quasi il doppio di quelle vegetariane e largamente davanti a dietetiche, vegane, tipiche, tradizionali, etniche e fusion, secondo un’analisi Coldiretti su dati Google Trends. Dalla frittata di pasta che recupera gli avanzi del giorno prima al patriottico polenta, radicchio e formaggio imbriago salvato dalle ruberie dei soldati nascondendolo sotto le vinacce, dal “povero” pancotto con olio, formaggio e rosmarino fino al crostone di primavera con le uova affogate e le prime erbe spontanee di stagione, sono solo alcuni esempi delle migliaia di ricette della nonna custodite gelosamente nelle case degli italiani. Si tratta di menu che – continua la Coldiretti – derivano spesso da un passato segnato dalla cultura rurale legata al territorio e alla frugalità, che esalta l’abilità ai fornelli.

Al primo posto resta però la scelta degli ingredienti che è tornata ad essere centrale. Non è un caso che nel 2018 quasi sei italiani su dieci (59%) hanno fatto la spesa dal contadino almeno una volta al mese in frantoi, malghe, cantine, aziende, agriturismi o mercati degli agricoltori per acquistare prodotti locali a chilometri zero direttamente dai produttori, secondo una analisi Coldiretti/Ixe’. Dal dopoguerra mai così tanti italiani hanno acquistato direttamente dagli agricoltori con una crescita esplosiva nell’ultimo decennio da ricondurre – sottolinea la Coldiretti (www.coldiretti.it) – all’attenzione per il benessere e per la salute, ma anche alla sostenibilità ambientale e alla volontà di difendere e valorizzare l’economia e l’occupazione del proprio territorio. Sono oltre 130mila le aziende agricole italiane che – rileva Coldiretti – fanno vendita diretta in maniera prevalente mentre nei mercati degli agricoltori la spesa degli italiani ha superato i 6 miliardi di euro, secondo Ismea.

L’alta qualità dei prodotti che sono più freschi, saporiti e genuini è la principale ragione di acquisto dal produttore per il 71% degli italiani coinvolti, seguita dalle garanzie di sicurezza e dalla ricerca di prodotti locali che salgono sul podio delle motivazioni davanti alla convenienza economica, secondo l’Indagine Coldiretti/Ixè. Con la spesa dal contadino si trovano infatti prodotti locali del territorio, cosiddetti a chilometri zero, messi in vendita direttamente dall’agricoltore nel rispetto della stagionalità dei prodotti in alternativa ai cibi che devono percorrere lunghe distanze. Oltre a ciò nei mercati contadini – conclude la Coldiretti – è possibile trovare specialità del passato a rischio di estinzione che sono state salvate grazie all’importante azione di recupero degli agricoltori e che non trovano spazi nei normali canali di vendita dove prevalgono rigidi criteri dettati dalla necessità di standardizzazione e di grandi quantità offerte.

A Macerata Campania, in provincia di Caserta, nella notte un ragazzo di 24 anni è morto carbonizzato in seguito ad un incidente stradale. Secondo i primi rilievi dei carabinieri il giovane, che viaggiava solo a bordo di una Fiat Multipla, avrebbe perso il controllo del veicolo e sbattuto contro il muro di cinta del cimitero. Subito dopo la vettura ha preso fuoco ed il 24enne è morto carbonizzato. Il 112 è stato allertato da alcuni passanti. I vigili del fuoco hanno spento il rogo, ma per il giovane non c’è stato nulla da fare. Sono in accertamento le cause dello schianto.

San Ferdinando, rogo nella tendopoli della vergogna: muore un altro migrante

Un migrante è morto a causa di un incendio divampato poco prima dell’alba nella tendopoli di San Ferdinando (Reggio Calabria), predisposta dalla Prefettura non lontano dalla baraccopoli smantellata dalle forze dell’ordine nelle scorse settimane e nella quale vivono 500/600 persone.

I vigili del fuoco sono intervenuti poco prima delle 6 con una squadra che già presidiava il sito (e che avrebbe terminato il servizio proprio oggi): il rogo ha interessato una delle tende azzurre del Dipartimento del Soccorso pubblico del Ministero dell’Interno, andata completamente bruciata, nella quale è stato poi trovato il cadavere di un profugo.

A fuoco anche una seconda tenda vicina, bruciata per metà. Sul posto sono poi arrivate altre due squadre dei pompieri, che hanno estinto l’incendio e messo in sicurezza l’area. Ancora da stabilire le cause, non risultano altri feriti.

Di Maio, Salvini e Conte: il gatto, la volpe e Pinocchio

Tvboy colpisce ancora con la sua street art e spunta un altro murale nel centro di Roma, questa volta in via della Torretta, che ritrae Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Matteo Salvini. I due vice premier vestono i panni del gatto e la volpe, mentre il presidente del Consiglio quelli di Pinocchio. “Il murale, che arriva dopo la ‘Guerra dei Social’ – spiega Tvboy sul suo sito – richiama la celebre favola di Carlo Collodi. Accade cosi’ che nel cuore della Capitale, il Gatto e la Volpe, che hanno le sembianze rispettivamente del ministro Di Maio e del vice premier Salvini, ingannano Pinocchio e lo spingono a candidarsi come Presidente del Paese dei Balocchi”. L’opera, affissa a vicolo della Torretta, fa riferimento alle pesanti critiche ricevute dal premier Giuseppe Conte da parte del capogruppo dei Liberaldemocratici, Guy Verhofstadt, che lo scorso 12 febbraio, a Strasburgo, defini’ il presidente del consiglio italiano un “burattino” nelle mani di Salvini e Di Maio.

Battipaglia news, un nuovo progetto editoriale
Lunedì 25 marzo, dalle ore 18, nel Salotto Comunale di Battipaglia, verrà presentato il nuovo progetto editoriale “Battipaglia News”. Raccontare la città in maniera approfondita e da un nuovo punto di vista è questo l’obiettivo del direttore editoriale, Valerio Calabrese, e del direttore responsabile Paolo Vacca. Nel corso dell’evento, ci sarà spazio per illustrare il progetto e presentare le firme che contribuiranno alla realizzazione del giornale online. Verrà spiegata, inoltre, com’è nata questa coraggiosa idea di fondare un giornale in un periodo di apparente crisi dell’editoria.
Ospite d’onore sarà Franco Arminio, poeta e paesologo tra i più apprezzati intellettuali contemporanei, anche grazie alla sua capacità di utilizzare i nuovi media per veicolare le sue espressioni creative e per narrare i territori. Una scelta non casuale, in quanto Arminio rappresenta l’esempio concreto di come il territorio, a prescindere dalla sua grandezza e rilevanza, possa essere preziosa fonte di ispirazione e di racconto.
Modererà l’incontro il giornalista de “La Città di Salerno”, Carmine Landi. Sarà presente il vicesindaco Stefano Romano per i saluti istituzionali.

Al Teatro Napoli “Vipera” di Maurizio de Giovanni

La Napoli degli anni ’30, il colore dei vicoli, il tepore della primavera, il profumo del mare e dei fiori fanno da sfondo, negli spazi del Pozzo e il Pendolo Teatro di Napoli, all’adattamento teatrale di Vipera di Maurizio de Giovanni, che debutterà, per la prima volta, sul palcoscenico del Centro Antico partenopeo, sabato 23 marzo 2019 alle ore 21.00 (in replica, ogni sabato e domenica, fino al 14 aprile).

L’allestimento, presentato da Il Pozzo e il Pendolo Teatro, vedrà in scena Rosaria Di Cicco, Antonello Cossia, Paolo Cresta, Nico Ciliberti, Marianita Carfora, Salvatore Catanese, Sonia De Rosa, Peppe Romano, Alfredo Mundo, Emilio Marchese, Paolo Rivera, Valentina Spagna, con l’adattamento e la regia di Annamaria Russo.

E’ la primavera del 1932, Pasqua è alle porte, e in una delle stanze del Paradiso, il bordello più famoso di Napoli, viene trovata morta Maria Rosaria Cennamo, in arte Vipera, la prostituta che fa sognare tutti gli uomini della città, ma che solo pochi possono avere.

Al commissario Ricciardi, che ha il dono terribile di vedere i morti e ascoltare le loro ultime parole, il fantasma di Vipera ripete: “il frustino, il mio frustino”.

Intorno al cadavere della prostituta più bella di Napoli, come sempre, una folla di personaggi mossi dai due sentimenti che sono all’origine di ogni delitto: l’amore e la fame.

Il commissario dagli occhi verdi cerca di orientarsi tra la nebbia dei sospetti, e, mentre tenta di ricomporre i tasselli di un mosaico scompaginato e ricostruire una storia di morte, la vita lo assedia con il suo ritmo incessante.

“Il Commissario Ricciardi – così Annamaria Russo in una nota – è un personaggio che ho incontrato un bel po’ di anni fa. Ho imparato a conoscere il suo mondo, la sua forza, le sue debolezze mettendo in scena due episodi della sua storia: Il senso del Dolore e Il Giorno dei Morti. Intrufolarsi nella sua vita, annaspare nell’oceano del suo dolore è stata un’esperienza sfiancante ed esaltante. La scrittura Di Maurizio de Giovanni ha una caratteristica rara: le parole si staccano delle pagine e i personaggi, gli scenari diventano tridimensionali, reali. E le storie ti fagocitano, ci finisci dentro”.

La quotidianità, i sentimenti, la passione, l’amicizia e il dolore incalzano Ricciardi. Pur nell’urgenza di fare chiarezza, seguendo il messaggio sibillino consegnatogli dal fantasma di Vipera, il commissario continua inevitabilmente a inciampare nel percorso accidentato della sua vita.

Ancora una volta Luigi Alfredo Ricciardi sarà costretto a muoversi tra i gironi infernali dell’animo umano per dare un volto e un nome all’assassino del Paradiso.

L’allestimento si avvale dei costumi di costumi a cura di Annalisa Ciaramella, le musiche di Orlando Zante, la scenografia Elio Rivera, il disegno luci di Saverio Mascolo

La passeggiata fotografica con Igers Napoli

Si è concluso il challenge fotografico “Raccontiamo il Quartiere Chiaia di Napoli su Instagram” organizzato da Umberto Ristorante in collaborazione con Igers Napoli, che ha registrato in soli due mesi la pubblicazione di oltre 400 foto scattate da fotografi professionisti, appassionati e da semplici cultori del bello, veicolate su Instagram.

A conclusione di questa bella iniziativa il 23 marzo alle ore 10:30 la community ‘Igers Napoli’ organizza un instameet, ossia, una vera e propria passeggiata fotografica con foto analogiche, condivisa tra persone appassionate di fotografia. L’appuntamento è a Piazza dei Martiri ed è aperto a tutti, cultori dell’arte fotografica o ai semplici curiosi che vorranno, insieme agli Igers Napoli, rubare gli scatti di un quartiere dinamico e sempre in movimento come quello di Chiaia.

La passeggiata si concluderà a pranzo al Ristorante Umberto, dove Massimo di Porzio e Raffaele Monaco (Igers Napoli) presenteranno le nove immagini più rappresentative del quartiere che saranno esposte all’interno delle sale dello storico ristorante di Chiaia, per tutto il fine settimana.

All’instameet saranno presenti: Pietro Contaldo (Presidente Igers Italia) e Laura Gargiulo, le menti del blog Foodtellers, un progetto di risonanza nazionale che racconta attraverso il buongusto, sia esso rappresentato da un racconto scritto o da un’immagine suggestiva, le storie più affascinanti che ruotano intorno al mondo della cucina.

A termine dell’incontro, Umberto Ristorante, onorerà gli ospiti con l’aperitivo napoletano per eccellenza: pizza a portafoglio l’indiscussa regina dello street food e Asprino d’Aversa spumante, per brindare al successo del connubio arte/gastronomia.

La mission del challenge: La cucina ha tutto un altro sapore se sradicata dal luogo in cui nasce, perché è parte stessa di quel luogo, figlia delle dinamiche popolari che si sono susseguite per anni, giunte a noi e sublimate, oggi, nella parola tradizione.

Proprio da questa riflessione nasce Chiaia’s Challenge, il challenge fotografico indetto dagli Igers Napoli, community partenopea che ha lo scopo di promuovere Napoli, attraverso la fotografia, in ogni sua declinazione. L’iniziativa vede protagonista anche Umberto, il Ristorante storico di Via Alabardieri, noto per la capacità di onorare la tradizione, da oltre cento anni, riuscendo sempre a riflettere la modernità, ma anche per il ruolo che investe in qualità di grande promotore del territorio e aggregatore sociale.

LA LETTURA. Il Barone, un ritratto inedito del Sud dopo l’Unità

Il Barone di Giuseppe Antonio Martino è un piccolo capolavoro che vanta l’accuratezza della storia, dei personaggi, delle ambientazioni e la scorrevolezza e la fluidità della narrazione, tutti elementi che devono essere contenuti in un romanzo storico che sia di forte tenuta letteraria.
Così mi piace iniziare la recensione di questo romanzo perché è quel che ho colto nell’immediatezza della lettura, impressione poi suffragata e confermata da un’analisi più attenta e meditata. Si tratta di un romanzo che è densamente imbevuto di storia vera, tanto che alcuni brani del libro riportano documenti di archivio, che riguardano la storia di un contadino ribelle che vive in un paese della Calabria nella seconda metà dell’Ottocento, in pieno periodo postunitario.
Una storia, quella narrata, che si aggiunge ad altri recenti testi anche di diversa natura, che mira al recupero della memoria storica del Sud d’Italia, di quella storia, per troppo tempo negata, e per la quale è finalmente iniziato un processo di legittima revisione. Storia negata dalla storia stessa, che è raccontata sempre dai vincitori, ma che è stata messa in luce da chi ha saputo e voluto vedere, a cominciare da meridionalisti quali Fortunato, Salvemini, Nitti per finire, non perché ultimo, con il grande intellettuale Antonio Gramsci per il quale “…Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti…” (in L’Ordine Nuovo, 1920). Il brigantaggio dunque visto come una questione sociale e politica: la rivolta dei braccianti meridionali era stata un tentativo di contrastare la conquista del Sud. Quella dei briganti, con le dovute eccezioni ovviamente, riguardanti i criminali comuni, era stata una resistenza vera e propria con un tributo di sangue spaventoso, sparso sia dall’esercito dei piemontesi sia dalle bande dei briganti. In quel gramsciano “seppellendo vivi i contadini poveri” può compendiarsi metaforicamente la tragica storia del protagonista principale del romanzo: il contadino ribelle Fortunato (Nato) Pellicanò, U Baruni (il suo soprannome, la sua ‘ngiuria, lo chiamavano così perché si vantava di non avere padroni) figlio di Francesco e di Rosaria Celi, di Melicuccà – tra l’altro paese d’origine dell’autore – la cui vicenda dolorosissima suscitò tanto scalpore da essere riportata nella quarta di copertina della Tribuna illustrata della domenica del 4 novembre 1900.
Un’epopea tragica, segnata da sopraffazioni e ingiustizie, quella della famiglia di Nato, una famiglia contadina che vive una povertà dignitosa, che si fa bastare quel poco che ha e non si perde di coraggio, che è unita visceralmente nei pochi momenti di gioia e nei tanti di sofferenza. Una famiglia, come mille altre, di povera gente travolta dagli avvenimenti e dalla storia, in un’Italia dei primi decenni dell’Unità, che non ha lasciato scampo né a chi guardava nostalgicamente al passato borbonico, né a chi sognava un mondo nuovo.
Nato è un giovane che lavora per i padroni, com’era per tutti i poveri contadini di allora, anche perché dopo la morte del padre, il bisogno è tanto in famiglia e poi, bisogna fare la dote alle due sorelle. Quando gli arriva la cartolina precetto per il servizio militare, Nato è molto preoccupato così come tanti altri giovani, perché c’è il pericolo di stare via da casa tanti anni (secondo quanto prevedeva la coscrizione obbligatoria introdotta nel nuovo Regno d’Italia, altra grave misura contro il Sud prevalentemente contadino) e ciò causerebbe un grave danno alla famiglia. Ma Nato viene dichiarato rivedibile e ciò lo rende, da un lato, preoccupato, perché crede di essere ammalato, dall’altro, felice, perché potrà tornare a casa, al suo lavoro.
Nato ha molta dignità, sente pressante il senso di giustizia, se la prende con chi si sente gnuri, specialmente con tutti coloro che, prima borbonici, si erano genuflessi, ma per mettersi comodi, ai Piemontesi, come da miglior tradizione gattopardesca. I Piemontesi, che avevano mandato il generale Cialdini a sedare, con violenza inaudita, gli animi facinorosi di tanti poveracci che loro chiamavano briganti, colpevoli di chiedere solo pane e lavoro e di non voler fare il soldato abbandonando la famiglia per anni ed anni. E poi, lui aveva letto I miserabili e con gli amici parlava sempre di Jean Valjean, il protagonista del romanzo, vittima di tali e tante ingiustizie da fare vent’anni di lavori forzati e da essere perennemente braccato dalla Legge, il tutto solo per aver rubato qualcosa da mangiare. Insomma, Nato è uno che non bacia i piedi a nessuno, ma le cose iniziano ad andare male per lui quando osa sfidare un notabile del luogo, che gli dava da lavorare durante le annate olearie, reo di aver tentato di importunare la sorella Caterina, una delle donne dell’anta, che raccoglieva le olive. Infatti viene licenziato e, assieme a lui, anche la sorella, e da quel giorno, nessuno, proprio per non far torto al notabile molto potente e temuto, fu disposto a dargli lavoro. Non solo, ma le dicerie nel paese su Nato si diffondono in un lampo: il notabile sarebbe stato costretto a licenziarlo proprio perché troppo violento, insomma una testa calda.
L’arciprete del paese, don Felice, uomo buono e partecipe delle vicende della famiglia Pellicanò, aiuta il giovane fino a trovargli un lavoro come taglialegna ai Piani dell’Aspromonte, ed è proprio qui, in una delle tante notti trascorse al fuoco del camino, che fa un incontro decisivo: quello con il brigante Peppe Musolino.
Le visite di Musolino si ripetono fino a che gli chiede di aiutarlo ad allontanarsi dall’Aspromonte, scendere fino alla Piana e raggiungere Napoli, per imbarcarsi per l’America, unico modo per sperare di salvarsi da una morte certa.
Alquanto temeraria la cosa, Nato è di due cuori: rischiare di mettersi nei guai aiutando Musolino, o tirare per la sua strada tanto non può raddrizzare le gambe ai cani, ricordandosi, in tale occasione, delle parole di raccomandazioni che la sorella Peppa gli fece prima di partire per i Piani d’Aspromonte.
Nato, in realtà, ha già deciso: aiuterà Musolino.
In un agguato dei carabinieri, teso per catturare Musolino, Nato viene arrestato. Inizia il calvario che lo condurrà alla morte. Evade dal carcere di Radicena ed il primo pensiero è di andare dalla madre, ma qui tutti, compreso l’arciprete, lo convincono a consegnarsi alla Legge, e così avviene il clamoroso arresto nella Chiesa del Rosario di Melicuccà. L’epilogo è tragico: Nato muore. Suicida…o ammazzato? Vincenzo, il cognato di Nato, è convinto che sia stato ammazzato. Muore la madre, di crepacuore, perché sì, si può morire anche di crepacuore.
Una storia triste, tristissima che non poteva avere che questo epilogo. Un potente affresco dell’epoca in cui, situazioni di lampante prepotenza e sopraffazione, rendevano la vita del popolo del Sud ancora più difficile e insopportabile rispetto al periodo borbonico. Un potente affresco dei valori indistruttibili di quella sacra religione degli umili: la dignità del lavoro, il sentimento del dovere, il sacrificio, l’unità familiare, la solidarietà, che qui sono espressi con vigore e limpidezza, e che attraversano ogni pagina del romanzo, come motivo di fondo.
La narrazione è perfettamente centrata nel periodo storico di riferimento, vera nella ricostruzione, avvincente nel ritmo, e la scrittura è così vivida da sentire, percepire, vivere le scene narrate.
L’abile caratterizzazione dei personaggi, poi, soprattutto di Nato, fanno entrare il lettore in empatia con i personaggi stessi, provando sentimenti di comprensione, compassione, ma anche ribrezzo.
Il Barone, un bellissimo romanzo di Giuseppe Antonio Martino che, trattando un tema della nostra storia così tragico e complesso, potrà essere annoverato tra i testi più interessanti della letteratura meridionalista.
Rosanna Giovinazzo

RIFLESSIONI. Gli uomini post moderni e il carnevale delle post-libertà

La libertà è un argomento che da sempre ha impegnato l’uomo nella storia. E’ un tema antico che nasce con il sorgere stesso della convivenza umana. Ho appena finito di leggere un libro che è quasi come un diario di bordo dove l’autore annota «considerazioni sulla condizione della libertà nel nostro tempo: il suo funzionamento nella socialità, nei media, nelle istituzioni, nelle ideologie, ambiti in cui agisce il pensiero unico, il politicamente corretto, il principio dell’ugualitarismo, il criterio ortopedico di correggere il pensiero altrui». L’autore di queste riflessioni di presentazione è Giancarlo Ricci, psicoanalista, un professionista stimato e conosciuto a Milano, dove esercita da oltre quarant’anni, membro analista dell’Associazione lacaniana italiana di psicoanalisi, esperto di Freud, giudice onorario presso il Tribunale dei minori di Milano, autore di diversi volumi di psicologia e decine di studi specialistici.
Il professore Ricci ha scritto un libro, «Il tempo della postlibertà. Destino e responsabilità in psicanalisi», pubblicato recentemente da Sugarcoedizioni (2019). E’ importante leggere questo libro, perchè il professore ha in corso, dal 2016, un Procedimento Disciplinare avviato dall’Ordine degli Psicologi della Lombardia per le sue affermazioni pronunciate in una trasmissione televisiva, “Dalla vostra parte”, dove avrebbe fatto affermazioni che secondo i colleghi «possono realizzare discriminazioni a danno di alcuni soggetti», manifestando «un comportamento contrario al decoro, alla dignità e al corretto esercizio della professione». Nei cinque minuti in cui ha potuto parlare, Ricci ha affermato che «la funzione di padre e madre è essenziale e costitutiva alla funzione di crescita del figlio». Apriti cielo. Ha parlato della necessità di mamma e papà, senza usare l’onnicomprensivo e neutrale “genitore”: «In materia di parole l’ideologia va per le spicce – afferma Ricci – secondo l’accusa quanto ho detto risulta discriminatorio non solo nei confronti delle coppie omosessuali o delle famiglie arcobaleno ma anche nei confronti di quelle famiglie che si ritrovano senza un padre o senza una madre, sebbene né i primi né i secondi fossero oggetto della mia affermazione. La malafede è evidente, – racconta Ricci – la logica di questo paralogismo è tale che se qualcuno affermasse che “l’uomo per vivere deve mangiare” potrebbe essere accusato di discriminare coloro che non hanno nulla da mangiare».


Il professore racconta la sua vicenda, documentando i tratti essenziali, nel I° capitolo. Una vicenda che per le accuse rivolte al professore, assume i caratteri ideologici, formulate e sostenuti da alcuni consiglieri dell’Ordine. Nel frattempo in questi tre anni sono arrivati all’ordine esposti sottoscritti da simpatizzanti LGBT, «ossessionati dalla minuziosa verifica se il sottoscritto pratichi o meno la cosiddetta terapia riparativa, vero discrimine deontologico, teorico e scientifico che assilla il mondo della psicologia».
Ricci comprende che la “terapia riparativa” del prof Nicolosi, dà molto fastidio all’omosessualismo, che sostiene che si nasce omosessuali e non si diventa. A Ricci questa tesi sembra un po’ razzista. Però qualche obiezione può essere mossa: «il punto è quello di difendere un principio sacrosanto attinente alla libertà di scelta di un soggetto: ciascuno può prendersi cura del proprio disagio psichico nel modo che ritiene opportuno. Se questo principio venisse meno saremmo in una dittatura. Verrebbe meno una libertà fondamentale».
Il professore confuta tutte le accuse mosse nei suoi confronti sia dei consiglieri dell’Ordine dei psicologi, che dei militanti LGBT (acronimo che dovrebbe essere allungato per il professore, in quanto subentrano altre tendenze alternative di vivere il sesso). In particolare il professore sottolinea «[…]l’intento punitivo e di intimidazione spicca in modo così evidente da stravolgere le leggi della logica e della linguistica attribuendo all’incolpato (così sono chiamato nella delibera) frasi e concetti che questi non ha mai pronunciato. Si avvia dunque un processo alle intenzioni che avanza con passo didattico e ortopedizzante». Una volta si diceva, «colpirne uno per educarne cento».


Praticamente il professore si sente ostacolato nella propria e singola libertà, che è una libertà sociale che appartiene a tutti. Scrive Ricci, «qui la libertà del singolo viene colpita perché in termini sociali potrebbe sollecitare altri soggetti a esprimere liberamente la propria opinione. Insomma è pericoloso. Ritorniamo alla massima: colpirne uno (esemplarmente) per (sperare di) educarne cento».
Il professore in questi tre anni si sta interrogando sul funzionamento della libertà in Italia. Seguo l’introduzione al suo libro: «che ne è della libertà di parola e di pensiero?» Si domanda Ricci. «Come funzionano i meccanismi che fanno di tutto per ostacolarla o per imbavagliarla? In nome di che cosa tanto scrupolo? In nome di quale verità scientificamente corretta?».
Ecco il libro di Ricci prende le mosse da questi interrogativi. Il nostro tempo sembra poter fare a meno della libertà a favore del principio cinico dell’autodeterminazione e dell’autofondazione narcisistica.
Il II° capitolo si occupa dell’attuale stato della libertà, come funziona nella società, nei media, nelle ideologie dove agisce il pensiero unico e il politicamente corretto.
L’uomo del Novecento si accorgeva di perdere la libertà e combatteva una guerra totale contro questa perdita. «Era una guerra totale e totalitaria», scrive Ricci.
Oggi nella società postmoderna e globalizzata, viviamo nel carnevale della libertà, dove pubblico e privato si rovesciano e si confondono, mentre il virtuale e il reale si compattano.
Per Ricci siamo entrati nel tempo della postlibertà, dove la libertà è inflazionata, dove è stata pluralizzata a piacimento, «rendendola indifferente od obbligatoria a seconda delle circostanze». Pertanto,«l’uomo contemporaneo crede di essere libero e di avere a portata di mano qualsiasi scelta. Ma quando tutto è possibile la libertà implode, si svuota dal suo interno e muore di troppa libertà». Una libertà assoluta senza limiti, diventa mortifera.
In questo senso i temi dell’omosessualismo, della “rivoluzione gender”, del diritto al matrimonio omosessuale, della richiesta dell’adozione e della possibilità di poter avere un figlio tramite l’utero in affitto, rappresentano oggi gli emblemi di nuove libertà. Tutte questi diritti si basano su due presupposti: il primo è «quello di pretendere che un desiderio individualistico venga accolto, che attraverso una dimensione giuridica possa essere pensato come realizzabile e che infine possa essere socialmente riconosciuto». Un desiderio che dev’essere legalizzato da una legge. Il secondo, è che si fa credere al soggetto che è libero di scegliere i propri diritti, aprendo la strada a dei nuovi diritti, con uno spostamento costante del limite imposto dalla natura. Ma questi diritti, «si basano tuttavia su presupposti e logiche un po’ perverse, – secondo il professore -, la logica delle cose e della “natura” vengono rovesciate sul presupposto che un desiderio individualistico debba essere riconosciuto da un dispositivo giuridico che lo renda possibile. L’individuo così immagina di essere libero, di scegliere i propri diritti, di utilizzare quelle “nuove libertà” immesse sul mercato dalle biotecnologie che promettono di superare i limiti della natura. «Ma le nuove libertà, proprio come al mercato, prima o poi si pagano. Ed è il destino di una civiltà a pagarle, in nome di una sorta di anonimato della responsabilità. Che prezzo ha la libertà che ci viene offerta abbondantemente? Ma soprattutto, quale libertà riceviamo?» Scrive Ricci.


Il libro del professore è ricco di spunti interessanti come il discorso sul Politicamente corretto, possiamo dire che l’omologazione è come un bulldozer che maciulla tutto ciò che incontra sul suo cammino: lingue, culture, consuetudini millenarie. Il nostro modo di pensare deve adeguarsi al principio della “pari opportunità”, come se i pro e i contro individuati dalla nostra ragione potessero magicamente equipararsi.
Pertanto ogni verità, seppur soggettiva, verrebbe annullata da una contro-verità. «Ma se una verità è uguale a un’altra, – per Ricci – tutto si azzera, non possiamo più giudicare. Ecco il carnevale delle libertà: rinunciate al giudizio o all’istanza di verità, tanto è inutile, vincerà la finzione e il gioco trasgressivo di una virtualità che pretende di diventare legittima. Penso che gli effetti sociali saranno pesanti».
Contro questa strana ingegneria sociale, il professor Ricci consiglia di ripristinare il concetto di discriminazione.
Nel libro sostiene che discriminare significa innanzi tutto discernere, «termine che si situa agli antipodi del pregiudizio e che riguarda semmai il giudizio, sia esso intellettuale, etico o morale, che è altra cosa dalla condanna o dalla sentenza». Di sicuro se rinunciamo al giudizio la ragione collassa. E qui il professore fa un esempio di natura professionale: «se per esempio un soggetto non riesce a sbrogliare la matassa della propria vita psichica, matassa fatta di eventi, emozioni, pensieri, fantasie, essa si ingarbuglierà sempre più. La psicoanalisi suggerisce che in gran parte possiamo ritessere il destino della nostra vita e assumerci le proprie responsabilità, altrimenti il rischio è di credere a un destino già scritto. Tale fatalismo, questa volta davvero, funzionerebbe come una discriminazione assoluta».
Altra interessante riflessione è quella dell’autodeterminazione. Del resto che cos’è l’autodeterminazione? Per il professore è «Il mito dell’uomo che si fa da sé, che si ritiene esente da ogni debito simbolico e quindi da ogni responsabilità verso gli altri. È un abbaglio. Nell’ipermodernità l’autodeterminazione indica il trionfo dell’uomo che si crede libero, portatore di una libertà ritenuta “eroica” nella supposizione di averla fondata da sé. Che vorrebbe, in definitiva sconfiggere le leggi della natura utilizzando a modo suo gli “effetti speciali” della tecnologia».


In conclusione qual è lo scopo di questa pubblicazione? Facciamo rispondere il professore: «far sì che la libertà sia “bene detta”, elaborata e formulata cioè attraverso quelle parole autentiche con cui il paziente progetta il proprio bene. […]Il lavoro psicoanalitico punta a ritrovare il desiderio di progettare una libertà altra che ha il sapore di una conquista perenne. Invece, in questo tempo di libertà “male dette”, di rimasugli di ideologie che presumono di gestire un’ortopedia del pensiero mediante il politicamente corretto, viene da parafrasare l’aforisma di Kraus: «La libertà di pensiero c’è l’abbiamo, ora ci vorrebbe urgentemente un pensiero sulla libertà».

Domenico Bonvegna

Formazione, via alla partnership fra Stoà e Anfia

Stoà, Istituto di Studi per la Direzione e Gestione d’Impresa, e Anfia, l’Associazione nazionale filiera automobilistica guidata da Paolo Scudieri, ad di Adler Pelzer, stringono un accordo di collaborazione che porterà, tra i primi sviluppi, al lancio delle attività di formazione sul Centro Sud di Anfia Service nelle aule della Business School.

A siglare l’avvio della partnership, ieri, nella sede di Ercolano a Villa Campolieto, Gianmarco Giorda, direttore generale Anfia, Marco Mantoan, amministratore delegato Anfia Service con il direttore generale di Stoà, Enrico Cardillo.

“Siamo orgogliosi di avviare una sinergia con l’associazione di maggiore prestigio nel settore Automotive, che nel nostro Paese conta oltre 5.700 imprese, con più di 250.000 addetti e un fatturato pari al 6% del Pil nazionale – commenta Enrico Cardillo -. Una collaborazione che contribuirà allo sviluppo di un settore strategico e a forte innovazione del sistema Italia”.

“Abbiamo analizzato una serie di ambiti di collaborazione e abbiamo individuato già alcune idee progettuali che nelle prossime settimane svilupperemo con Stoà”, annuncia Gianmarco Giorda. Che si dice “piacevolmente colpito dal livello di servizi che Stoà eroga”.
“Contiamo – conclude Giorda – di contribuire, con il lavoro che avvieremo insieme, di dare sempre maggiore visibilità a una struttura che merita attenzione dal mondo dell’impresa”.

Gli fa eco Marco Mantoan: “Siamo pronti a sviluppare attività formative insieme alla Business School, localizzandole nella sede di Ercolano per coprire l’area centro-Sud”.

Prima del meeting i rappresentati Anfia hanno avuto modo di visitare le aule di Villa Campolieto durante le lezioni in corso, accompagnati da Cardillo che ha illustrato le attività dell’Istituto e la sua storia trentennale.

STOA’

Stoà Business school, Istituto di Studi per la Direzione e Gestione d’Impresa, è una Società Consortile per Azioni, senza scopo di lucro, specializzata nell’alta formazione attraverso master, executive master e corsi nel settore impresa e PA.

E’ nata nel 1987 su iniziativa dell’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) e le attività istituzionali sono ufficialmente partite il 10 ottobre del 1989.

Risale al 1990 la prima edizione del Master in Business Administration (MBA) – attualmente Master in Direzione e Gestione d’Impresa, giunto alla ventisettesima edizione – in collaborazione con la Sloan School of Management del Massachusetts Institute of Technology (MIT).

Forte della trentennale esperienza nell’alta formazione, Ricerca e Consulenza alle imprese, con un network di oltre 300 soggetti business leader di mercato, 2.500 ex allievi Master, 9.000 tra manager, professionisti e dirigenti, partnership con i principali atenei e istituti superiori, Stoà rappresenta l’unica scuola di management del Meridione.

ANFIA

Con 300 Aziende associate, Anfia – Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica – è una delle maggiori associazioni di categoria aderenti a Confindustria. Nata nel 1912, ha l’obiettivo di rappresentare gli interessi delle Associate nei confronti delle istituzioni pubbliche e private, nazionali e internazionali, e di provvedere allo studio e alla risoluzione delle problematiche tecniche, economiche, fiscali, legislative, statistiche e di qualità del comparto automotive.

L’Associazione è strutturata in tre gruppi merceologici, ciascuno coordinato da un presidente: componenti, carrozzieri e progettisti, costruttori.

Vomero: la primavera è arrivata, la potatura degli alberi no!

Un nuovo pressante appello viene lanciato dalla collina del Vomero all’amministrazione comunale. “ Nonostante che oggi è entrata la stagione primaverile e che i rami dei platani secolari, che adornano molte strade e piazze del quartiere collinare, siano oramai gemmati ed in qualche caso siano spuntate anche le prime foglioline, non è ancora iniziata l’operazione di potatura – afferma Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari -. Un’operazione che si sarebbe già dovuta fare nei mesi scorsi pure in considerazione dei problemi che hanno afflitto, anche in un recente passato, tali alberature stradali “.

“ I rami di alcuni platani, che in diverse strade sono privi da tempo della necessaria potatura, arrivano oramai fino ai piani alti degli edifici, raggiungendo finestre e balconi – continua Capodanno -. La qual cosa potrebbe costituire un problema per l’apertura degli infissi durante l’estate. Senza considerare che alcune di queste essenze, anche in un recente passato, affette da malattie quali il cancro rosa o contagiate dalle “cimici del platano“ sono state purtroppo eliminate o sono cadute. Una situazione che andrebbe costantemente monitorata, effettuando con rituale cadenza i necessari interventi. In qualche caso, peraltro, il peso dei rami è così elevato da far incurvare il fusto della pianta sulla strada con conseguenze immaginabili “.

“ Il caldo, con la bella stagione, non potrà che peggiorare questo stato di cose, riproponendosi presumibilmente le stesse situazioni che si sono verificate nelle estati precedenti – conclude Capodanno -. Da rilevare che già in passato pioggia e vento hanno abbattuto diversi alberi malati, ed altri sono stati tagliati in quanto minacciavano di cadere da un momento all’altro. Molte delle fonti delle alberature eliminate sono rimaste da allora vuote. Chiediamo, dunque, ancora una volta, un intervento immediato ed urgente mirato a scongiurare che queste situazioni si ripetano, sia attraverso gli interventi di potatura sia con le necessarie cure dei platani malati. Inoltre bisogna mettere a dimora nuove essenze nelle fonti d’albero ancora vuote “.

Al riguardo Capodanno sollecita, ancora una volta, l’intervento degli uffici competenti dell’amministrazione comunale.

IL COMMENTO. Lavoro e salute, gli articoli ignorati della Costituzione

Ignorare la Costituzione !

L’Italia é una Repubblica fondata sul lavoro(art. 1)

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto della persona all’interno della colllettività in uno con art.2087 c.c. integrità psicofisica  del lavoratore;

La Repubblica tutela e incoraggia il risparmio.

Nella realtà quotidiana il lavoro e’un privilegio che spetta solo a chi é nel giro di amicizie politiche attraverso uno scambio di consensi quindi il sistema si regge  sul clientelismo e non sul diritto al lavoro per tutti;

La salute non é solo ignorata attraverso le mancate assistenze di farmaci e strutture ospedaliere che vengono continuamente chiuse,ma anche attraverso lavori volutamente stressanti creati apposta per non amici che sono costretti a lavorare a centinaia di km da casa con bassi stipendi e lavori umili.

Ciò impedisce al lavoratore il sogno di una famiglia e ne peggiora nel tempo con stress e mobbing le condizioni psico fisiche che poi cedono;precarieta esistenziale che mina le resistenze umane;

La difesa del risparmio non esiste e abbiamo visto centinaia di casi di famiglie e pensionati che hanno perso tutto ciò che avevano spesso la speranza nel futuro e spesso con gravi decisioni autolesionistiche.

le Banche non sono controllate impiegati addestrati e cinici propongono in mala fede investimenti spazzatura divorando sacrifici di una vita e questo per elargire a managers e dirigenti milioni di euro  e ricapitalizzare apparentemente la banca e spesso offrendo ai politici e ai potenti di turno enormi prestiti senza garanzie e sapendo di non più recuperarli.

Ricostituire non la Costituzione ma cambiare un sistema marcio e delittuoso  penalizzando severamente le aziende clientelari e sfruttatrici e chiudere le banche che sono solo centri di poteri e di immiserimento sociale.

Alfredo Taglialatela

A Vincenzo Musacchio il premio nazionale Don Peppe Diana

Vincenzo Musacchio, giurista, docente di diritto penale e direttore scientifico della Scuola di Legalità intitolata proprio a don Peppe Diana, è tra le persone cui è stato assegnato la menzione speciale “Premio nazionale don Peppe Diana – Per amore del mio popolo”. A volerlo è stata la famiglia del sacerdote ucciso il 19 marzo del 1994, insieme al “Comitato don Peppe Diana” e Libera Caserta. “Per la sua instancabile azione di diffusione della cultura della legalità con particolare riferimento alla lotta alle mafie, alla corruzione e con predilezione per l’approfondimento della nostra Costituzione”. 

L’annuncio, come per regolamento del premio, avviene sempre il 21 marzo, primo giorno di primavera e giorno dei funerali di don Diana. Insieme a Musacchio saranno premiati, Ilaria Cucchi, Papa Francesco, Roberto Di Bella. Il Premio è assegnato ogni anno assegnato a personalità di fama nazionale e internazionale che hanno saputo meglio incarnare, nel campo artistico, sociale, religioso, politico, economico, delle professioni, il messaggio di Don Peppe Diana contribuendo alla denuncia e alla costruzione di comunità libere alternative alle mafie.

Tra i nomi di spicco cui è andato il Premio nazionale don Peppe Diana ci sono: Milena Gabanelli, giornalista e autrice di Report, Angelo Spinillo, Vescovo di Aversa, Roberto Saviano, giornalista, Franco Roberti, Procuratore Nazionale Antimafia, don Luigi Ciotti, presidente nazionale di Libera, Raffaele Cantone, Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, Toni Servillo, attore napoletano di fama internazionale, Pif (Pierfrancesco Diliberto), regista e attore ed Enzo Avitabile, cantante.

Il premio della menzione speciale va a Musacchio, proprio nel venticinquesimo anniversario della morte di don Peppe, consiste in una vela in miniatura, opera dell’artista Giusto Baldascino, già installata nel Parco cittadino di Casal di Principe dedicato a don Giuseppe Diana. La cerimonia di consegna dei premi avverrà il 4 luglio prossimo, a Casal di Principe, nel giorno del compleanno di don Peppino Diana proprio nella casa che fu del sacerdote assassinato dalla camorra. Per Musacchio è il meritato riconoscimento per la sua opera di divulgazione della cultura della legalità tra le giovani generazioni.

“Ricevere questo premio – ha detto il giurista molisano – significa sentire l’abbraccio e la riconoscenza di don Peppe, della sua famiglia e della sua comunità”. “Non è da poco ricevere un premio – continua Musacchio – così importante, poiché questo significa che esiste ancora una comunità, quella di Casal di Principe, pronta a ascoltare e a vivere il valore della legalità”. “Ne sono onorato e spero – conclude Musacchio – che questo riconoscimento possa servire a sensibilizzare la nostra classe politica sul problema serio della lotta alle mafie”.

Al nostro collaboratore i complimenti del Sud on Line.

LA LETTURA. Anche le nazioni hanno gli angeli custodi

Nella nostra epoca di scristianizzazione si fa fatica credere a quello che la Chiesa insegna, per esempio all’Angelo Custode, figurarsi poi all’Angelo Custode delle Nazioni. Don Marcello Stanzione noto angelologo ha scritto un libro, «Gli angeli custodi delle Nazioni», col sottotitolo: «Cent’anni fa a Fatima l’Angelo del Portogallo parlava ai tre pastorelli», pubblicato da SugarcoEdizioni (2016). Ma che valore può avere far conoscere agli europei di oggi che non conoscono più neanche le radici cristiane, che ogni città, ogni nazione ha un angelo protettore? Il libro cerca di rispondere anche a questo quesito.

«Anche i popoli odierni hanno il loro spirito tutelare sulla terra, – scriveva il cappuccino svizzero padre Otto Hophan – il loro intercessore in cielo. I popoli non sono lasciati a se stessi[…] Accanto al popolo e al suo governo è sempre presente ‘un principe’ invisibile, che suggerisce i progetti di Dio, dirige ed agisce». Il religioso fa esplicito riferimento all’angelo tutelare che ha ogni popolo. Così ogni popolo ha un angelo diverso: gli italiani hanno il loro angelo, gli spagnoli, gli inglesi, i tedeschi che pretendono addirittura di avere a patrono il «principe delle schiere celesti», Michele. Anche la Francia ha il suo spirito tutelare, che tra l’altro, ha dovuto lottare con lo spirito della Germania.

Perfino la Svizzera, così piccola, ha il suo angelo tutelare, che ha condotto a salvezza il popolo svizzero in mezzo agli incendi di due guerre mondiali.

Per padre Hophan, «tutti hanno il loro angelo: l’America ricca; l’immensa Cina; l’antichissima India; i neri dell’Africa. Anche la Russia ha il suo principe buono e potente». E conclude citando la «Scrittura, – secondo la versione dei Settanta – ammonisce: ‘Non devi aborrire gli edomiti e neppure gli egiziani. Poiché l’Altissimo quando ha diviso i popoli, quando ha separato i figli d’Adamo ha stabilito i confini dei popoli secondo il numero degli angeli (DT 32,8)».

Pertanto nella presentazione al libro di Stanzione, Carmine Alvino può scrivere che non è solo il singolo individuo ad avere l’Angelo personale protettore, ne ha uno anche il popolo di cui fa parte. E per questo cita S. Basilio il Grande (IV secolo): «Sappiamo dal tempo di Mosè e dei profeti che esistono degli angeli protettori per tutte le nazioni…questi capi e governatori posti per difendere e sorvegliare i popoli di cui hanno la responsabilità sono innumerevoli». E il profeta Daniele (cfr. Dn 10, 13-21) parla dell’Angelo della Grecia e della Persia, che si affrontano ogni volta che i loro popoli entrano in conflitto. Origene pensa che gli angeli siano all’origine delle lingue nazionali. Pertanto scrive Alvino, «siamo così portati a immaginare che alla base di ogni comunità etnica si trovi un principe spirituale, un angelo territoriale, che si esprime in maniera d’essere della suddetta comunità, nella sua storia, nella sua lingua e nella sua cultura».

E subito lo stesso Alvino però pone la questione, certo la protezione di un angelo dovrebbe ispirarci «un sentimento di tranquillità fiduciosa», in modo che la storia del mondo rassomigli «ad una festa campestre ininterrotta. Ciononostante, come noi oggi, i Padri della Chiesa si domandavano come spiegare le guerre, gli odi tra le etnie, la decadenza temporanea di una o l’altra nazione verso la disumanità». Penso alla guerra fratricida che si sta svolgendo in Ucraina, e che nessuno ha notizie, perchè è stata silenziata dai media.

Continuando dalla presentazione, alla questione si possono dare tre risposte secondo Alvino: la 1a, viene da S. Paolo, in pratica ci sono degli angeli caduti che, in un certo momento si sostituiscono come spiriti territoriali maligni ai protettori buoni dei popoli. La 2a risposta è che gli angeli hanno sì grandi potere sull’individuo e sulla collettività, «ma non quello di manipolare la volontà dell’uomo». L’uomo ha la libertà, può scegliere tra il bene e il male; la stessa cosa vale per i popoli. «Il loro angelo non ha in alcun modo il diritto di limitare il loro libero arbitrio. Questo significa che ogni popolo può disdegnare, se lo vuole, la tutela angelica buona, e lasciarsi tentare dalle pulsioni infernali e ingannare dagli spiriti territoriali malvagi».

La 3a, è quella che si può sbagliare volgendo le spalle all’angelo, ma anche al contrario, dando troppo culto, idolatrandolo, mettendolo al posto di Dio. E così si ripete il peccato degli angeli caduti, che si volevano mettere al posto di Dio.

Infatti scrive Alvino, «anche l’errore dei nazionalismi aggressivi riguarda l’importanza esagerata data all’istanza nazionale, il porre i suoi valori al di sopra di tutti gli altri. La nazione prende allora il posto dell’amore verso il prossimo, della saggezza e alla fine di Dio stesso. Quando la nazione diventa un assoluto,l’Assoluto con la A maiuscola diventa relativo. Dimentichiamo che ‘la nostra patria è nei cieli’, come dice l’apostolo Paolo, e facciamo della nostra residenza terrena un tempio da adorare, un limite opaco, la sola ragione d’essere della nostra vanità».

Alvino insiste nel chiarire questo concetto sulla retorica nazionalista, sempre presente, anche nel mondo cristiano. «C’è, in realtà, tra la fede autentica e la xenofobia, una contraddizione radicale ed è sbalorditivo che ci si possa dichiarare cristiani e allo stesso modo credere che Dio sia nato, a seconda dei casi, a Belgrado, a Sarajevo, a Washington DC o a Wuppertal…».

Anche se non si vuole disprezzare la questione nazionale, l’appartenere ad una nazione o a un’altra, è una questione provvidenziale, come il colore degli occhi, la statura e tutto ciò che compone la nostra identità. Peraltro l’appartenenza ha un significato e comporta una responsabilità, «non si nasce per caso in quella o in quell’altra nazione: c’è in questa circostanza un segno del destino […]».

Alvino mette in guardia da una certa demagogia comunitaria e una cattiva comprensione della ‘mondializzazione’ che mira ad anticipare una umanità vaga, incolore, stereotipata.

Sulla nazione occorre trovare il giusto equilibrio e non l’idolatria del XIX secolo, o quello che ha scatenato la prima guerra mondiale.

Il 1° capitolo Stanzione lo dedica all’angelo protettore del popolo eletto, a Israele. Comincia dall’Antico Testamento. Riportando diversi episodi, dove gli angeli sono protagonisti. L’episodio dell’angelo che ferma la mano col coltello ad Abramo che sta per colpire il figlio Isacco, è conosciuto. E poi Giacobbe con la scala luminosa su cui gli angeli salivano e scendevano. E poi tante altre volte gli angeli si manifestano in molte pagine dell’Antico Testamento.

Già dal Nuovo Testamento si comincia a parlare degli angeli tutelari dei popoli. San Paolo sembra sia stato spinto da un angelo nell’attraversare la Macedonia. I Padri della Chiesa hanno elaborato la fede negli angeli dei popoli. Hanno sottolineato l’importanza degli angeli custodi delle nazioni e delle città e poi con il Medioevo si sviluppa una devozione collettiva all’angelo custode, che ha lo stesso fondamento di quella resa ai santi locali.

Stanzione sottolinea che questo culto fu soprattutto civico. Un culto molto diffuso soprattutto nella penisola Iberica, alla fine del XIV e nel XV secolo, alcune città si collocarono sotto la protezione di questo custode particolare. Una per tutte Valencia, fin dal 1392 fu dedicata una cappella all’angelo tutelare e poi Barcellona, Saragozza. Questi angeli custodi, descritti da Gabriel Llompart tengono nella mano sinistra una corona e, nella destra, una frusta o una spada. Frequentemente è munito di uno stendardo con le insegne della città. Addirittura a Saragozza, l’angelo ha una pergamena in mano, sulla quale si dice, sono scritti tutti i nomi degli abitanti.

Stanzione ci tiene a precisare:«la municipalità intera partecipa alle manifestazioni legate a questa devozione particolare e l’angelo custode locale viene trattato come un santo protettore».

Particolare attenzione viene data all’angelo del Portogallo, la cui festa solenne fu voluta dal re. Manuel I il Fortunato.

«Sul modello del culto dei santi, le feste di questi angeli custodi hanno un carattere pubblico che contrassegna l’importanza amministrativa e politica rilevata da Jean Delumeau, che la definisce come un ‘culto civico’, facendo notare che le prime cappelle dedicate all’angelo custode furono erette proprio nei palazzi comunali». Ora nei palazzi comunali vengono istituite le unioni civili e tanto altro.

Comunque sia «l’angelo protettore gode di una festa annuale, di una iconografia specifica e di una liturgia propria […] il termine stesso angelo custode rinvia alla nozione di difesa civile e l’angelo, dotato di attributi militari e araldici, si presenta come il baluardo dell’identità contro i nemici potenziali o contro le piaghe minaccianti la collettività». Tuttavia precisa Stanzione, «non fu la Chiesa a prendere l’iniziativa dell’instaurazione di questi legami di patronato decretati da una municipalità o da un regno».

Comunque ben presto si passò dal patronato dell’angelo a quello del santo che peraltro dava più affidamento: si possiedono le reliquie e del quale si può raccontare la vita. Anche se si è tentato di fabbricare reliquie degli angeli.

Il 3° capitolo è dedicato a san Michele il super angelo delle nazioni. Già agli inizi del V secolo sul monte Gargano appare l’angelo con la spada al papa Gregorio Magno. Poi nel 709 lo farà a Mont-Saint-Michel.

S. Michele, “principe”, “capo supremo della milizia celeste”, gode di una doppia iconografia: «ora il combattente che attera il drago, ora l’arcangelo ‘della morte’, incaricato del trasporto e del vaglio delle anime».

Tuttavia nell’iconografia si è puntato sempre sull’aspetto guerriero, prima di tutto concepito come protettore della collettività, viene rappresentato con l’armatura, con la spada, o lancia, e poi con lo scudo. Praticamente, «Michele, più di tutti gli altri angeli, sembra appropriato per simboleggiare la lotta contro il male ed è giustamente trattato come un santo soldato».

E qui Stanzione ricorda le similitudini con il santo guerriero, San Giorgio. Tuttavia anche il culto a san Michele è un culto civico, iniziato nella penisola Iberica. Qui Stanzione elenca i luoghi dove si celebra questo culto. Naturalmente non poteva ricordarli tutti, ma io che sto soggiornando a Torino, non posso non accennare al bellissimo angelo in cima all’ineguagliabile campanile della Chiesa di S. Maria del Suffragio costruito dallo straordinario beato Faa di Bruno.

Il 4° e il 5° capitolo esaminano l’angelo del Portogallo precursore delle apparizioni della Madonna a Fatima. Per molti, l’avvenimento più importante del XX° secolo. Naturalmente don Marcello enuclea i passaggi più importanti del messaggio della Madonna consegnato ai tre fanciulli. Con particolare riferimento agli angeli delle nazioni.

Il 6° capitolo (la protezione angelica) si entra nel merito sulle contese degli angeli protettori delle nazioni. Effettivamente la tesi del sacerdote può apparire un po’ controversa e forse bizzarra. Non è facilmente comprensibile, soprattutto nei nostri aridi tempi, l’affrontarsi in battaglie dei vari angeli. Come si possa accettare la tesi di un angelo protettore nazionale che ricerca il vantaggio spirituale e la salvezza del popolo del territorio affidatogli. Stanzione cita più volte la contesa tra l’angelo della Persia e quello di Israele. Una lotta dove gli angeli si contendono i due popoli.

Comunque sia ogni popolo, ogni chiesa, ogni istituzione ha un protettore angelico. Se le unità civili e politiche, come città e nazioni, godono del privilegio di un angelo custode, a maggior ragione anche le unità religiose, ecclesiastiche, diocesi, parrocchie e chiese devono godere della stessa protezione.

Il 7° capitolo si occupa dell’angelo custode della Spagna e poi quello del Messico, due nazioni simili per tanti aspetti. Stanzione fa qualche accenno alla loro storia recente. I due Paesi che hanno subito una forte persecuzione dei cristiani e quindi della Chiesa, per certi aspetti, molto simile. Il riferimento è alla Cristiada in Messico e alla guerra civile in Spagna.

L’8° capitolo fa riferimento alle visioni di Faustina Kowalska e di Katharina Emmerich. Secondo queste mistiche si stagliano tremendi castighi sull’umanità, paventano interventi risolutori da parte di angeli mandati da Dio. Ci sono angeli della penitenza ma anche della punizione. I

Interessante il commento dell’esegeta Claus Westermann sugli angeli minacciosi che cacciano gli esseri umani dall’Eden, nell’Antico Testamento: «qualcuno qui potrà turbarsi, spaventarsi: un angelo armato di spada? Angeli armati di spada s’incontrano anche in altri passi della Bibbia, in contesti completamente diversi da questo. La Bibbia non ha avuto timore di porre spade nelle mani che noi preferiamo veder reggere qualche strumento musicale. Può essere necessario che l’angelo porti la spada. Qui la spada, cioè lo strumento di morte, viene nobilitata; ce n’è bisogno perché non si cada in rovina».

Concludo con le parole di don Marcello che risponde alla doma sul perché della venerazione agli angeli custodi delle nazioni: «lontano dal voler promuovere un nazionalismo esagerato, si vuole conservare la ricchezza culturale, i valori della storia di un popolo, per poter ‘formare’ il volto del popolo con l’aiuto dei suoi angeli». Così come si venera la Vergine Maria sotto diversi titoli e con le più diverse immagini; ogni nazione cattolica ha il suo santuario nazionale mariano, «perché non dare valore anche al patrocinio degli angeli?»

Domenico Bonvegna

Verrà interrogato oggi l’assessore regionale siciliano alla Pubblica istruzione Riberto Lagalla, indagato nell’ambito del’inchiesta sulla loggia segreta scoperta a Trapani che ha portato ieri all’arresto di 27 persone, tra cui due ex deputati regionali. Lagalla è stato raggiunto da un avviso di garanzia per abuso d’ufficio. Secondo la ricostruzione della procura di Trapani, l’ex rettore dell’Università di Palermo avrebbe avuto un ruolo nella concessione di una borsa di studio alla figlia di uno dei professionisti arrestati, Rosario Orlando. Ieri Lagalla, dopo avere appreso dell’inchiesta a suo carico, ha commentato: “Prendo atto che, nell’ambito di un’indagine per reati associativi ed altre ipotesi di reato, tra le quali corruzione e appartenenza alla massoneria, che non mi vedono in alcun modo coinvolto, la procura della Repubblica di Trapani mi ha dato comunicazione di un solo addebito relativo alla fattispecie di abuso d’ufficio. La contestazione, risalente a fatti del 2015, riguarderebbe la mia precedente funzione di rettore dell’Universita’ di Palermo”. “Restando, ovviamente, a completa disposizione della magistratura, mi sorregge la serena coscienza di avere sempre ispirato le mie azioni istituzionali a criteri di correttezza e rispetto della legge, nell’esclusivo interesse della cosa pubblica. Per tale ragione e nella certezza che la circostanza potra’ essere ampiamente chiarita nel corso dell’attività istruttoria, mi dichiaro assolutamente sereno e fiducioso nella rapida soluzione della vicenda”, ha concluso.