Coppie in terapia: questa unione  non s’ha da fare!

Ho conosciuto, per esperienza diretta, una psichiatra che si è rifiutata di accogliere una coppia in terapia, perché “non aveva una convivenza sufficientemente stabile”.  La psichiatra psicoterapeuta avrà avuto i suoi buoni motivi per questo rifiuto, ma messa così è davvero sconcertante. Però, si sa, c’è sempre chi è più realista del Re!   Per fortuna Diego De Silva ci regala Vittorio, uno psicoterapeuta che invece decide di prendere in terapia una coppia di amanti. Anzi no, prende in terapia una relazione sentimentale. Un sentimento. Una coppia che si sta confrontando con un sentimento che diventa più forte delle forme che gli individui si sono date, stravolgendole, rinnovandole e rifondandole. Ed è quel sentimento che accomuna i due facendoli coppia.

Essere contrari alle unioni civili vuol dire essere contrari e non riconoscere un legame, un affetto, una solidarietà, un sentimento. Non riconoscere lo sforzo quotidiano che due persone  attuano, in virtù di quel sentimento, per costruire una struttura relazionale, all’interno di una società: e quindi con implicazioni e ricadute sociali, civili, giuridiche. Quando vado a lavorare, se non sono sposato, ma ho una stabile relazione affettiva e convivente, e chiaramente non sono solo e disponibile ad altri rapporti, cosa sono: sono uno che sta in coppia. Ma non sempre sono riconosciuto come tale, e comunque è ancora più semplice considerami un “ibrido”, uno che sta in una terra di mezzo.

Conosco, per esperienza diretta professionale, aree “urbane” dove si incontra di tutto: separazioni di fatto, convivenze tra eterosessuali, tra omosessuali, figli con nuovi compagni e compagni che fanno da genitori a figli non propri. E questi chi sono: invisibili, imprevisti, clandestini indigeni? Che differenza c’è tra questi e quelli di prima. Entrambi vagano in zone d’ombra.

Unioni civili e family day. I secondi contrari e opposti ad un’esperienza che non li riguarda (per ora), ma che li turba (per ora). I secondi che, autorevolmente spalleggiati da vescovi, e complici di un parlamento nazionale messo in mora da un parlamento europeo, ripropongono “pari pari” il Don Rodrigo di qualche secolo fa, che altro non proclama –attraverso i suoi bravi- se non un arrogante e prepotente “questo matrimonio non s’ha da fare” (che oggi come allora ha le ore e i giorni contati).                                                                                                                                          I primi devono continuare a  sentirsi precari, esposti al giudizio e all’arroganza dei secondi, che possono additarli, giudicarli, usarli, e denigrarli.

Una coppia composta da persone dello stesso sesso, spaventa e turba i secondi, che si sentono esclusi e non possono intrufolarsi in quella relazione che diventa meno accessibile. Per questo la osteggiano e non vogliono farla nascere.

Se è vero che i sentimenti possono fare a meno delle forme e dei contratti, e i sentimenti travalicano le forme e i contratti, è pur vero che i sentimenti che si sviluppano tra due persone, e ne tratteggiano una storia e una vita, non possono essere sempre clandestini e invisibili, devono poter essere “istituzionalizzati”, resi civili, perché questo, oltre a tutelare le persone, tutela i sentimenti.

L’esigenza di riconoscimento, istituzionalizzazione, è un’esigenza di tutela del sentimento; è l’esigenza di uscire dall’invisibilità e dalla clandestinità altrimenti si è sempre “fuorilegge”, indifesi, ed esposti a tutto. Senza la visibilità e il riconoscimento si rischia di non esistere, e quando arriva una crisi (di coppia),  tutto si può cancellare in un istante.

Renzo e Lucia volevano un riconoscimento, una tutela, che nessuno voleva dargli, nessuno voleva farli emancipare. Oggi è la stessa cosa, e il problema quindi non è coppia omosessuale o coppia eterosessuale convivente, ma è la sopravvivenza di chi deve poter dire “questo matrimonio non s’ha da fare”.

Quando poi le “unioni civili” diventano famiglie, è d’obbligo prendere atto di tutti gli scenari in cui interagiscono oggi genitori e figli: famiglie tradizionali, ricostituite, ricomposte, monoparentali, omosessuali, ed è il primo passo per garantire il benessere dei bambini. Di questo si parlerà il 20 febbraio alle ore 10,30 al PAN – Palazzo delle Arti Napoli, alla presentazione del libro “Si fa presto a dire famiglia“,  di MELITA CAVALLO, uno dei più noti giudici minorili italiani, che con le sue sentenze innovative ha aperto le porte all’adozione di coppie omosessuali (pagina Facebook Si fa presto a dire famiglia)

Un uomo dà fuoco alla compagna incinta, salva la figlia: il caso delle separazioni barbare

Ci risiamo. Nella nostra Pozzuoli, un’altra assurda storia di amore degenerato in perversione criminale. Un uomo di quaranta anni che dà fuoco alla sua compagna trentottenne incinta di otto mesi: di fatto ne ha incendiate due di persone. La bambina praticamente era pronta, era fuori, tant’è che i medici l’hanno fatta nascere, ed ora vive e sta bene.

Qualche giorno fa ho ricevuto un post su facebook. Dice così: Che poi il problema più grave non sono le unioni civili, ma le separazioni barbare. Non vogliamo certamente stabilire una priorità tra le due cose, o credere che ci sia un legame tra chi si oppone alle unioni civili e chi si fa protagonista di separazioni barbare. Però un nesso vogliamo provare a cercarlo tra la paura del diverso, la paura del nuovo, l’assenza di disponibilità ad accettare e riconoscere la libertà altrui, e la mancanza di una sufficiente educazione in materia di vita affettiva e sentimentale.

L’incapacità a separarsi da una relazione sentimentale, e a riconoscere la libertà altrui; o semplicemente a riconoscere l’individualità della vita emotiva altrui pur confermando e affermando l’esclusività di stare in una relazione di coppia, è cosa che può essere appresa, esercitata ed educata. E ci proietta nel rispetto e nella civiltà.

E invece no, il nostro uomo ha fatto tutto da sé: nella sua insofferenza e inquietudine ha letto un indizio; ha fatto il tribunale; ha emesso una condanna, ed ha dato luogo all’esecuzione della pena: il rogo. Non una compagna ha considerato, ma una strega malefica nell’incubo paranoico dell’ Inquisizione. E lui s’è fatto giudice inquisitore e boia. Il nostro uomo (ma questo è un uomo?) è regredito almeno di cinquecento anni (come giudice inquisitore), ma almeno di ventimila anni come barbaro boia.

E non siamo nemmeno (ancora) sicuri che questa volta si tratti della incapacità di accettare una storia finita. Forse questa volta il rivale non è un altro uomo, forse è solo il confrontarsi con una nuova realtà, forse è solo la difficoltà/incapacità ad accettare di non essere più al centro delle attenzioni della sua donna. Forse questa volta il rivale è semplicemente l’altro, il terzo. Che però in questo caso è il figlio che stava per nascere. E lui perde la centralità. E la vive come un distacco intollerabile. E reagisce in maniera barbara ad una separazione che è solo maturativa.

Ci chiediamo ora se quest’uomo (perché è un uomo, uno di noi) si renderà conto che è il procreatore di questo bambino, e se avrà mai la sensazione di essere il padre di questo bambino, e il desiderio di farlo. Ma che padre potrebbe essere uno che vive nella preistoria, ad almeno trentamila anni di distanza, in una condizione di barbarie emotiva e di comportamento? Che non ha posto alcuna barriera tra il suo barbaro istinto e la soppressione della sua donna.

“Per amor vostro”, la metamorfosi di Anna nella giungla delle relazioni familiari

È ancora aperta la riflessione e il dibattito se la camorra sia componente costitutiva della società napoletana (distorto –il dibattito- in genetica camorristica dei napoletani), che arriva il film di Gaudino/Golino a chiarirci le idee. O quanto meno a mostrarci uno spaccato di quali possano essere gli ingredienti, o i prodromi della camorra, gli elementi che la costituiscono e da cui si genera. Questo il film sembra mostracelo, o suggerircelo, o almeno ci permette di pensarlo, non tanto in termini storico sociologici, ma in termini di condizione umana. Per amor vostro è la storia della metamorfosi di una donna all’interno di una giungla, in un percorso infero (citato tra l’altro nel film…per me si va nella città dolente..) fatto dal peggio delle relazioni familiari. In effetti cosa sono le relazioni familiari, se non il mondo di un essere umano, la matrice costitutiva di un essere umano alla sua nascita e dopo. La matrice familiare è il codice fondamentale e fondante di una vita e di una identità. Quella di Anna è una matrice impazzita, un caos, senza ordine, senza codice: sorelle che vanno in galera per i fratelli, genitori che vendono i figli, figli contro padri e figlie contro madri. Capasciacqua e angioletto che vola, sono le rinominazioni per i mondi inferi nei quali Anna si addentra, abissi anziché luce, come una pianta che non si sviluppa verso l’alto, ma verso il basso di mondi nascosti.                                    Una metamorfosi al cui centro troviamo l’usura (Anna capasciacqua, Anna l’Usura e Anna il Coraggio) , un cancro che mangia chi ne è colpito: l’esperienza di essere fagocitati da un simile prossimo (anche qui, ribaltato completamente l’ Ama il prossimo tuo come te stesso). L’usura è una sorte di colpa, dannazione, peccato originale che non si estingue mai, e ti lascia solo quando ti ha spolpato tutto. È la vita che va al contrario, e il count down inesorabile di una vita che ha imboccato la porta del l’inferno. Non c’è salvezza.                      E allora traffici, affari, menzione, minacce, soprusi, implorazioni, emozioni e sentimenti che in un istante si ribaltano nel contrario, scatti improvvisi di ira e violenza, la vita vale poco, solo impulsi primordiali e caotici. Ecco, quando questo si struttura, si organizza e diventa un sistema di vita, nasce la camorra- un sistema di vita, palafitte su una palude. È con questo fango che si fa, si antropomorfizza, la camorra. Certo non la camorra aurea dei colletti bianchi, ma quella volgare, degli operai. Con questo fango si fa la camorra, e a Napoli ci sono fabbriche, e gli effluvi si spandono per la città, e ci sono bravi imprenditori. Almeno dobbiamo provare a ridurre questa materia prima..

Anna Capasciacqua, usura e coraggio, da ostaggio di tutti e oggetto intercambiabile, al culmine diventa il pegno per riscattare con la sua morte un debito usuraio (l’illusione – del seduttore/tentatore, ma povero diavolo – di riconquistarsi/ricomprarsi la vita, sempre mangiandosi la vita di un altro umano).                   Anna riesce ad attraversare e in qualche modo a metabolizzare il suo fango: ma Anna non è un lombrico che mangia fango, è un essere umano, donna madre del sordomuto, che fa la suggeritrice di parole, parla la lingua dei segni, e inventa continuamente, reinventa, la realtà. Sta trovando il suo codice. Certo, per questa metamorfosi ci vuole una grazia di partenza, una virtù eroica come il coraggio (della disperazione), e l’intervento del miracolo finale, il vero elemento soprannaturale ospitato in questa città. Il miracolo come aspetto oleografico e folcloristico, ma anche come reale e autentico riferimento al soprannaturale, come effettiva necessità di forze oltreumane e divine per completare il processo di trasformazione ed accedere a nuova vita emotiva colorata.

Smettere di fumare, come vincere la dipendenza e vivere più a lungo

Fumare può essere un piacere, e questo è innegabile. Che rimanga tale e lo si chiami ancora “sfizio” dopo dieci/quindici anni a 15 sigarette al giorno, e senza poterne fare a meno,  è solo un autoinganno, perché:  le conseguenze sono certe (affanno, tosse, bronchite, alito cattivo, ecc.ecc.), i rischi sono definiti (bronchite, enfisema, cardiopatie, tumori, ecc.ecc.), e il nome è preciso: Tabagismo.
Il tabagismo (l’abitudine di fumare 15 o più sigarette al giorno, da dieci/15 anni, senza poterne fare a meno per più di due ore, con evidenti effetti collaterali  (cattivo odore, tosse, ecc.ecc.), è una malattia cronica, e per smettere di fumare può essere necessario un intervento ben definito, con una metodica sperimentata e sotto il controllo del medico.
Ed è quello che si fa all’Ospedale S.Gennaro di Napoli, presso l’Unità Operativa Complessa di Cardiologia e Riabilitazione Cardiologica, diretta dal Dott. Mario Mallardo, dove è operativo già da circa quindici anni il Centro Antifumo. Abbiamo incontrato il responsabile del centro, il dott. Cosimo Fulgione, cardiologo, al quale abbiamo rivolto alcune domande e chiesto informazioni.
La prima domanda, banale e semplice: “Perché smettere di fumare?”
il dott. Fulgione ci risponde: “Il nostro slogan è  NON SOLO PIÙ ANNI  ALLA VITA MA PIÙ VITA AGLI ANNI. Il punto non è soltanto quello di vivere più a lungo, ma di vivere bene e meglio gli anni della nostra vita, e con una maggiore capacità di reazione dell’organismo ai malanni anche più semplici.. Per un fumatore cronico, a sessant’anni, può essere molto complicato e lungo superare un raffreddore o una influenza invernale”.
Questa volta  una domanda pratica “Quali sono i vantaggi per chi smette di fumare?  ” A dire il vero pochi smettono di fumare da soli, per una pura spinta salutista: si decide di smettere di fumare perché si hanno avvisaglie : respiratorie, cardiologiche, di riduzione della libido. Per iniziare un trattamento per la disassuefazione dal fumo di sigaretta, occorre una certa dose di volontà ( bisogna sceglierlo e deciderlo), e una dose di necessità ( le avvisaglie di cui parlavamo). Smettere di fumare  migliora la circolazione sanguigna e la capacità polmonare entro i primi tre mesi; entro nove mesi diminuisce la tosse, la fatica e l’affanno, e migliora la resistenza alle infezioni grazie alla recuperata funzionalità delle vie respiratorie; riduce entro un anno il rischio di malattie cardiache rispetto ai fumatori; entro dieci anni si riduce il rischio di tumore polmonare e si dimezza quello della bocca e dell’esofago. Per non  parlare poi del miglioramento delle nostre  performance fisiche ( camminare, correre, nuotare, fare l’amore), del miglioramento  estetico (puzziamo di meno, noi, i nostri indumenti e il nostro ambiente, la pelle si fa più luminosa), del rinnovato piacere di sentire gli odori e i sapori,  ed infine  il vantaggio/risparmio economico (c’è chi riesce a risparmiare anche 200/300 euro al mese – la rata di una macchina, o di una vacanza). Insomma, più vita agli anni…..ma anche più anni alla vita.”                                                                                                                         Benissimo, ci sta convincendo! Adesso ci può parlare dei corsi che organizzate per smettere di fumare, può darci qualche informazione?
” Certamente. Tendiamo a chiamarlo  Corso, ma in realtà è assimilabile ad un vero e proprio intervento o trattamento terapeutico, pedagogico sanitario,  che si svolge in ambiente sanitario ospedaliero. Naturalmente non in reparto, ma in una sala riunioni, attrezzata con tavolo, sedie, e lavagna luminosa. Il corso si effettua in gruppo, composto generalmente da 15 a 20 persone, e dura cinque settimane. Prima della terapia di gruppo, viene effettuato un colloquio individuale, dove viene praticata una raccolta anamnestica, una visita completa, vengono effettuati dei test e viene misurato l’ossido di carbonio nell’aria espirata. E’ questo anche il momento dove si decide l’eventuale utilizzo di una terapia farmacologica di supporto. Durante lo svolgimento del corso  vengono fornite informazioni, prescritta una dieta, e dettate alcune semplici regole di comportamento da seguire durante tutta la durata del corso. Altri elementi importanti sono : la comunicazione in gruppo per il sostegno reciproco, l’utilizzo di tecniche corporee e di respirazione, per ripristinare la dinamica respiratoria ed affrontare le reazioni dell’astinenza, ed infine la testimonianza di persone che già l’hanno fatto con successo. Ci tengo a sottolineare che lo spirito di gruppo che si realizza, il senso di solidarietà e sostegno che in alcuni si fa trainante, è sempre un’esperienza entusiasmante, emozionante e di grande vitalità. Si, di recuperata e migliorata vitalità”
Un’ultima questione. Questo è un corso per la disassuefazione dal fumo di sigaretta, vi occupate degli aspetti biologici, della sostanza, degli effetti nocivi del fumo e degli effetti dell’astinenza, ma può dirci qualcosa anche della dipendenza fisica e psicologica?  “Mi sento di dire che c’è una specifica personalità del fumatore,  generalmente chi fuma sviluppa o manifesta alcuni atti specifici: la ridotta capacità a tollerare l’ansia da distacco ed atri sintomi di astinenza (irritabilità, cefalea,  dolori muscolari, insonnia, etc.),  aumentare la dose, soprattutto nei momenti di difficoltà, sviluppare dei rituali a cadenza (caffè e sigaretta; alzarsi per fumare; ridotta capacità di attenzione e talvolta iperattività). Sicuramente il fumatore sviluppa un’immagine di sé “blindata” dentro il circuito della sigaretta, da cui è difficile separarsi Alcune volte facciamo un semplice test, chiediamo ai partecipanti di immaginarsi come non-fumatori: alcuni non ci riescono assolutamente, hanno una barriera, paura del cambiamento, altri riescono ad immaginarsi come non fumatori. I secondi hanno una possibilità in più di finire il corso con successo.”
Fantastico, bellissimo test. Ringraziamo il dott.Cosimo  Fulgione  per la disponibilità e la chiarezza, e vi segnaliamo che maggiori informazioni sui corsi (il prossimo partirà nella seconda quindicina di ottobre), sulle date per i colloqui/visite preliminari potete riceverle telefonando al numero  081- 2545081 – Centro Antifumo-Ospedale S.Gennaro di Napoli

Quando il Piacere diventa dipendenza psicologica

In un precedente articolo, introducendo l’argomento della dipendenza affettiva nella coppia, le parole chiave su cui abbiamo puntato l’attenzione sono state dipendenza fisiologica, sicurezza, appartenenza, processo di autonomia, distacchi, mancanza, e ansia da abbandono. Oggi parliamo di alterazione della dinamica piacere-dispiacere nei casi di dipendenza, e per illustrarlo più chiaramente e semplicemente, faremo riferimento all’assuefazione da fumo di sigaretta (che è una delle innumerevoli dipendenze), per tornare poi a quello che succede nella vita delle coppie.

Partendo dalla dipendenza primaria (quella del bambino da sua madre, dipendenza totale e necessaria per la sopravvivenza), possiamo dire che ogni dipendenza è legata ad un bisogno (mangiare, coprirsi, pulirsi), e il soddisfacimento di questi bisogni (la soddisfazione dei bisogni) si accompagna e si lega ad un piacere. Il senso di fame (in un neonato come in un adulto) crea una tensione fastidiosa (che nel neonato può essere angosciante e devastante) :soddisfare il bisogno di mangiare e placare la fame, è accompagnato e si associa ad un piacere (chi non conosce l’espressione di estasi di un bambino dopo essere stato allattato!!)

Dal meccanismo bisogno-piacere, al meccanismo piacere-bisogno-dipendenza. Lo sviluppo di una dipendenza parte sempre da un piacere, dal senso di gratificazione dovuto alla soddisfazione del bisogno. Così, se nella prima infanzia è la soddisfazione di un bisogno che fa sperimentare il piacere, crescendo si comincia a sperimentare piaceri (giocare, guardare la televisione, andare in bici, nuotare, giocare a pallone, leggere, ascoltare musica o suonare, ecc.ecc.) che diventano, in qualche modo, bisogni (il bisogno di andare in bici, guardare la tv, suonare, giocare), e che poi possono diventare vere e proprie dipendenze (le ludopatie, la dipendenza patologica dal gioco, da internet, ecc.).

Dipendenze, oppure compulsioni, fino a vere e proprie assuefazioni. L’assuefazione avviene quando la dipendenza, cioè quel rapporto nuovo che si è creato tra il fare una cosa- il piacere- e il non volerne fare a meno, si stabilizza sulla sostituzione di una mancanza originaria. Per mancanza intendiamo la privazione di soddisfazione di un bisogno fondamentale, sperimentata nella prima infanzia: se c’è stata questa forte privazione, è come se ci fosse un buco nella struttura psicoaffettiva di una persona.                      Chi quindi è portatore di questa mancanza/privazione, con la soddisfazione sostitutiva racimolata dopo l’infanzia, trova il modo di compensare ciò che mancò. L’assuefazione è quindi il fissarsi di una gratificazione di cui siamo stati privati, però su un oggetto sostitutivo e spostato. Ci mancò il calore del seno materno e il senso di appagamento della sazietà, oggi troviamo sigarette o cibo o alcol o tv o ecc. ecc. Il meccanismo del fumare è più o meno così, e adesso vediamo come si altera e si inverte il meccanismo del piacere. Fumare nasce come un piacere, ed oltre ad essere un comportamento imitativo che ci fa sentire più adulti, ha anche una componente di piacere sensuale e sessuale. Fumare è voluttuoso, è l’esibizione di una voluttà, di una sessualità in transizione tra l’auto erotico e la sessualità pronta ad essere sperimentata con l’altro, tipico della fase di passaggio puberale adolescenziale ( come non pensare alla forma fallica della sigaretta; alla brace, come un anatomico faro che brilla nella notte; al fumo, come a un segnale a distanza; oppure l’uso pronunciato della bocca, delle mani: tutti messaggi con una chiara componente sessuale).

In adolescenza coincidono il passaggio ad una sessualità eterodiretta, ed il momento in cui sì inizia fumare, ed oltre alla componente imitativa, la gestualità dell’atto del fumare, e le sostanze chimiche sono, al tempo stesso, stimolanti e placatori di ansia. Insomma, tutto avviene ed inizia all’insegna del piacere, della novità, della scoperta, del crescere, e del proibito. Poi, con l’andare del tempo, di tutto ciò non rimane che un vago ricordo, e fumare diventa un’abitudine, lo si fa per conformismo, e spesso compulsivamente, senza rendersene conto. E non è più neanche un gran piacere. Ma soprattutto, ad un certo punto, non se ne riesce a fare a meno, e diventa difficile farne a meno ( questo costerebbe tensione, ansia, irritabilità, difficoltà di concentrazione). In realtà comincia l’assuefazione alla sostanza, ma ancor di più l’appiattimento della soddisfazione. Ed è su questo punto che la maggior parte delle persone dice (credendoci) che fuma perché gli piace, ma in realtà fuma per non sentire la sgradevolezza del non farlo. I più credono di fumare per piacere, ma in realtà fumano per non sentire il dispiacere e la tensione provocato dalla mancanza di sigaretta.        E così si inverte del tutto il meccanismo piacere dispiacere: credi di fare una cosa perché ti piace, ma in realtà la fai perché il non farlo ti farebbe soffrire. Questo vale per tutte le dipendenze, e capita anche nelle relazioni di coppia con una forte componente di dipendenza: in realtà la soddisfazione di quella relazione si è appiattita, e ti ostini a stare con una persona perché credi di starci bene, che sia la persona per te, ma in realtà la cerchi solo perché non vuoi star male separandotene. Perché ti sentiresti troppo smarrito e non lo sopporti.

Vedremo prossimamente questo meccanismo invertito del piacere, e quali risvolti assume nelle relazioni sentimentali caratterizzate da forte dipendenza.
Ultima cosa: fumare provoca conseguenze dannose per la salute (fa male!!)…. e in un prossimo articolo vi dirò come fare per smettere di fumare.

La “mission impossible” del rientro delle vacanze: i consigli da seguire

Finito  il periodo di vacanze estive, vogliamo provare a dare alcuni suggerimenti per affrontare al meglio la ripresa delle attività ordinarie e lavorative. Nel fare ciò vogliamo però considerare due categorie di vacanzieri. Quelli che hanno scelto le ferie in continuità con le abitudini e i ritmi cittadini (spiagge affollate, file ai ristoranti, musica fino a notte fonde, traffico, ecc.) e coloro che per le vacanze hanno fatto una scelta di distacco e di sospensione delle abitudini quotidiane (spiagge isolate o sentieri di montagna, ritmi naturali, silenzio e “scollegamento” dai principali strumenti di connessione e comunicazione). I primi al rientro avranno minori difficoltà, non si sentiranno particolarmente spaesati, mostrando una grande capacità di adattamento. I secondi, considerando la discontinuità, si troveranno a dover ricalibrare i ritmi comportamentali e psicologici, con quello che avevano lasciato prima di partire. Questi secondi saranno quelli più in difficoltà e che quindi avranno più bisogno di qualche suggerimento. Anche se al rientro un po’ tutti devono faticare a rimettersi nel tran tran quotidiano, la difficoltà per i secondi consiste nella maggiore sensazione di estraniamento che li assale, dovuta alla ricomposizione delle parti interne del sé. Ricomposizione avvenuta nel tipo di vacanza scelta, di quelle parti del sé che sono frantumate dal logorio della vita cittadina. Infatti, quando crei lo stacco estivo, e ti allontani da una condizione di vita che una volta si chiamava di alienazione, ma oggi potremmo definire di segmentazione, frantumazione e parcellizzazione del ‘io, cominci a riassaporare il senso di unità dell’ identità e di serenità con te stesso, e di poca naturalezza della vita che quotidianamente si svolge.

Al rientro, questa tipologia di persone, dovrà affrontare e tollerare l’inevitabile e spiacevole processo di frammentazione del identità, che avviene in tempi rapidi. Questi è come se avessero riportato indietro una parte di sé ricomposta, come un oggetto molto fragile che va (ritorna) facilmente in frantumi.

I suggerimenti che proponiamo serviranno a rendere meno traumatico il processo di frammentazione, per cercare di rallentarlo, e conservare ancora un po’ quel piacevole senso di sintonia con se stessi.

Adesso non sappiamo se i secondi – numericamente inferiori ai primi- rappresentano una sparuta minoranza o invece sono un sommerso numero significativo. In ogni, poiché in ciascuno di noi vi è una parte che spinge alla dissipazione e una parte che cerca il raccoglimento, crediamo che i suggerimenti che seguiranno potranno essere utili per tutte due le categorie.
Lo stress da rientro si manifesta sia con segni negativi: apatia, demotivazione, insoddisfazione, stanchezza e tristezza, ma anche con aspetti positivi: sentirsi ricaricati, creativi, propositivi e disponibili alle relazioni e a nuove conoscenze. Un semplice breve elenco di consigli:

  • Individuare le priorità delle cose da fare e non farsi prendere da qualsiasi stimolo. Non sovraccaricarsi.
  • Fare sport e continuare a concedersi delle occasioni di relax.
  • Dosare gli strumenti tecnologici (pc, tv, smartphone, ecc).
  • Curare la dieta e l’alimentazione.
  • Fare una breve pausa, stando fermi un attimo, anche 15 secondi, prima di uscire di casa la mattina, oppure al rientro, o anche prima di accendere il televisore.
  • Non riprendere a fare le cose alla velocità massima cercando di andare più veloce di tutti: si finisce solo con la sensazione di essere inseguiti.
  • Fare esercizi di respirazione controllata, stando seduto, anche solo per 5 minuti, con gli occhi chiusi, eseguendo una respirazione lenta, calma e prolungata.
  • Provare a non parlare mentre parlano gli altri, ma cercare di ascoltare veramente, e decidere se e quanto sia importante rispondere.
  • Staccare il cellulare quando si va a dormire, oppure, se arrivano messaggi, non andare subito a leggerli: forse siete stati in posti in cui c’era scarsa copertura di rete, e quindi i messaggi li leggevate la sera.
  • Cercate sempre di avere un libro a disposizione, riguardate le foto delle vacanze e dedicatevi alle persone care.
  • Infine, adesso che state meglio, non usate questo stato di forma per fare meglio le cose che vi fanno stare peggio!!

Madri terribili, il caso Levato: non punire ma aiutare per non nuocere

L’attuale caso della bambina allontanata dalla madre immediatamente alla nascita, e il susseguente dibattito che traccia linee di confine su diverse aree ( rispetto della maternità; maternità impraticabile; tutela del minore; diritto dei genitori; adottabilità, ecc.ecc.), ha il vantaggio di far parlare su un tema molto delicato – quello della maternità negativa, della maternità cattiva, della maternità patologica: una vera e propria antinomia per larga parte della sensibilità umana. Al contempo ha però lo svantaggio di mettere in evidenza solo l’Autorità di chi può decidere di intervenire in questi casi, con deformazioni in senso moralistico di soluzioni salvifiche. Voglio dire, è bene parlare di maternità difficili, peccato che non si parla di quello che si può fare per offrire sostegno alla maternità in difficoltà. Massimo Recalcati che è intervenuto sul caso specifico di Martina Levato (Repubblica 17 agosto), conclude affermando che nessuna Legge potrà mai riparare un figlio dai fantasmi dei propri genitori.

Intorno al caso di Martina Levato, si parla di maternità impraticabile, e di tutela del minore, e si parla anche di diritto dei genitori (e dei parenti). Un po’ meno si parla del diritto di un bambino a vivere nella propria famiglia, e, soprattutto, ancora meno si parla, delle risorse che un territorio può mettere a disposizione per sostenere, e supportare quest’impianto (che sembra prolungare in maniera indefinita la fase dell’impianto ovulare) – il permanere di un bambino nella propria famiglia.

Al di là di questo specifico caso, le situazioni di allontanamento dei bambini dai propri nuclei familiari per condizioni di estremo pregiudizio ad una crescita adeguata, e la conseguente dichiarazione di adottabilità da parte dei tribunali per i minorenni – sono inversamente proporzionali alle risorse dei territori (Servizi Sociali, Consultori, strutture di accoglienza, contributi economici, personale esperto), e alle politiche a sostegno della famiglie e dell’infanzia. Tornando quindi al nostro caso, la dichiarazione di adottabilità (da parte del Tribunale) è un atto dovuto quando i genitori si trovino in condizioni particolari di impraticabilità della funzione genitoriale (perché hanno meno di sedici anni, perché vi sono gravi inidoneità, o procreazioni incestuose, perché sono decaduti dalla potestà genitoriale, perché vi sono condanne penali di una certa entità, ecc.). Poi, dal punto di vista della procedura giuridica, è all’interno di una causa cosiddetta di adottabilità, che si dovranno vagliare le varie possibilità (affidamento a familiari, a terzi, collocamento in strutture, o adozione).

Nel caso Levato, se i genitori dei genitori ne faranno richiesta e risulteranno idonei, potrebbero diventare gli affidatari del piccolo, e non ci dovrebbero essere altre soluzioni, in quanto familiari entro il quarto grado, presenti e disponibili, (e quindi dovrebbero venir meno le condizioni di adottabilità). Il punto critico e delicato sarà la valutazione dell’idoneità dei nonni. Qui, appurare le condizioni di idoneità dei nonni –condizioni ambientali, materiali, psicologiche, educative – è reso molto più complesso dal fatto che non potendosi escludere il sussistere ed il permanere di una relazione tra il bambino e la madre (presente e futura, sia in maniera diretta che in maniera indiretta, attraverso il racconto, la presentazione, e la costruzione della storia familiare), si dovrà capire cosa i nonni pensano di quello che ha fatto la figlia (se ne colgono la gravità, o la giustificano o ne negano la gravità), e come questo lo trasmetteranno al nipote. Si dovranno valutare le capacità di questi nonni di costruire l’immagine della madre nei confronti del bambino, e la capacità di costruire un sistema familiare in grado di mediare, calibrare, filtrare, organizzare e rimodulare i contatti, le relazioni e le interazioni tra il bambino e sua madre, in maniera sufficientemente sana e ripartiva. Per valutare ciò ci vorranno diversi mesi. Con l’aiuto di strutture professionali preposte che dovranno sostenere il processo di crescita del bambino e della relazione con sua madre.

I giovani e il capitale della vita

Sembra che in quest’ultimo periodo abbiamo superato il tabù della morte. Ma forse non ce ne siamo accorti?
Sentiamo trattare il tema della morte con frequenza giornaliera: giornali, radio, TV – a pranzo, cena e colazione. Siamo costantemente e quotidianamente informati di morte. In particolare di morti di giovani, di ragazzi. Ci sono quelli che muoiono cadendo da una finestra o da un muretto, o perché hanno preso una pasticca, o perché hanno insidiato la ragazza di un’altro, straniero, o perché si uccidono in una guerra tra bande. Ogni giorno il conto. Tutti ragazzi. Tutti giovani. Tutti figli. Figli nostri. Tanti. Sembra il gruppo degli amici dei nostri figli. Potrebbero esserlo. Vicini o lontani che siano, o che siamo. Potremmo conoscerli tutti. E noi facciamo parte di quei genitori lì! Vicini o lontani che siamo.
Ma perché questo quotidiano bollettino, questo necrologio no stop?  Abbiamo superato il tabù della morte, o è un monito? Ma per essere un monito dovrebbe  essere comprensibile il messaggio, un messaggio forte e chiaro. Ma non lo è. Quello che prevale, è la reazione emotiva: orrore, senso di colpa e compassione. Questi sentimenti
primordiali però bloccano il pensiero e l’azione. E il da farsi. Sentimenti primordiali. Alle nostre latitudini sembra che noi siamo preda e prigionieri di sentimenti primordiali: sacrosanti e legittimi, ci mancherebbe, ma in qualche modo assolutori e consolatori, e troppo spesso risolutori. Ci areniamo e ci esauriamo nell’emotività. Senza rendercene conto, ci mettiamo la coscienza a posto. Una sorta di penitenza, che ci monda dalle responsabilità e dalle azioni per limitare, diminuire, prevenire queste morti.
Non so se le discussioni televisive aiutano a comprendere il perché. Emozioni primordiali e fiumi di parole, dove si dice tutto e il contrario di tutto: coriandoli variopinti che svolazzano. Sicuramente troppo poco è quello che si fa. Ma sappiamo fare qualcosa? Poco. Chi dovrebbe fare? Boh!!!. Anzi no, sappiamo benissimo chi dovrebbe pensare e fare. Ma siamo presi da altro. Come al solito. Siamo presi da altro e non ci accorgiamo dei nostri figli, di quello che gli serve. Li seguiamo poco. Crediamo di dargli quello che gli serve, ma c’è qualcosa che non quadra.

Sappiamo bene chi potrebbe pensare e fare, avere uno sguardo esperto e continuo: gli operatori del sociale, gli educatori, gli sportivi, gli psicologi, i creativi, i formatori, chi può ideare e creare occupazione. Però ci ritroviamo sempre i soliti Mangiafuoco, e le risorse sono ridotte o sprecate, e i progetti e i programmi sono discontinui, a macchia di leopardo, mal pagati e spesso affidati a persone poco esperte. Avremmo bisogno di azioni e programmi strutturali (educativi, di orientamento, di reale preparazione e introduzione al lavoro, di gestione del disagio e di inclusione sociale), affidati a persone esperte, che sanno quello che fanno. La società che non destina risorse per queste cose, che non dà valore ai giovani, assomiglia a quei genitori distratti, che non si accorgono e non hanno tempo per i figli. E come al solito, alle nostre latitudini, presi dalle emozioni, sprechiamo e disperdiamo i nostri capitali.
James Hillman, il noto psicoanalista di fama internazionale, che fu allievo di Carl Gustav Jung, in un suo libro (
L’anime del mondo) ha cercato di spiegarci che i giovani sono più vicini alla vita e più vicini alla morte, in virtù dell’estrema carica vitale ed esuberanza di vita. Non fanno i conti con la morte, con il limite che la morte pone a certi comportamenti e al naturale desiderio dell’azzardo, dell’avventura, dell’entrare nel buio. C’è tanta è tale vita, che il limite della morte diventa invisibile. Diversamente dagli adulti, i quali sentono la riduzione della carica e della spinta vitale,  imparano a fare maggiormente i conti con la morte, sono più propensi a preservare la vita e a stare attenti.
Alla fine però la domanda è: ma stiamo sfatando il tabù della morte, o siamo un pubblico che assiste a sacrifici umani?

La dipendenza affettiva nelle coppie

Abbiamo ricevuto da un lettore la richiesta di parlare della dipendenza affettiva, e cogliamo così l’occasione per dare inizio ad una serie di articoli ed affrontare il tema delle dipendenze in generale (dal fumo, dall’alcol, dalle droghe, dal cibo, dal gioco, dal web, ecc. ). Oggi ci concentriamo sulla dipendenza affettiva nelle relazioni sentimentali, introducendone l’argomento.
Cominciamo col dire che la dipendenza affettiva è un po’ come il colesterolo, o lo stress; c’è quella buona e quella cattiva. Quella che aiuta l’organismo a crescere e quella che lo intossica e gli fa male. In quest’introduzione ci manterremo in una fascia intermedia, parlando
intorno alla dipendenza affettiva fisiologica, di quegli aspetti che sono il segnale sia di una insicurezza personale, sia di una componente un po’ ostacolante nella vita di coppia- ma di un livello assolutamente migliorabile. Lasciamo al prossimo articolo la descrizione delle manifestazioni più gravi e patologiche della dipendenza affettiva.
Chiariamo quindi subito due punti. Primo, che la dipendenza affettiva è necessaria e vitale: grazie alla dipendenza affettiva noi individuiamo e stabilizziamo, durante la nostra infanzia, la fonte della nostra sopravvivenza, per mangiare, ripararci, essere curati, educati, crescere, ecc. ecc. Secondo, che la nostra crescita e il nostro sviluppo sono
cadenzati da fasi di progressiva crescente autonomia e indipendenza (svezzamento alimentare, cura di sé, autonomia personale e nelle relazioni, ecc.ecc.), in cui sperimentiamo l’esser lasciati a fare da soli, in una sapiente e calibrata riduzione degli aiuti. Questi due punti possono essere caratterizzati o dalle migliori condizioni del clima ambientale e del supporto emotivo del nostro datore di cure, o dalle peggiori condizioni del clima in cui cresciamo e di chi deve prendersi cura di noi. La qualità delle nostre relazioni sentimentali (in adolescenza e poi in età giovanile e adulta), e di come viene quindi vissuta la dipendenza affettiva, dipende dalle condizioni (positive o negative) in cui siamo cresciuti durante la fase di massima dipendenza, e da come sono stati attraversati e vissuti i vari momenti di passaggio e progressiva autonomia (da come abbiamo sciolto, o ne siamo rimasti imbrigliati, il legame con le principali persone che ci hanno accudito). Nel primo punto, la qualità della base sicura, determina la sicurezza e la fiducia in se stessi. Nel secondo punto, in base a come sono state vissute e incoraggiate (o scoraggiate) le progressive autonomie, svilupperemo la capacità ed il senso di quel delicato equilibrio tra appartenenza e individualità, stare insieme ed essere individui.

Già da questo, ciascuno di noi può auto valutarsi ripercorrendo le diverse esperienze che hanno caratterizzato i momenti di passaggio nella crescita, ed il clima emotivo generale con cui è stato aiutato o trattenuto, spinto o ostacolato, incoraggiato o scoraggiato.

Per ciascuno di noi, in una relazione di coppia (così come nelle prime fasi di vita affettiva), è importante sentirsi approvato, gratificato, incoraggiato e confermato; è importante avere la sicurezza della stabilità e della presenza dell’altro, anche nei momenti in cui ci si deve allontanare per fare le proprie cose personali. Quando però questa componente diventa eccessiva, spasmodica, totalizzante, e prevalente, siamo in presenza di una cattiva funzionalità della propria dipendenza affettiva, che rischia di intossicare il rapporto. Un rapporto deve essere gratificante, incoraggiante, approvante, sicuro e affidabile, ma devono essere tollerati al proprio interno, e non devono mancare, il confronto, il senso critico, la libertà di esprimere il proprio pensiero in dissenso all’altro, la propria differente individualità, senza dare troppo per scontato che l’altro ci sia sempre, comunque e per ogni cosa. Potremmo dire che deve esserci il 75% del primo ingrediente e il 25% del secondo. Se siamo troppo alla ricerca di approvazione e gratificazione dall’altro, il rapporto diventa fusionale e adesivo, chiuso; si satura, si blocca, non cresce, e può collassare (le coppie sempre azzeccate,a marcatura stretta). Se siamo troppo critici, disfattisti e distruttivi, instabili e inaffidabili, il rapporto si altera, non genera fiducia e solidarietà, ma frustrazione, rabbia, risentimento, e non cresce (né crescono i partner- le coppie cane e gatto, costantemente su un campo minato, o pronte a sfidarsi all’ultima minaccia). La miscela e la proporzione tra questi ingredienti, può risultare particolarmente esplosiva se la coppia è formata da due persone che hanno un forte bisogno di conferma, rassicurazione e di presenza dell’altro; oppure, se è formata da due persone ipercritiche, individualiste e allergiche all’impegno (persone fragili che hanno paura di perdere la propria individualità). La coppia che ha meno rischi di cadere nell’adesività o nell’ostile risentimento, è quella formata da due persone che sanno dosare gli ingredienti; oppure la coppia formata da una persona con aspetti di insicurezza, e una persona che sia più sicura. Una relazione sentimentale positiva può migliorare l’assetto psicologico della persona più insicura.

In conclusione, la dipendenza affettiva diventa ostacolante quando si ha difficoltà a sostenere i piccoli o grandi “distacchi” che nella vita quotidiana si presentano. Una telefonata o un messaggio che non arriva; ritardare ad un appuntamento; essere di diverso avviso su un episodio o un comportamento, possono diventare fonte di ansia e apprensione. Piccole cose, ma che possono essere vissute con un senso di minaccia o paura di essere abbandonati, trascurati, inadatti o colpevoli. L’intensità di questi sentimenti, il tipo di comportamento che si può innescare come reazione, e l’energia che assorbono nella nostra vita, definiscono il grado di problematicità della dipendenza affettiva. In condizioni ed in relazioni non patologiche di dipendenza affettiva, si può ricorrere a strategie di rinforzo, per vincere l’insicurezza e aumentare la fiducia e l’affidabilità. Attraverso un piano quotidiano di allontanamento controllato (stabilire che per alcune ore non ci si telefona; fare in modo che ogni tanto vi siano uscite indipendenti, ognuno con i propri amici; non collegarsi a facebook e non mandarsi messaggi per mezza giornata, ecc.ecc.), oltre l’insicurezza si può migliorare l ‘ansia di contatto ( o ansia di abbandono), e la fiducia nell’altro. Anche qui, come da piccoli, si tratta di non farsi paralizzare dalla temporanea mancanza della fonte di gratificazione certa. Fare questi “esercizi” è molto importante, perché ci si avvicina ad uno stile di vita più sereno, ed anche perché l’ansia di contatto/abbandono, e l ‘insicurezza, confinano troppo pericolosamente con i comportamenti di controllo. Ma questo è un altro argomento, per la prossima volta. Chiudiamo sottolineando che l’educazione ai sentimenti, trascurata in famiglia e quasi totalmente ignorata a scuola, è la migliore strada per prevenire e formare.

I bambini e il tempo delle vacanze scolastiche: consigli per i genitori

scuolaCon la fine della scuola, le vacanze scolastiche sono un’occasione di  svago, libertà  e tempo libero, ma anche un importante momento maturativo e di crescita per bambini e ragazzi: spesso sono più visibili i cambiamenti dopo i due mesi estivi, di quelli che avvengono nei  dieci mesi di studio.

La scuola è il luogo della formazione culturale, dell’educazione civica, delle regole, dello stare insieme, delle conoscenze e della trasmissione dei valori su cui si basa una società. L ‘estate è il tempo della formazione e dell’esperienza individuale, della creatività, dell’uscita dai recinti quotidiani, del sognare, viaggiare, conoscere.   Questo sin dalla tenerissima età se si ha la possibilità di viaggiare con i genitori; oppure dai dieci dodici anni con i campi residenziali estivi, in cui si sperimentano autonomia e  separazione prolungata dalla vita familiare; o, ancora più avanti  dai quindici anni con i college all’estero o gli Inter Rail “fai date”.

In questo senso, viaggiare è come la scuola,  dovrebbe essere obbligatorio e  darne  a tutti la possibilità.  Conoscere  altre genti, altri luoghi, altre lingue, altri  cibi e abitudini,  è una grande palestra e un allenamento per la mente: un vero e proprio vaccino  psicologico e socio culturale per l’apertura (di se stesso) e  la tolleranza (verso gli altri). Ma chiaramente non ci sono solo i viaggi.  In questi ultimi anni, anche per chi resta in città non mancano stimoli e iniziative  culturali (musica, teatro, arte, cinema),  di aggregazione e socializzazione. Napoli è una città d’arte e di storia, e per i più piccoli e i ragazzi, poter dedicare tempo alla conoscenza della propria città, è come fare un viaggio nel tempo e nelle culture.

Aumentano i campi estivi in città (ma non sono mai abbastanza), e lo sviluppo del turismo in questi ultimi anni, fa in modo che persone di altri popoli e culture, si incontrino sempre più spesso nelle nostre attività quotidiana.  Insomma, il momento delle vacanze scolastiche   “non è improduttivo o demolitore delle  conoscenze acquisite sui banchi di scuola, ma un tempo fertile,utile a facilitare a tutti gli effetti lo sviluppo della persona nella sua multidimensionalità” (come sostenuto dall’Ordine degli  Psicologi dell’Emilia Romagna).

Semplici consigli per i genitori: allentare le regole e rompere la routine  quotidiana; tollerare piccole trasgressioni e  favorire l’autonomia  con le diverse iniziative a disposizione;  vedere il lato buono dell’ozio e della creatività, ma soprattutto essere più accessibili per i propri figli, condividendo con loro maggiore tempo e attività, ed allentare  il formalismo  dei doveri quotidiani,  lasciando spazio all’affettività.

Quei figli contesi e le sentenze dei tribunali

figli contesiAbbiamo letto in questi giorni la vicenda di Benevento, sulla bambina contesa e tenuta segregata in casa da mamma e nonna, perché non volevano darla la padre, al quale il Tribunale l’ha affidata. Ma cosa si intende per figli contesi? E come si possono raggiungere livelli così disastrosi per i figli stessi? A partire da quali meccanismi si sfocia in situazioni del genere? La contesa dei figli, è una importante e grave disfunzione dei legami affettivi, e può essere considerata come una vera e vera propria sindrome a sé, nella più generale conflittualità che caratterizza molte separazioni coniugali. Il conflitto separativo diventa sempre più forte, e grave per i figli, quando aumenta la frustrazione dovuta alla delusione delle aspettative che i partner nutrono uno verso l’altro.

Questo accade in special modo quando la coppia si costruisce sulla richiesta di soddisfazione di bisogni egoistici, e su un continuo bisogno di approvazione, e non su un autentico scambio di sentimenti. In queste relazioni le personalità dei partner presentano tratti carenti, narcisistici, di immaturità e con livelli bassi di autostima. Così, sulla medesima base si costruisce sia la coppia, che il desiderio di un figlio: un bisogno personale non soddisfatto, la necessità di compensare una lacuna, una mancanza e una privazione personale. . Il figlio viene visto come qualcosa che può soddisfare un bisogno dell’adulto, e non viceversa. Un bisogno egoistico dell’adulto, più che un vero e proprio progetto di genitorialità, di accudimento, e di offerta di amore.

Per una coppia così formata, quando va in crisi e si separa, il fatto di dover dividere il figlio con l’altro genitore, viene vissuto inconsciamente come la perdita di una parte di sé, rinnovando quel senso di mancanza e vuoto profondo. In queste condizioni, appropriarsi del figlio, è un’azione che si fa senza esclusione di colpi, per cercare di mantenere integro il proprio senso di identità. Il conflitto si inasprisce e i figli sono contesi: sono disputati tra i due ex coniugi, anche a costo della lacerazione degli stessi figli, che vengono, appunto, dilaniati in questa contesa.

Qui assistiamo non alla pianificazione di un affidamento condiviso, ma ad un processo di autentica divisione del figlio, che probabilmente rischia di subire le stesse conseguenze psicologiche del genitore. Generalmente dietro ad un grave ed eclatante caso di “figli contesi”, vi è una seria problematica psicologica o psicopatologica. (Nel caso di Benevento, oltre alla descrizione del fatto dai contorni abnormi, si fa esplicito riferimento all’intervento del Servizio di Salute Mentale della Asl). E’ vero però che in tutti gli altri casi, in cui si combatte per l’affidamento, gli effetti di lacerazione sui figli, sono sempre presenti.

Qui ci sentiamo di rilevare e segnalare che l’inasprimento del conflitto sull’affidamento dei figli, troppo spesso si alimenta e si cronicizza nella battaglia legale, assorbendo una tale quantità di risorse ed energie, che se fossero dirottate ed impiegate in un trattamento psicologico, troppo spesso evitato, si potrebbe giungere a soluzioni e guarigioni, accettate da tutti e con più equilibrio, in tempi relativamente brevi, e che nessuna sentenza di Tribunale potrà mai garantire.

Diritti (e rovesci) dei minori

 

Nei giorni scorsi siamo stati testimoni di una particolare coincidenza. Da un lato le principali testate giornalistiche e televisive,  locali e nazionali, hanno riportato con giusto clamore la notizia di una sparatoria, con  ferimento grave, avvenuta tra minorenni, nel cuore di Napoli. Dall’altro lato c’è stata la garbata  e  discreta presentazione di un libro dal titolo  “Il diritto dei minori” (Edizioni Simone), opera di tre Magistrati napoletani della Procura minorenni di Napoli (dott. Piero Avallone,  dott.Nicola  Ciccarelli e dott.ssa Raffaella Tedesco).   La presentazione è avvenuta al Palazzo Toledo di Pozzuoli, alla presenza del  sindaco Figliolia, nonché di  operatori psicosociali, avvocati e magistrati .

A mettere insieme le due notizie, c’è  da considerare che, per quanto tutti siano portatori di diritti e di tutela, ci sono minorenni e minorenni: quelli coinvolti nella sparatoria  sembra che appartengano ad una diversa  dimensione spazio temporale. Somigliano di più ai soldati della guerra di Troia (Achille era giovanissimo quando lo temevano amici e nemici per le virtù guerriere), o più semplicemente ai nostri soldati della prima guerra mondiale (non è difficile derivare le età dalle  lapidi dei cimiteri dei nostri paesi di confine, e capire che era giovanissimi) – questo per dire che,  seppur ci sembra  atroce, diciassette anni è l’età giusta per fare la guerra. E quindi alcuni mostri minorenni fanno la guerra. Anche se nell’ epoca in cui viviamo tutti, questi diciassettenni dovrebbero stare a scuola, o ad imparare un lavoro.   Tanto, in una città come Napoli siamo abituati a realtà parallele: culturali, temporali, sociali, economiche.  In questa città convivono  settori di realtà parallele, e per un ragazzo basta poco (una strada, un’amicizia, una serata, una bevuta o una bravata) per  saltare da un epoca a un’altra, e perdersi senza poter tornare indietro.

Chi scrive ha lavorato per un periodo in un Istituto Penale minorile della città, e qui i ragazzi sembravano venuti su troppo velocemente, come quelle casa abusive costruite in una notte: più o meno funziona tutto, ma non sai bene che tipo di materiali sono stati usati, e gli impianti come sono stati fatti e  dove sono, per cui, se si rompe qualcosa, o qualcosa non funziona, non sai bene dove mettere le mani,  ed  è tutto un gran guazzabuglio.  A Napoli basta attraversare un quartiere per entrare in una scuola media e credere di essere in una scuola superiore, oppure attraversarne  un altro e credere di essere alle elementari: in ogni quartiere si cresce a una differente velocità. E nessuno riesce a sincronizzare gli orologi.

E veniamo alla presentazione del libro, a Il  diritto  dei minori.    Il sindaco ha posto subito problemi  pratici. La percezione dei problemi da parte  del primo cittadino : l’abuso di alcol a giovanissima età, il bullismo, la violenza tra ragazzi , reale  e virtuale:  comportamenti  al limite –sfumato –  con la microcriminalità.   Non  veri e propri reati, ma pur sempre  prodromi di quelle che potrebbero essere azioni penalmente rilevanti.  Quale sinergia quindi realizzare tra gli operatori delle diverse istituzioni per contenere  questi  fenomeni giovanili?  Alla domanda del sindaco,  fanno eco i Magistrati, evidenziando subito che  “non ci sono gli strumenti per realizzare gli obiettivi”,  e dal 1975 anno in cui si  è realizzata la chiusura dei riformatori, di fatto poco efficaci risultano essere la realizzazione di idonee  misure di rieducazione. Gli autori ci ricordano che l’unica legge vigente che viene applicata sulla condotta irregolare dei minorenni  (le cosiddette Misure Amministrative) è un Regio decreto del 1934;  e che in materia di esecuzione penale, è dal 1975 che si attende l’ordinamento penitenziario per i minori.  Per ora vale quello degli adulti.

Gli autori passano poi in rassegna  lacune e contraddizioni della legislazione minorile  (spesso troppo burocratica e tecnica, che finisce per allungare i tempi dei processi fino alla loro totale  perdita di senso – da minorenne a maggiorenne), e i ritardi  con cui vengono recepite le  emanazioni delle direttive europee  (equiparazione figli legittimi e figli naturali, difesa del minore vittima di reato). Qui si segnala che solo un rinnovato criterio legislativo generale, realizzato  in tempi appropriati e adeguati  alle emanazioni del Consiglio D’Europa, può favorire sia  il superamento di contraddizioni sociali ed educative, sia  una  più efficace sinergia tra tutti gli operatori minorili .

E quelle che oggi sembrano solo coincidenze,  potranno diventare proficui incontri ravvicinati tra chi sta su un pianeta e chi su un altro, a distanza di un quartiere, e far si che i diritti siano veramente uguali per tutti.

Lo yoga: un ponte tra passato e futuro

Mixed race woman practicing yoga in parkDomenica 21 giugno si è celebrata la giornata mondiale dello yoga, voluta dal premier indiano e ufficializzata dall’ONU.

Lo yoga è un complesso sistema di pratiche e credenze, che affonda le sue origini nella millenaria cultura orientale indiana. Lo yoga  concorre all’elevazione  e allo sviluppo dello spirito, oltre ad essere una via di superamento del dolore e della sofferenza, la cui causa risiede nell’ignoranza. Noi, occidentali europei moderni attuali, dello yoga prendiamo quasi esclusivamente la componente fisico ginnica (le posizioni, la respirazione e gli esercizi), per migliorare il nostro stato di salute generale ( postura, flessibilità, resistenza, rilassamento,ecc.).

Stiamo male quando domina l’ignoranza del corpo: cattive abitudini, blocchi muscolari, respirazione contratta, tensioni e dolenzie varie.                  Fare yoga, significa ripristinare una certa armonia del corpo, renderlo più efficiente, farlo funzionare meglio, in maniera più intelligente, e quindi meno sofferente.

Yoga è un termine che nelle sue radici etimologiche contiene il senso di “unione” e “giogo” (aggiogare, soggiogare). Pertanto, per raggiungere un certa armonia corporea, una certa integrazione ed unità psicofisica (superare il suo disordine e riportare una certa armonia),  è necessario operare un soggiogamento delle disordinate e disarmoniche tendenze e abitudini fisiche e psicofisiche.

Questo avviene attraverso la volontà, gli esercizi e le posizioni. Insomma, come per qualsiasi altra cosa, è necessaria una disciplina. La pratica dello yoga realizza il benessere e l’integrazione psicofisica, che produce effetti verificabili anche sul versante psicologico.  Di questo ultimo punto si parla poco, dando molto più spazio all’aspetto fisico, e qui proviamo a dire due cose sugli effetti psicologici dello yoga. La pratica dello yoga, oltre a prevedere esercizi (dinamici) , posizioni del corpo (le Asana, la cui caratteristica è data dal’ assenza di tensione nella staticità), e respirazione,  utilizza le posizioni delle mani (Mudra), e l’uso dei suoni (Mantra). I Mudra sono chiamati anche “sigilli”, in quanto chiudono ( o aprono), un certo specifico canale energetico.

Di fatto, Asana, Mudra e Mantra (posizioni del corpo, posizioni delle mani e ripetizione di suoni) possono essere considerati tutti quanti sigilli, o chiavi, e così  quando assumi una certa posizione del corpo, metti le mani in una certa altra posizione, ripeti un suono per un certo tempo, utilizzando una respirazione ritmata, tutta l’unità psicofisica è “sigillata” per consentire l’attivazione e l’evocazione di uno specifico  stato interiore.

Attraverso l’esercizio così articolato, il tuo corpo diventa una chiave di accesso a  certe dimensione interiore e, al tempo stesso,  un sigillo che non lascia passare altro mentre ti stai concentrando su uno specifico punto.

Lo yoga è un forte strumento per entrare in contatto, prendere confidenza e conoscere  parti di sè a cui non si è  abituati. Parti di sé ignote, che ci sfuggono o che non sono affatto sviluppate. È come quando, per esempio,  ti dai un proposito, vuoi essere fermo in una posizione e non c’è la fai perché non hai la forza, o non ne hai abbastanza le caratteristiche ( fare una dieta, smettere di fumare, non ricadere nelle stesse debolezze, non riuscire a dire di no agli altri,ecc. ecc. ).

Attraverso la pratica dello yoga,  sviluppi forza, stabilità e fermezza di base, entrando in contatto ed attivando  componenti psicologiche più specifiche. Al tempo stesso  si riorientano le tendenze, le inclinazioni, del proprio essere. Quindi, si attivano  e si rinforzano  aspetti del carattere, e si  inverte la tendenza di certe inclinazioni, debolezze o cattive abitudini. Solo questo  rende possibile il vero cambiamento, dando una diversa direzione alle proprie inclinazioni (indesiderate).

Questi sono  gli obiettivi psicologici cui si può lavorare attraverso lo yoga (sviluppo di parti nascoste, fermezza e cambiamento di inclinazioni), con una  pratica regolare e costante: un corpo armonico flessibile tonico e rilassato, e un carattere equilibrato, fermo e rinnovato: tali sono i primi ingredienti di un buon vivere e della felicità.

Chiudiamo citando il poeta Rainer Maria Rilke, che parlava dei muscoli costrittori spirituali. Ecco, lo yoga può essere una tecnica per rinforzare i muscoli costrittori spirituali, in chi li avesse deboli o un po’ flaccidi.

Se l’amore si fonda sulla morte del rivale

amore criminalePuò l’amore fondarsi su un patto criminale, attraverso l’eliminazione fisica (l’uccisione)  del rivale? attraverso il rogo, il dar fuoco per la scomparsa totale del terzo incomodo -come il fatto avvenuto ad Acerra.

Può l’amore manifestarsi e affermarsi possessivamente attraverso l’uccisione dell’amata? Può l’amore giustificare un atto estremo.

In entrambi i casi la risposta è NO. Senza se e senza ma. E la passionalità invocata per un atto criminale e di soppressione dell’atro, è una passionalità malata e disturbata, o arcaica e primordiale. E anche se si uccide per liberare la bella dalla bestia, Il postino suona sempre due volte. E non è tempo per una giustizia individuale.

Dobbiamo però ricordare che  il connubio e l’accostamento tra  amore e morte, esiste e non è assolutamente un accostamento remoto, a partire dalla coppia  Eros e Thanatos, di freudiana citazione. Amore e morte sono considerate le pulsioni fondamentali e la sorgente di energia  di tutta la vita psichica. E non bisogna ottusamente spaventarsi di quest’accostamento, ma conoscerlo e distinguerne i casi.

Amore e morte non sono disgiunti: che si tratti dell’amore di Cristo, o dell’amore di Giulietta e Romeo. Ma in questo caso l’amore si esprime sempre attraverso il sacrificio di sé. Mai si richiede la soppressione o la limitazione dell’altro.

Nelle forme più quotidiane e normali, nella vita di coppia e dell’amore sentimentale, il sacrificio si trasforma in solidarietà: il sacrificio della parte egoistica individuale, per sviluppare il senso di sé attraverso l’appartenenza e l’unione con l’altro. Questo è l’amore, a questo amore, vanno sensibilizzate, educate e orientate le giovani generazioni.

*Psicologo e psicoterapeuta