Il Festival “Le Vie dei Tesori” amplia i propri orizzonti: la manifestazione, che fino allo scorso anno coinvolgeva solo la città di Palermo, nel 2017 si allarga ad altre quattro città della Sicilia.

L’undicesima edizione dell’iniziativa si propone, ancora una volta, lo scopo di mettere in risalto il patrimonio regionale – sia quello materiale, sia quello immateriale – facendo sì che i turisti possano godere, fino alla fine del nel mese di ottobre, di ben duecento tesori da scoprire.

Dunque è un ottimo momento per concedersi un viaggio in Sicilia all’insegna della cultura e dell’arte.

Agrigento, Caltanissetta, Messina e Siracusa

Ad Agrigento l’evento ha permesso di scoprire ben 19 luoghi, e tra questi siti in cui in genere non è consentito l’accesso; tra gli altri, gli ipogei sotto il centro storico e, ovviamente, la Valle dei Templi.

A Caltanissetta, invece, sono stati 44 i luoghi coinvolti, tra musei nascosti, residenze storiche e abbazie. E, ancora, c’è stato spazio per i 29 luoghi di Siracusa, con biblioteche e cortili, ma anche i vicoli bianchi di Ortigia e un carcere borbonico che ha chiuso i battenti nella seconda metà degli anni Novanta.

Poteva mancare Messina? Certo che no: il festival ha rappresentato una preziosa occasione per rivivere i luoghi che sono sopravvissuti al terremoto che colpì la città sullo Stretto agli inizi del secolo scorso, ma anche i forti eretti per proteggersi dai nemici e le ville nobiliari, per un totale di 28 luoghi.

A Palermo…

A Palermo in tutto i luoghi aperti alle visite sono stati (e saranno, fino al prossimo 29 ottobre) ben 120; in più nel capoluogo è prevista anche l’organizzazione di un Festival Kids, vale a dire una particolare declinazione della rassegna rivolta ai più piccoli, con più di un centinaio di tour urbani guidati da accademici, urbanisti, botanici e storici.

E non è finita qui: da non perdere anche gli spettacoli teatrali e un percorso interamente incentrato sul cinema, che permette di visitare le location che in passato sono state scelte come set per le riprese di pellicole storiche, tra cui il “Gattopardo”.

In collaborazione con Piano City, poi, si terranno diversi concerti musicali in luoghi non convenzionali, mentre atelier di artisti e gallerie private saranno aperti in virtù di un Itinerario Contemporaneo.

Nel novero dei luoghi di Palermo che è possibile visitare rientrano, tra l’altro, il Palazzo delle Poste, una sorta di museo futurista che accoglie le tele realizzate da Benedetta Cappa Marinetti, e l’Uscibene, un castello normanno pressoché dimenticato.

Meritano di essere scoperti, inoltre, la Casina Cinese e i qanat: la prima rappresenta un’eredità del Regno delle Due Sicilie, mentre i secondi non sono altro che i cunicoli arabi.

Ma in questo viaggio a ritroso nel tempo sono mete obbligate anche la villa nobiliare il cui salotto fu riprodotto dallo Zar Nicola I a San Pietroburgo, la grotta dell’Acquasanta ritenuta miracolosa, l’archivio storico (che accoglie il documento cartaceo più antico di tutta Europa), le catacombe paleocristiane e gli oratori serpottiani.

Una scelta vastissima

Come si può notare, a Palermo e non solo le possibilità di scelta sono pressoché infinite: che si opti per i fortini che un tempo proteggevano Messina, per il Miqveh nel quatiere ebraico di Siracusa, per l’azienda dell’amaro Averna situata a Caltanissetta, per il Teatro Ellenistico di Agrigento o per le camere dello scirocco di Palermo, si può essere certi in qualsiasi caso di prendere la decisione giusta.

Parlare con un operatore, l’utente preferisce il computer (?)

Parlare con un computer è meglio che parlare con gli uomini. E’ quanto emerge da un’indagine realizzata da Kayak. Navigando su  internet ed accedendo ai diversi portali è ormai comune trovare un messaggio che ci chieda di inserire dei termini di ricerca. Ed in pochi secondi quello che cerchiamo è a portata di mano.

E’ il chatbot, un software in grado di rispondere ad ogni esigenza indicando il termine di ricerca nello spazio apposito. Dal prodotto di cui abbiamo bisogno sugli shop online ai più avanzati sistemi di assistenza, i chatbot sono in grado di rispondere ad ogni tipo di esigenza in maniera celere. Quante volte per parlare con un operatore siamo stati costretti ad aspettare anche trenta minuti. E la risposta? Le faremo sapere. Insomma non proprio il massimo.

Insomma se un operatore ”umano” non può essere preparato proprio su tutto, il risponditore virtuale, grazie all’infallibile memoria, spesso è in grado di fornire un livello di assistenza personalizzata senza dubbio migliore. E se credete che un operatore virtuale non sia in grado di migliorare con il tempo, vi sbagliate di grosso. Registrando le richieste che più spesso vengono formulate dagli utenti, il chatbot riesce ad affinare con il tempo le risposte fino a diventare il  problem solver perfetto.

Parlare con operatore virtuale: ci possiamo fidare?

Fino a quando possiamo mettere nelle mani di un operatore virtuale le nostre necessità? A rispondere a questo quesito è Kayak, il noto potale di prenotazione di viaggi online secondo il quale oltre il 54% dei soggetti preferisce il mezzo informatico “per la disponbilità 24 su 24 che è in grado di fornire.

Una percentuale di un utente su quattro, inoltre, preferisce parlare con un operatore virtuale perché considerati addirittura più validi rispetto all’operatore tradizionale.

Un fenomeno destinato a crescere

Quello degli operatori virtuali è un settore sempre più in crescita. I costi minori, rispetto alle classiche modalità di assistenza, porterà ad un continuo sviluppo del fenomeno nel nostro paese ed all’estero. Insomma gli operatori virtuali sono destinati a farci compagnia sempre di più nei prossimi anni.

Già da anni Apple ha mostrato di puntare molto sul settore realizzando il suo HomePot, un cilindro a cui  è possibile chiedere qualasiasi cosa. Si tratta di Siri, il programma in grado di rispondere ad ogni richiesta, dalle più semplici alle più elaborate, del tipo: “Come sarà il meteo oggi?” o “mi accendi il riscaldamento?”

Ma la concorrenza non ha perso tempo ed Amazon e Google hanno già messo in campo, per ora solo in  inglese, l’operatore virtuale, o meglio il chatbot già molto avanzati. Ma nonostante la tecnologia corra, una significativa ritrosia nel parlare addirittura con il proprio smartphone ricevendo le informazioni, figuriamoci con un software senza aspetto fisico.

Tasse, anche l’Ocse punta il dito contro l’Italia

Fisco opprimente e burocrazia lenta sono da sempre considerati due dei grandi mali dell’Italia, elementi di ostacolo a un pieno sviluppo del nostro Paese. Certo, i tentativi di riforma non mancano, come racconta con puntualità il sito fissovariabile.it, che ha dedicato una sezione proprio agli approfondimenti su tasse e burocrazia, ma il ritardo con gli altri Stati europei sembra essere sempre più evidente. 

L’analisi dell’Ocse. E a dirlo non è solo l’esperienza comune, ma anche gli studi e le indagini svolte a vario livello; l’ultima porta in calce una firma autorevole, quella dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico di sede a Parigi, che di recente ha puntato il dito contro il peso del Fisco e dei contributi sulle buste paga degli italiani, ritenuto eccessivo, provando a stilare una comparazione tra le 34 nazioni che raggruppa. Anche se, come si legge nelle premesse del documento, confrontare i Paesi su scala mondiale per valutarne la tassazione fiscale non è semplice, anche perché le leggi in materia cambiano a seconda delle giurisdizioni nazionali e perché, ad esempio, le aliquote fiscali non sono ugualmente applicate tra i membri della popolazione.

Il peso delle tasse in Italia. Comunque, guardando i risultati sottolineati dall’analisi dell’organizzazione, l’Italia è al quinto posto nella classifica che valuta appunto il peso delle tasse sui salari, guadagnando posizioni rispetto al passato e raggiungendo il podio quando si prendono in esame i costi a carico delle famiglie monoreddito. Colpa del “cuneo fiscale”, ovvero l’indicatore che misura l’impatto del fisco sul reddito totale di una persona fisica, prendendo in considerazione non soltanto le imposte che gravano in maniera diretta sul reddito. ma anche dei contributi previdenziali e sociali e delle tasse versate dai datori di lavoro.

Il cuneo fiscale grava sui lavoratori. Nello specifico, secondo i calcoli dell’Ocse, nel nostro Paese il cuneo fiscale per un single senza figli è complessivamente al 47,8 per cento, contro una media europea al 36 per cento, quindi superiore di oltre dieci punti percentuali. E, come accennato, ci sono contesti dove la situazione è ancora più critica, visto che il nostro cuneo fiscale per una famiglia monoreddito con due figli è “medaglia di bronzo” in Europa, con il 38,6 per cento, superiore di 12 punti alla media Ocse (che appunto si ferma al 26,6 per cento).

L’Ocse conferma: tassazione molto alta. L’analisi dell’organizzazione fa luce anche sul costo del lavoro medio per ogni singolo lavoratore: nel nostro Paese si arriva oltre 52 mila euro, dato superiore alla media dell’area Ocse (che è oltre i 47 mila euro); ma il salario medio lordo nazionale è di poco meno di 40 mila euro, e sono tassati del 31,1 per cento contro il 25,5 per cento della media Ocse. Si tratta del diciassettesimo costo del lavoro più alto tra i 34 Paesi dell’area Ocse, un risultato non certo incoraggiante.

Piccola speranza. A questo poi va aggiunto il carico che grava sulle spalle delle imprese, i cui contributi rappresentano circa un quarto del totale (per la precisione, il 24,2 per cento), mentre quelli dei lavoratori pesano per il 7,2 per cento e la tassazione sul reddito, infine, incide per il 16,4%. Lo studio dell’Ocse traccia un’unica, piccola fiammella di speranza: il cuneo fiscale in Italia è diminuito rispetto al 2015 di 0,1 punti percentuali per le famiglie e di 0,08 per i single, che sono cifre apparentemente millesimali ma che almeno tracciano una direzione (nello stesso periodo, poi, in Finlandia e Francia le riduzioni sono state ancor più risicate, per fare dei paragoni).

Risparmio, italiani confermano il profilo basso

La sicurezza prima di tutto per gli italiani, che come emerso dallo studio di www.investire24.it si confermano essere popolo di investitori oltremodo prudenti. Da sempre gli investitori del Bel Paese mostrano una tradizionale predilezione per strumenti finanziari e di investimento sicuro. Tra le scelte più comuni ci sono sicuramente le Poste Italiane.

La compagnia rappresenta tradizionalmente un punto di riferimento per chi non vuole incorrere in rischi eccessivi. La scelta delle soluzioni offerte da Poste, sia di investimento che assicurativi, oggi è ancora più agevole grazie agli innovativi servizi in rete.

Le opinioni degli investitori sono molto positive ed associano gli investimenti postali ad approdi sicuri per il proprio denaro. Per quanto riguarda le quotazioni in Borsa, Poste Italiane ha dimostrato già dal debutto, avvenuto nel 2015, di essere una realtà solida ed in continua crescita sia a breve che a lungo periodo.

I Buoni Fruttiferi Postali

Quando si tratta di investimenti sicuri il pensiero non può non andare ai BFP. Da sempre considerati come uno degli investimenti prediletti dagli italiani, i Buoni sono in grado di garantire margini di sicurezza più che soddisfacenti anche se a prezzo di guadagni non proprio elevati.

Per i Buoni Fruttiferi Postali a diciotto mesi, ad esempio, il margine di interessi è quasi nullo mentre cominciano ad essere più interessanti i guadagni riconosciuti per quelli a medio e lungo termine. A tutto ciò si aggiunge una tassazione agevolata. Insomma un investimento sicuro, ma con una remunerazione interessante solo in particolari condizioni.

I conti deposito

Anche gli istituti di credito sono in grado di offrire valide opportunità di guadagno a rischi ridotti. E’ il caso dei conti deposito, uno dei prodotti più scelti per chi intende mettere a riparo i propri risparmi dalle turbolenze del mercato. C’è da dire, però, che al pari dei Buoni, anche i conti deposito hanno subito un calo dei rendimenti negli ultimi anni. Un fattore che si accompagna alla tassazione sulle rendite finanziarie che ammonta, ormai, al 26%.

Insomma fare affari con i conti deposito non è così semplice alla situazione attuale. E spesso gli istituti di credito che offrono i margini di guadagno migliori sono quelli in maggiore difficoltà. Sottoscrivendo questa tipologia di prodotto si va incontro, in pratica, ai rischi di insolvenza anche con le garanzie del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi.

Pronto Contro Termine

Anche in questo caso non si tratta di soluzioni particolarmente soddisfacenti per ragioni molto simili ai conti deposito. Margini di guadagno ridotti al minimo e tassazione riducono al minimo la remunerazione.

Mercato immobiliare, al Sud i tassi per comprare casa sono più alti

Un risveglio parziale o la fine della crisi? Gli osservatori sembrano divisi nell’interpretazione degli ultimi dati relativi al mercato immobiliare in Italia, che ha chiuso il 2016 con secondo anno consecutivo di trend positivo dopo la recessione. Eppure, guardando con attenzione alle dinamiche si nota qualche inevitabile differenza territoriale, e soprattutto si scopre che i tassi al Sud restano più alti rispetti al resto d’Italia.

Cosa dicono i dati dell’Agenzia delle Entrate

Nell’ultimo Rapporto Immobiliare residenziale 2017 realizzato dall’Agenzia delle Entrate in collaborazione con l’Abi, infatti, si fa il punto sullo stato di salute del mercato nel nostro Paese: secondo il report, come accennato, l’anno 2016 si è chiuso con 246.182 transazioni effettuate tramite un prestito ipotecario, il 27,3% in più di quanto segnato nel 2015. Ovvero, un rialzo consistente, che è stato superiore al 25% in tutte le aree del Paese.

Ma il mercato al Sud cresce più lentamente

Più in dettaglio, però, la percentuale più alta di questo trend si è localizzata soprattutto nei capoluoghi del Nord-Est, +32,4%, mentre il Nord-Ovest è stata l’area nella quale le compravendite assistite da mutuo sono state maggiori, vale a dire il 36,7%, seguita dal Centro con il 22%. E il Sud? Ancora una volta indietro, con regioni come il Molise e la Calabria in cui il mercato delle abitazioni nel 2016 cresce meno rispetto al 2015.

Inversione di tendenza a Palermo

Anche gli ultimi aggiornamenti che arrivano dal comparto, con i volumi registrati nel primo trimestre del 2017, non cambiano molto la situazione: rispetto allo stesso periodo del 2016, infatti, gli incrementi migliori arrivano ancora dalle regioni del Nord Italia, che crescono in media del 9,6%, mentre al Sud le prestazioni sono superiori “soltanto” del 5,1%. Una parziale eccezione è rappresentata dall’analisi relativa alle grandi città, visto che non tanto Napoli quanto soprattutto Palermo fanno storia a sé, rispettivamente con aumenti del 4,8% e del 22,4%, che rappresenta la migliore performance su base annua nella top ten delle metropoli dello Stivale.

Diminuiscono i capitali erogati per i mutui al Sud

Ma c’è una ulteriore statistica che getta un’ombra sulla dinamica al Sud Italia, ed è quella relativa agli acquisti residenziali finanziati dai mutui, che a livello nazionale rappresentano l’80% delle compravendite, in grado di coprire in media il 70% del valore dell’immobile. Se in tutta Italia crescono i capitali erogati sul totale dei finanziamenti, nelle regioni meridionali e nelle Isole si va in controtendenza, perché gli importi concessi per singola abitazione ipotecata e acquistata sono in calo.

Al Sud i finanziamenti sono più cari

Per la precisione, si parla di quasi tremila euro in meno rispetto al 2015 (contro un aumento di 1.600 euro nelle aree del Nord), a cui si accompagna anche un costo del prestito che al Sud continua a essere più elevato. In un periodo in cui, come ricordato dalle puntuali news di fissovariabile.it, abbiamo assistito a cali record dei tassi di riferimento dei mutui per acquistare casa, nelle regioni meridionali si pagano interessi medi dei finanziamenti del 2,56%, mentre al Centro arrivano al 2,46% e al Nord addirittura al 2,18%. In media, si stima che in Italia i tassi di interesse siano calati di 0,44 punti percentuali nell’arco del 2016, toccando un valore del 2,31%.

Alzheimer: e se fosse colpa della dopamina?

È italiana una delle più recenti scoperte sul morbo di Alzheimer che potrebbe portare nuova luce su una delle malattie più discusse e temute degli ultimi anni. Un team di ricercatori italiani, infatti, ha avuto il merito di identificare la causa responsabile dell’insorgere di questa malattia: l’assenza di dopamina.

La dopamina, cosa sapere

Si tratta di un neurotrasmettitore indispensabile per il corretto funzionamento di alcuni meccanismi di comunicazione tra i neuroni.

Un approfondimento molto interessante sulla dopamina e sul ruolo di primo piano che riviste per il funzionamento cellulare è offerto dal portale AlMeglio.it, dedicato ai temi della salute e del benessere.

Lo studio è stato condotto dalla Fondazione IRCCS (Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico) Santa Lucia, del CNR (Centro nazionale ricerche) di Roma e dell’Università Campus Bio-Medico. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista scientifica internazionale Nature Communications.

Come incide la dopamina sulla malattia

A spiegare nel dettaglio il rapporto che intercorre tra il neurotrasmettitore e lo sviluppo della patologia è il coordinatore dello studio, Marcello D’Amelio, professore associato di Fisiologia Umana e Neurofisiologia presso l’Università romana Campus Bio-Medico. “Abbiamo effettuato un’accurata analisi morfologica del cervello e abbiamo scoperto che quando vengono a mancare i neuroni dell’area tegmentale ventrale, che sono quelli che producono la dopamina, il mancato apporto di questo neurotrasmettitore provoca il malfunzionamento dell’ippocampo, anche se le cellule di quest’ultimo restano intatte”, ha spiegato D’Amelio.

Il professore aggiunge anche: “L’area tegmentale ventrale non era stata approfondita perché si tratta di una parte profonda del sistema nervoso centrale, particolarmente difficile da indagare a livello neuro-radiologico”.

Un passo avanti verso la conoscenza di un male misterioso

È un vero e proprio mistero quello che ancora oggi avvolge molti aspetti del morbo di Alzheimer. Solo in Italia i soggetti affetti dal male della memoria sono più di 600 mila tra gli over 60 e la cura è ancora lontana. Fino a oggi gli studi si sono sempre concentrati sulla degenerazione delle cellule dell’ippocampo, con il team guidato da D’Amelio, invece, si fa un passo avanti e si aprono nuovi scenari. Sarebbe, quindi, il mancato apporto di dopamina all’ippocampo a generare la perdita di memoria, generato da una cattiva comunicazione – una mancata comunicazione – tra le cellule nervose. È già nella fase iniziale della patologia, secondo la ricerca, che si assiste alla morte dei neuroni collocati nell’area tegmentale. Una prospettiva che apre a nuove, possibili opportunità per la ricerca di una cura efficace.

Ecco in cosa consiste la sperimentazione

La ricerca è stata condotta su modelli animali a cui sono state sottoposte due diverse terapie. La prima prevedeva la somministrazione di L-DOPA, un amminoacido precursore della dopamina. La seconda quella di un farmaco che ne ha favorito la degradazione. Tutte le cavie soggette a sperimentazione hanno manifestato, in tempi molto rapidi, il recupero completo della memoria. “Abbiamo verificato – spiega D’Amelio – che l’area tegmentale ventrale rilascia dopamina anche nel nucleo accumbens che è l’area che controlla gratificazione e disturbi dell’umore, garantendone il buon funzionamento”. Questo vuol dire che i frequenti balzi di umore che possono manifestarsi in soggetti affetti dalla patologia vanno letti come un campanello d’allarme da non sottovalutare e non più, come accaduto fino a oggi, come conseguenze diretta dell’Alzheimer.

Una cura per tutti?

La sperimentazione, però ha dimostrato anche che la soluzione portata avanti dai ricercatori romani non ottiene la stessa risposta in tutti i pazienti. I farmaci inibitori della degradazione della dopamina, infatti, si sono dimostrati efficaci solo nelle fasi iniziali della malattia, quando, nell’area tegmentale ventrale, è ancora presente un buon numero di neuroni. In caso contrario, invece, non si riesce più a garantire la produzione di dopamina e il farmaco diventa inefficace.

L’Italia al bivio tra Industria 4.0 e l’innovazione del manifatturiero

Il comparto manifatturiero italiano è ancora diviso tra la spinta al futuro, che arriva anche dal piano di Industria 4.0, e il consolidamento della struttura presente, che sembra finalmente uscita dalla crisi. Ecco come il nostro Paese e le sue imprese si preparano alla quarta rivoluzione industriale.

Ne è convinto anche il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia: “l’industria 4.0 è la quarta rivoluzione industriale in un Paese che è il secondo paese manifatturiero in Europa, dopo la Germania. Recuperare produttività è un obiettivo da perseguire. I mercati globali sono mercati di nicchia, sono fatti per l’industria italiana; con l’industria 4.0 realizzeremo prodotti personalizzati in chiave industriale. Si tratta di una grande occasione per l’industria italiana”.

I numeri dell’Industria 4.0. E i numeri confermano l’analisi del numero uno di Confindustria: secondo gli esperti, infatti, gli sviluppi della tecnologia in ambito industriale e manifatturiero, che derivano dalla continua digitalizzazione dei processi produttivi, potrebbe generare una crescita di 1.200 miliardi di euro soltanto in Europa, al ritmo di 250 miliardi di euro all’ano entro il 2025, con contestuale incremento dei posti di lavoro che salirebbero fino a 31 milioni entro il 2020. Ecco che il termine “rivoluzione” non sembra così fuori luogo.

La rivoluzione dell’IoT. D’altra parte, lo vediamo anche nella nostra vita di tutti i giorni: il digitale sta rivoluzionando la nostra quotidianità, e anche nell’economia sembra sempre più difficile tracciare linee di confine tra mondo fisico e tecnologico. Nel comparto manifatturiero, l’integrazione delle nuove tecnologie nei diversi processi produttivi ha generato le innovazioni come stampanti 3D, smart manufacturing, robotica, cloud computing, big data, open data e, più in generale, quella che viene chiamata IoT, ovvero l’Internet of Thing, un complesso che sta contribuendo a ridisegnare il modo di fare impresa, creando opportunità per sviluppare modelli di business completamente nuovi.

Lo stato dell’industria italiana. È in questo scenario mutevole che bisogna inserire l’industria italiana di oggi, che sembra finalmente dare segnali positivi nel “presente”: ad agosto infatti ci sono stati numeri da exploit, per quanto meno rappresentativi per lo scarso livello di attività di un periodo tradizionalmente dedicato alle ferie; e anche se a settembre c’è stato un calo del fatturato del 4,6% su base mensile, una ripresa (seppur a rilento) sembra apparire. Se guardiamo i dati su base trimestrale, infatti, i livelli di produzione si mantengono su valori di sostanziale risalita nella media del terzo trimestre 2016, con un aumento complessivo dell’1,2% rispetto al trimestre precedente.

Piccoli segnali positivi. Le performance più positive sono quelle legate agli andamenti delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori, dell’attività estrattiva e della produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici, ma in generale il motore dell’industria italiana procede a velocità differenziata tra un mercato interno in flessione (-1,5 punti) e un contesto estero in espansione (+1,8 punti), come spiega l’Istat.

Le singole rivoluzioni. Anche l’elenco dei settori in ripresa rivela che la “vecchia” industria è ancora la parte predominante nel nostro Paese, e che in attesa della “grande rivoluzione” ci sono tanti piccoli rinnovamenti da attuare a livello delle singole imprese. Un supporto viene offerto dal portale flli-frigerio.it, che offre soluzioni innovative e di qualità per tutte le applicazioni del manifatturiero. Uno dei settori più interessanti è quello della industria di processo, ovvero gli strumenti a supporto della trasformazione chimico-fisica della materia prima, come tubing, strumentazione di misura e regolazione, elettrovalvole di controllo, strumentazione industriale di misura, analizzatori di gas e liquidi e così via.

L’industria di processo. Si tratta di un ambito che mostra un profilo dinamico nell’industria italiana nel suo complesso, visto che a fine 2014 il volume d’affari complessivo raggiungeva i 3,8 miliardi di euro, consentendo al comparto – analizzando il biennio 2013-2014 – di ottenere un recupero del giro d’affari totale vicino all’8 per cento, ritornando così ai livelli di fatturato espressi nella prima fase della ripresa.

Shopping online, il Sud batte il Nord Italia

Campania, Puglia e Sicilia guidano la classifica italiana delle regioni più vivaci sul fronte delle vendite online, con tassi di crescita che superano quelli del Settentrione. E anche tra gli acquirenti si stanno diffondendo le nuove modalità di acquisto, soprattutto per la possibilità di risparmiare offerta in giornate speciali.

Un incremento a tre cifre, superiore rispetto ai dati registrati in tutto il resto dello Stivale: il Sud Italia si scopre digitale, secondo una recente elaborazione di dati da parte di Infocamere e Unioncamere, che hanno analizzato il comportamento delle regioni italiane nel campo delle vendite online. Ebbene, le più vivaci si sono dimostrate Abruzzo, Campania, Puglia e Sicilia, dove il numero di imprese che operano e vendono beni su Internet vola con margini di crescita addirittura a tre cifre che dimostrano un tessuto attivo e particolarmente aperto alle sfide dell’e-commerce.

Shopping online per 19 milioni di persone. A livello nazionale, poi, continua a salire anche il numero di web shopper, ovvero il dato dei consumatori italiani che hanno effettuato almeno un acquisto online nel corso dell’ultimo anno: sono il 7 per cento in più rispetto alle rilevazioni del 2015, e toccano quota 19 milioni di persone. Questo significa che almeno un italiano su tre ha comprato sul Web una volta nella vita (circa il 60 per cento di chi usa Internet nel nostro Paese), e quasi 13 milioni sono quelli che effettuano almeno un acquisto al mese, generando il 91 per cento della domanda totale e uno scontrino finale di tutto rispetto, pari a 1382 euro ciascuno.

Caccia allo sconto. In questo periodo, con l’approssimarsi del Natale e del periodo di regali, si apre ufficialmente anche la caccia allo sconto; ancora una volta, i campani sono tra i più “scafati” nella ricerca dell’occasione giusta. Come rivelano i dati dell’Osservatorio Tikato, l’8 per cento delle persone che hanno visitato la piattaforma digitale Piucodicisconto.com durante il Black Friday dello scorso anno erano localizzati proprio nella regione meridionale.

Arriva il Black Friday. I meno avvezzi alla tecnologia potrebbero chiedere, a questo punto, che cos’è il Black Friday: si tratta, in sintesi, della giornata (in realtà, del weekend) dedicato alla vendita di prodotti a prezzi promozionali su tutte le principali vetrine dello shopping online, da Amazon a Zalando, passando per Unieuro, Ebay e così via.

Il 25 novembre è Black Friday. In origine, il “venerdì nero” degli acquisti è stato inventato negli Stati Uniti, dove è una vera e propria tradizione, anche perché cade nel giorno successivo all’atteso Thanksgiving Day, il Giorno del Ringraziamento che è una delle feste più sentite dal popolo americano. Per questo, la data del Black Friday non è fissa, ma lo si “celebra” il quarto venerdì di novembre. Perciò, quest’anno l’appuntamento con il Black Friday 2016 è per il 25 novembre.

Cosa comprano gli italiani online. L’Osservatorio Tikato ha anche effettuato una indagine sulle principali ricerche da parte dei consumatori italiani: in cima ai prodotti più amati ci sono gli acquisti relativi a informatica e tecnologia (che raccolgono il 36,63% del totale), seguiti dal “sempreverde” settore di moda e abbigliamento (21,39 per cento), da tutto quello che riguarda profumeria e cosmetica (circa il 15 per cento), da viaggi e turismo (6,8 per cento) e, infine, libri (5,38 per cento).

Un popolo di web shopper. Come dicevamo, l’attenzione verso lo shopping online (e soprattutto verso gli sconti) è in continuo aumento: una conferma in più arriva non solo dal picco di visualizzazioni riscontrato sulla piattaforma www.piucodicisconto.com nel corso del Black Friday 2015 (con un incremento di pagine visualizzate addirittura dell’800 per cento, fino a quasi 400 mila visualizzazioni di pagina), ma anche dai dati di Google Trends. Secondo le stime del più grande motore di ricerca del Web, la chiave “black friday” in Italia ha registrato un incremento esponenziale negli ultimi tre anni, con la mole di ricerca che è addirittura quadruplicata in un solo anno, tra il 2014 e il 2015.

Voucher lavoro, è boom: in otto anni venduti 347 milioni

La sperimentazione è partita otto anni fa, nell’agosto del 2008, e secondo le rilevazioni dell’Inps lo strumento ha avuto una larga diffusione: sono infatti oltre 340 milioni i voucher lavoro venduti alla fine del primo semestre di quest’anno, anche se non mancano le criticità.

All’inizio erano destinati alle vendemmie di breve durata: era l’agosto del 2008 e bisognava sperimentare questo nuovo strumento per rivitalizzare il mercato del lavoro in Italia. Oggi (per meglio dire, alla fine di giugno, periodo preso in esame per lo studio), a distanza di otto anni, l’Inps ha fatto il punto sulla vendita e l’utilizzo dei voucher nel nostro Paese, calcolando che ne risultano venduti 347,2 milioni di importo nominale pari a 10 euro.

Più voucher venduti, ma stessi compensi ai lavoratori. L’istituto previdenziale nazionale ha anche calcolato un incremento del 40 per cento nel primo semestre di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2015, concludendo che “la progressiva estensione degli ambiti oggettivi e soggettivi di utilizzo del lavoro accessorio è andata di pari passo con l’aumento della vendita dei voucher”. La retribuzione media di chi è retribuito con questo sistema, tuttavia, non è mai arrivata a 500 euro netti all’anno negli anni più recenti. In complesso, se il numero di lavoratori è cresciuto costantemente negli anni, il dato medio di voucher riscossi dal singolo lavoratore è al contrario rimasto sostanzialmente invariato, stabilizzandosi su circa 60 voucher l’anno dal 2012 in avanti. Ecco dunque che, calcolando che l’importo netto riscosso dal lavoratore è di 7,50 euro, si può stimare che “il compenso annuale medio netto negli anni più recenti non è mai arrivato a 500 euro”.

Le nuove norme del Jobs Act. L’aggiornamento dei dati ha ovviamente tenuto conto anche delle modifiche introdotte alle norme sull’utilizzo dei buoni lavoro, soprattutto dopo l’ultima revisione arrivata insieme al Jobs act che, come spiegano i redattori del portale online Guida Fisco, hanno anche trasformato le modalità di attivazione voucher Inps: oggi, infatti, si possono acquistare i buoni direttamente presso tutti gli uffici postali, e non più (come in origine) soltanto presso le sedi Inps oppure tramite la procedura telematica. In realtà, la modalità preferita dagli italiani, che prevale di gran lunga sulle altre forme, è l’acquisto dei voucher presso i tabaccai, grazie a una specifica convenzione stipulata con l’associazione dei tabaccai, poi mutuata anche con il sistema delle Banche Popolari.

Due voucher su tre al Nord. Dalla sperimentazione per le vendemmie del 2008, il sistema dei buoni lavoro si è progressivamente ampliato sotto diversi profili; non cambia molto il settore che assorbe più voucher, che resta il commercio con una quota del 16,8 per cento (ma molto alta è anche la quota del cosiddetto lavoro accessorio), mentre la percentuale di lavoratori di cittadinanza extracomunitaria si ferma intorno all’8,6 per cento. Anche la distribuzione territoriale è stata presa in esame dall’Inps, che ha rilevato come due ticket su tre siano venduti nelle regioni del Nord; in particolare, negli otto anni di impiego di questo strumento il Nord Est ha inciso con il 36,8 per cento delle vendite nazionali (oltre 127 milioni di buoni), mentre il Nord Ovest segue con il 29,5 per cento (102,6 milioni).

Comunicazione obbligatoria da ottobre. Non va poi trascurato un elemento, ovvero le modifiche alle norme di utilizzo dei voucher introdotte nel decreto legislativo 185/2016, correttivo del Jobs act, entrato in vigore dall’8 ottobre di quest’anno. Secondo quanto stabilito, infatti, gli imprenditori e i professionisti che utilizzano il lavoro accessorio devono, almeno un’ora prima della prestazione, inviare un sms o una email all’Ispettorato nazionale del lavoro; chi non rispetta l’obbligo si espone al rischio di sanzione amministrativa fino a 2400 euro, da moltiplicare per ogni lavoratore per cui non si è effettuata la comunicazione. In questo modo, nelle intenzioni del Governo, si impedirebbero comportamenti truffaldini, a cominciare dall’impiego di voucher “a posteriori” per lavoratori privi di regolare contratto.

La confessione di Keira Knigthley: indosso la parrucca da cinque anni

L’azione combinata di stress, tinture e acconciature ai limiti hanno messo a dura prova la salute dei capelli di Keira Knightley, che infatti confessa di utilizzare ormai da anni delle parrucche per motivi anche estetici. Eppure, c’è qualcuno che deve ringraziare proprio la sua calvizie se ha evitato una ingiusta condanna…

Anche i ricchi piangono. Anzi, per meglio dire, anche i Vip perdono i capelli. L’ultima star a confessare questo problema è stata Keira Knigthley, la talentuosa attrice inglese vista all’opera in numerose produzioni hollywoodiane, tra cui la celeberrima saga dei “Pirati dei Caraibi” al fianco di Johnny Depp e Orlando Bloom.

Keira Knightley: costretta a indossare parrucche. Ebbene, ad appena 31 anni di età, la Knightley ha ammesso di esser costretta addirittura da 5 anni a indossare delle parrucche, sia in scena che nelle occasioni pubbliche e sui red carpet, per mascherare i problemi derivanti dalla caduta dei suoi capelli, che non hanno resistito all’azione combinata di una serie di fattori di stress come colorazioni varie, acconciature che variavano di scena in scena, luci del set e così via. “Ho trattato i miei capelli così male che hanno iniziato a cadere”, ha confidato l’attrice, che poi ha aggiunto anche che è stata costretta a tingere la sua chioma “praticamente di ogni colore per i personaggi che ho interpretato nei miei film”. Se pensiamo che, nonostante la giovane età, la Knightley è comparsa già in più di 30 pellicole, ci rendiamo conto che la vita della sua chioma non è stata facile.

Soluzioni per i problemi dei capelli. Ovviamente, la star britannica ha deciso di optare per un’ancora di salvezza, trovando supporto appunto nelle parrucche; una scelta, però, che non risolve per nulla il problema di salute dei suoi capelli e che pone rimedio soltanto agli effetti visivi del diradamento. Come spiegano gli esperti di HairClinic, gruppo biomedicale leader nella ricerca sui rimedi per la calvizie, bisogna intervenire sulle cause della perdita di capelli: per questo, il team di ricerca scientifica ha sviluppato il Protocollo Avanzato di Medicina Rigenerativa, presentato sul sito della società www.hairclinic.it, che al giorno d’oggi rappresenta l’approdo più moderno per curare problemi come l’alopecia androgenetica.

La terapia contro la caduta. Nonostante quanto si pensa in genere, infatti, la miniaturizzazione dei follicoli – ovvero, il diradamento e la progressiva perdita di densità sul capo – non sempre ne indicano la morte; e proprio su queste strutture della pelle che interviene la stimolazione della medicina rigenerativa, che impiega le cellule staminali del paziente per restituire attività al cuoio capelluto, in maniera rapida e soprattutto indolore. I primi risultati sono infatti visibili già dalle prime settimane e, sui follicoli non atrofici e ricettivi alla stimolazione, la terapia regola la caduta eccessiva e argina in maniera efficace l’evoluzione della calvizie.

L’eccezione alla regola. Leggere questa notizia potrà metter di buon umore larga parte della popolazione italiana (o mondiale), visto che la calvizie colpisce circa otto uomini adulti su dieci e ben quattro donne su dieci. Eppure, siamo convinti che c’è almeno una persona che si terrà stretta la propria testa senza capelli: è il quarantasettenne agente di commercio Andrea Scattolin, che è stato protagonista di una vicenda paradossale e curiosa.

Una vicenda paradossale. L’uomo è infatti stato al centro di un vero e proprio incubo giudiziario avviato nel 2013: per la precisione, è il 2 ottobre di quell’anno quando il punto vendita Sephora di Pordenone subisce una rapina da parte di una banda di malviventi, che rubano nove profumi per un valore totale di 628 euro. Le telecamere di sorveglianza riprendono la coppia di ladri, composta da una donna e da un uomo dalla fisionomia piuttosto evidente: folta capigliatura e corporatura riconoscibile. Una segnalazione, rimasta anonima, giunta dalla profumeria di Trieste mette nei guai Scattolin, che però dalla sua ha una prova inconfondibile: l’uomo, infatti, è calvo, e difatti il processo in aula conferma la sua innocenza. Anche se ci sono voluti tre anni.

Economia nel Meridione, pronto piano da 15 miliardi

Dopo i forti messaggi lanciati al Premier Renzi dal mezzogiorno, accompagnato da numerosi sindacati e Confindustria, sembra in arrivo un concreto piano per lo sviluppo, dal valore di 15 miliardi. Il punto chiave di tale piano passerebbe attraverso delle forti agevolazioni fiscali per i datori di lavoro, a fronte di assunzioni, con determinate caratteristiche, al meridione. La portata di tali sgravi tributari  non è ancora determinata, potrebbe fermarsi ai limiti attuali che si aggirano intorno ai quattromila euro o essere persino totali. Target delle assunzioni che porterebbero ad agevolazioni, i giovani sotto i 24 anni di età, disoccupati da più di sei mesi.

Il piano di azione ripercorre quanto fatto dalla Regione Campania che ha diretto le proprie risorse per andare a rinforzare i fondi destinati alle agevolazioni in materia di assunzioni tra i giovani, con un occhio di riguardo per chi vive la condizione di disoccupazione da tempo.

In tale intervento, da un lato si può vedere il proseguimento di politiche che hanno già prodotto buoni risultati ma dall’altro, c’è chi critica come provvedimenti di questo tipo alterino il mercato del lavoro poiché, a fronte di tali agevolazioni, le imprese non producono veri e propri investimenti.

A detta del Premier Renzi però, il piano di azione previsto non lascia più giustificazioni agli imprenditori, che si vedono fortemente invitati all’investimento di risorse.

Ulteriore prova dell’impegno in tale direzione è il piano Industria 4.0 inserito nella legge di Bilancio che deve andare, secondo le mire di Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico, a rilanciare il digitale in Italia.

Stando alle simulazioni, gli investimenti potrebbero toccare quote di 8 miliardi nel digitale e fino a 2 miliardi in beni strumentali.

Un autentico choc sugli investimenti che attraverso gli sconti fiscali su tasse e tributi, definiti iperammortamenti e superammortamenti, il governo spera di imprimere subito, già l’anno prossimo, anche se per effetto fiscale il costo a carico dello Stato scatterà quasi integralmente dal 2018. Le stime elaborate dai tecnici del ministero dello Sviluppo economico con il supporto dei dati di mercato delle associazioni del settore, parlano di 8 miliardi di possibili investimenti per la digitalizzazione d’impresa, su beni per i quali si potrà applicare un iperammortamento del 250% (quindi il 150% in più del costo).
Tale piano dello sviluppo è molto articolato e prevede tanti aspetti ulteriori quali la riduzione dell’Ires al 24% (rispetto al 27,5%) e l’introduzione, per le piccole imprese che sono soggette attualmente all’Irpef, dell’Iri. A questo si accompagnano sconti fiscali duplicati sul salario di produttività oltre ad un miliardo, stanziato appositamente per piccole e medie imprese.

A detta di Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia, il valore del piano di intervento, per il solo 2017 ammonta a 2 miliardi e mezzo.

Il credito di imposta per attività di ricerca e sviluppo, fino al 2020, è stato facilitato. In ambito ricerca e sviluppo ci saranno forti incentivi (al 50%) alle spese incrementali con un tetto massimo di beneficio per la singola impresa innalzato fino a 20 milioni di euro.

Lo scopo di tale intervento, del valore di 3,5 miliardi è spronare, nel periodo che va dal 2017 al 2020, un investimento stimato di 11,3 miliardi.

È inoltre previsto un aumento delle agevolazioni fiscali dal 19 al 30%, per quanto riguarda gli investimenti, entro 1 milione di euro, in piccole e medie imprese innovative. A questo si affiancano, per quanto riguarda investimenti in equità, nonché in Pmi innovative, misure di rafforzamento degli incentivi fiscali.

Altro punto importante è la proroga della legge Sabatini per l’intero 2017, che va a semplificare il finanziamento per investimenti delle imprese oltre al rifinanziamento per un valore di 1 miliardo di Euro del Fondo Centrale di Garanzia, con particolare attenzione nell’utilizzo di quest’ultimo per agevolare il finanziamento degli investimenti delle imprese, specialmente per quanto riguarda

Ulteriore punto del piano riguarda un impegno pubblico del valore di 1,3 miliardi, per il periodo che va dal 2017 al 2020, per attivare defiscalizzazioni incrementate sul salario di produttività.

Stando alle dichiarazioni del Premier Renzi, già un miliardo è stanziato per Pmi e artigiani e l’obiettivo del Governo è alimentare un movimento di risorse pari a 25 miliardi.

Inoltre per favorire il credito e l’innovazione vengono azzerati i costi della garanzia bancaria, concessa da Ismea, a favore delle imprese agricole grazie all’estensione dei fondi dello sviluppo economico. Lo strumento rientra nel quadro del piano Industria 4.0 che prevede anche l’accesso delle imprese agricole, alimentari e contoterzisti ad ammortamento e superammortamento per gli investimenti in macchine innovative.

Politica, Renzi si oppone all’UE?

Con la radiointervista a RTL 102.5 Matteo Renzi è tornato a parlare della Legge di Bilancio 2017, commentando soprattutto le osservazioni UE che hanno criticato la manovra presentata nei giorni scorsi. Il premier ha voluto rimarcare la sua posizione dicendo che la manovra non si cambia: si è detto pronto a discuterne ma ha ricordato che è la manovra che ha il deficit più basso degli ultimi 10 anni.

Infine, ha voluto precisare il fatto che gli sforzi che si stanno facendo sono per i cittadini e non per le tecnocrazie. Ad ogni modo, se non ci sarà un netto cambio di direzione, la Comissione Europea chiederà probabilmente una revisione che riguarderà probabilmente i tanti bonus inseriti nella nuova Legge di Bilancio.

No, non stiamo parlando degli 80 Euro che il premier ha concesso 2 anni fa e che ha usato come arma politica per molto tempo. Il cosiddetto Bonus Renzi che abbiamo imparato a conoscere anche grazie ai siti specializzati come ad esempio politicanti.it sono fuori da questa discussione, mentre a suscitare i dubbi dell’Unione Europea sono soprattutto i bonus per la famiglia.

Su questo fronte è poi passato al contrattacco, criticando il bilancio della Germania che avrebbe molti problemi. Ad esempio il surplus commerciale che si protrae da molti anni, secondo il premier, violerebbe le regole dell’Unione Europea. Il suo intervento a RTL 102.5 non si è fermato però alla sola Legge di Bilancio, perché ha anche parlato dell’Unesco.

In particolare, ha definito come “allucinante” la decisione di riconoscere il Monte del Tempio a Gerusalemme un patrimonio islamico. Renzi ha interpretato questa come l’ennesima mozione contro Israele e, le su parole, non sono rimaste inascoltate tanto che il governo di Tel Aviv lo ha ringraziato per la dichiarazione.

Ha poi parlato anche di Equitalia e della sua abolizione che non sarebbe affatto un condono, come alcuni dicono, ma considera piuttosto un modo per chiudere i rapporti con un modello killer verso i cittadini. Ad ogni modo, il suo intervento non poteva di certo ignorare il referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre.

Su questo fronte ha innanzitutto “festeggiato” la decisione del Tar del Lazio che ha respinto il ricorso presentato dai sostenitori del No e, ha ribadito l’importanza di questa votazione. Infine, Matteo Renzi ha speso alcune parole anche sulla questione russa dicendo soprattutto che in Siria si dovrebbe trovare un accordo di pace ma, ha anche espresso la sua convinzione sul fatto che non dovrebbero essere imposte nuove sanzioni a Mosca.

Questa posizione l’ha obbligato a scontrarsi con Angela Merkel, visto che è convinta dell’efficacia di queste misure come deterrenti. L’Italia ha replicato alle dichiarazioni della Germania dicendo che questa è solamente una misura usata per favorire la politica interna e, che l’utilità di queste sanzioni è praticamente nulla.

Insomma, la “battaglia” tra Renzi e l’Unione Europea è in fermento e anche se per il momento la commissione ha approvato la politica adottata dal governo italiano, presto potrebbe arrivare il primo

Sud Italia, le sfide dell’assistenza agli anziani

Cresce il numero di persone over 65 in Italia, e di conseguenza aumenta anche il bisogno di assistenza: secondo gli ultimi dati nazionali sono oltre 5 milioni le persone che nel nostro Paese devono affrontare situazioni di non autosufficienza, con forti differenze tra Nord e Sud. Per fortuna, però, la scienza medica può offrire un contributo.

La crisi economica da un lato, l’evoluzione della struttura demografica dall’altro stanno creando uno scenario abbastanza critico sul fronte dell’assistenza sanitaria alle persone anziane e non autosufficienti. Dal punto di vista generale, infatti, si calcola che in Italia ogni anno ben 140 mila persone superino la soglia dei 75 anni, mentre le ristrettezze dei bilanci nazionali e regionali hanno provocato modifiche anche profonde del sistema dei servizi sociali e sanitari, soprattutto con tagli assistenziali sempre più radicali, come quelli che hanno intaccato fondo per la non autosufficienza.

Sud Italia sul fondo. A spiegare ancor meglio questa difficoltà intervengono le statistiche, come quelle presentate nel corso di un recente convegno organizzato dall’Istituto Superiore di Sanità: in tutta Italia i posti letto per l’assistenza residenziale agli anziani sono circa 224mila, un terzo in meno di quanto siano in Francia e un quarto rispetto alla Germania; ancor più sotto la media è il dato sull’assistenza, perché ogni paziente riceve appena 22 ore l’anno anziché le otto ore a settimana di cui avrebbe bisogno. E le cose vanno ancora peggio al Sud, che paga nei confronti delle regioni del Nord un rapporto di 1 a 10 relativamente ai servizi dell’assistenza domiciliare.

Ritardi e problemi. A pagare le conseguenze maggiori sono tutti i malati cronici e, in particolare, gli anziani: i dati rivelano infatti che il 65,4% degli over 75 ha almeno due patologie,  e che in complesso si registrano almeno 2,5 milioni di anziani non autosufficienti, un terzo dei quali vive da solo, e 3,5 milioni di ‘caregiver’; c’è poi un “esercito” di 830mila badanti, spesso però non qualificate, che si rivela addirittura più numeroso del personale del Sistema Sanitario Nazionale. Insomma, l’Italia è in ritardo nell’adeguare in maniera organica il proprio sistema di servizi pubblici rivolti agli anziani non autosufficienti rispetto ai mutamenti demografici e sociali, e come dichiara Walter Ricciardi, Presidente dell’Iss, “se non ci fossero le strutture caritative e di volontariato in molti casi i disabili sarebbero praticamente abbandonati a se stessi. Inoltre, laddove mancano i servizi aumenta la prescrizione farmaceutica inappropriata e dunque la spesa, maggiore al Sud che al Nord”.

Ripensare l’assistenza. Per il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, allora, diventa “necessario riflettere sul tema dell’assistenza domiciliare, all’interno della quale occorre abbattere le barriere ideologiche e culturali”. Anche perché oggi la disabilità non è più considerata soltanto una condizione della persona, ovvero la mera riduzione delle capacità funzionali derivante da una malattia o da una menomazione, ma piuttosto come il risultato negativo di un’interazione tra le condizioni di salute dell’individuo e i fattori ambientali in cui vive (includendo anche le barriere culturali o fisiche).

Il supporto tecnologico. Per fortuna, però, c’è da citare anche qualche segnale positivo, a cominciare dalla reintegrazione del citato Fondo nazionale per le non autosufficienze, che nel 2015 è tornato a contare su una dotazione finanziaria di 400 milioni di euro che, pur non consentendo di rispondere a pieno a tutte le esigenze, ha comunque contribuito all’erogazione di servizi sociali e socio-sanitari da parte degli enti locali, come l’assistenza domiciliare, assegni di cura e teleassistenza. Inoltre, negli ultimi anni si è molto sviluppato il settore della tecnologia a sostegno della medicina, che ha portato allo sviluppo di macchine sempre più intelligenti e progredite per il sostegno nella cura degli anziani e delle persone disabili. Inoltre, grazie alla Rete è oggi possibile acquistare anche direttamente questi dispositivi: uno dei punti di riferimento del settore è il portale Medisanshop, specializzato nella vendita di prodotti per l’ortopedia, di prodotti elettromedicali e di forniture ospedaliere.

Consigli per il cittadino, conviene o no chiedere l’anticipo TFR per il pignoramento?

Un eventuale pignoramento presso terzi si estende anche all’anticipo di TFR richiesto eventualmente al datore di lavoro. E’ diritto dei creditori, infatti, rivalersi su qualsiasi somma venga elargita dal datore di lavoro (da intendersi come debitore nei confronti del pignorato), sia che si tratti di stipendi, di indennità, di salari, di bonus o appunto, come in questo caso, di TFR.Tuttavia, il pignoramento dell’anticipo del TFR segue una normativa particolare.

E’ necessario per prima cosa che il creditore sia in possesso di una sentenza o di un decreto ingiuntivo che di fatto lo autorizzino al pignoramento presso terzi. Solo in questo modo sarà “autorizzato” a vantare diritti presso il vostro datore di lavoro. Questo ultimo, una volta ricevuta notifica di tale documento, sarà obbligato per legge a fornire al creditore tutti i dettagli sul vostro rapporto economico di lavoro e a vincolare un quinto della cifra che deve essere corrisposta nei vostri confronti direttamente al vostro creditore. Di riflesso, il pignorato riceverà solo quattro quinti dello stipendio/ salario/bonus che avrebbe dovuto ricevere.

Il caso del Tfr è leggermente diverso, dal momento che la cifra accumulata di fatto viene accantonata e verrà elargita solo ed esclusivamente a fine rapporto lavorativo, sia esso conseguenza di dimissioni o di licenziamento. La cifra corrisposta come Trattamento di Fine Rapporto, o buonuscita, di fatto è costituita da un accantonamento pari al 6.91% della retribuzione annuale, rivalutata in base a valori ISTAT, che non viene corrisposta per mese al lavoratore, ma viene messa da parte in attesa della cessazione del rapporto di lavoro.

In altre parole, fino a quando la cifra è “bloccata”, al creditore non può essere corrisposto il 20% della stessa, in quanto non è effettivamente disponibile.

La situazione cambia nei casi in cui il soggetto richieda un anticipo di TFR al proprio datore di lavoro. In questo caso il datore di lavoro dovrà per prima cosa darne comunicazione al creditore, in secondo luogo applicare anche a questa somma la decurtazione e, in conclusione, il quinto dell’anticipo TFR andrà nelle mani del creditore. E’ bene tenere a mente questo se si sta valutando se chiedere o meno l’anticipo!

E’ lecito a questo punto chiedersi se, in caso di pignoramento presso terzi, sia o meno il caso di richiedere l’anticipo TFR. Sicuramente richiedere la cifra in questo particolare momento provoca una diminuzione della cifra che entrerà nelle tasche del pignorato, ma di contro permette di ottenere una immediata liquidità che in situazioni debitorie diventa utile, se non indispensabile.

L’unica alternativa in molti casi è infatti un prestito, che in quanto tale farà comunque maturare degli interessi. Per tale ragione, calcolatrice alla mano, in molti casi ci si renderà conto che la cessione del quinto anche dell’anticipo TFR è comunque conveniente rispetto ad eventuali ulteriori prestiti con relativi interessi.

Qualora si sia deciso di chiedere un anticipo TFR, bisogna ricordate che esso non potrà superare il 70% dell’importo totale dello stesso e potrà essere corrisposto solo al verificarsi di determinati requisiti.

Sicurezza casa: 10 consigli utili

La sicurezza in casa non ha prezzo e merita di essere raggiunta con una dotazione di strumenti, sistemi e apparecchi di elevata qualità e bontà strutturale. La scelta può essere consigliata dai tecnici specializzati, ma ecco un interessante decalogo, che individua 10 consigli utili, concettualizzati grazie al contributo dello staff di puntoluce.net, per rendere la casa sicura sotto l’aspetto elettrico e impiantistico.

Sicurezza casa: tutto inizia con l’impianto

1- Scegliere tecnici affidabili per la creazione dell’impianto elettrico: la scelta di una seria azienda è il preludio della creazione di un impianto sicuro, rispettoso della legge e quindi garantito nel corso del tempo. E’ quindi utile affidarsi a ditte conosciute e stimate, chiedendo di poter monitorare alcuni lavori eseguiti, per avere la certezza di operare con cognizione di causa;

2- Progettare con cura l’impianto: la progettazione è la base della sicurezza, una fase preliminare che evita agli abitanti di doversi ‘arrangiare’ in futuro perché mancano prese o collegamenti indispensabili nella vita di ogni giorno. Meglio spendere qualche ora in più e definire una buona progettazione, che trovarsi senza la giusta dotazione a lavori eseguiti;

3- Esigere le certificazioni: l’impianto elettrico deve essere realizzato con materiali certificati e marchiati CE e IMQ. E’ indispensabile che l’impresa operi con materiale di elevata qualità, per dare vita ad un impianto ben fatto e rispettoso delle norme vigenti in materia;

Sicurezza in casa: l’importanza della dotazione

La sicurezza in casa prosegue con la scelta della giusta dotazione, ovvero dei sistemi che sanno definire l’impianto elettrico con precisione.

4- Scegliere prese, placche e scatole di elevata qualità: lesinare sul costo di questi elementi è controproducente, perché solo gli elementi di buona qualità sanno assicurare durata nel corso del tempo e rendere l’uso quotidiano semplice e funzionale ai gesti di ogni giorno;

5- Dotare la casa di sistemi di rilevazione corretti: la rilevazione dei fumi o delle presenze anomale è indispensabile per rendere la casa sicura, quindi è importante dotarsi di sistemi moderni e semplici da attivare;

6- Proteggere la casa: la sicurezza si traduce nell’allarme in caso di intrusione. In questo caso si tratta della scelta di elementi e di sistemi di allarme utili ed efficaci.

7- Scegliere dotazioni coerenti con gli spazi disponibili: per raggiungere un elevato grado di sicurezza in casa è importante prediligere dotazioni coerenti con gli spazi disponibili. Se la casa vanta certi spazi e volumi, i sistemi di rilevazione devono quindi assecondarli, per dare vita ad un monitoraggio coerente ed efficace in ogni situazione;

8- Pensare alla sicurezza della persona: se in casa vi sono bambini o persone anziane, i sistemi devono annoverare la possibilità di chiedere aiuto in caso di difficoltà e deve trattarsi di sistemi facili da raggiungere e da impiegare anche nelle occasioni più problematiche;

9- Rivolgersi all’estetica: una casa sicura può e deve essere una casa bella. Per raggiungere certi obiettivi estetici la scelta ideale è di indirizzarsi ai brand che propongono soluzioni multiple di finitura e di resa, per elementi che completano gli spazi con armonia e buon gusto.

10- Chiedere e informarsi: chi sta realizzando o ristrutturando un impianto elettrico può essere digiuno di nozioni tecniche. Per questo motivo è importante chiedere all’impresa e ai professionisti più notizie possibili, informarsi e quindi ragionare assieme per trovare le soluzioni pratiche, stilistiche ed economiche adeguate alle esigenze personali.

Commercio, ANFIA conferma: aumenta richiesta noleggio veicoli

Quanto emerge dal Rapporto 2005-2014 dell’ANFIA (Associazione Nazionale Fra Industrie Automobilistiche) è la fotografia di un settore, quello Automotive, che tiene in maniera costante rispetto alla crisi internazionale che ancora non ci siamo lasciati alle spalle, ed in questo contesto la richiesta di acquisto e noleggio veicoli commerciali occupa una posizione importante.

I dati riportati in questa ricerca che, ricordiamo, si svolge su un asse temporale di dieci anni, sono molto positivi se riportati ad una situazione internazionale non propriamente confortante.

L’Italia infatti si inserisce nella scia di un contesto europeo che tende alla crescita beneficiandone in termini di immatricolazioni che comprendono le operazioni di acquisto ma anche quelle di noleggio di veicoli commerciali ed autovetture.

Ed è proprio questa l’analisi che più risalta, quella legata agli automezzi destinati al trasporto merci, una categoria che ha visto imporsi in maniera importante nei numeri complessivi calcolati per il mercato italiano, basti pensare che nel 2014 dei 18,48 milioni di autoveicoli venduti una buona parte, 2,42 milioni è rappresentata da veicoli industriali leggeri e pesanti.

Questo trend legato alla tipologia di prodotti e servizi specifici  ha favorito la nascita di aziende online, come la Giffi Noleggi, che hanno investito nel settore web offrendo una piattaforma completa all’interno della quale offrire i propri servizi di noleggio veicoli commerciali consentendo al cliente di scegliere direttamente dal proprio computer l’automezzo adatto alle proprie esigenze.

Il trasporto merci infatti è il traino che sta dando un forte impulso alla domanda di veicoli commerciali perché secondo quanto sostiene l’ANFIA nel suo rapporto, quest’ultimo ha subito un incremento del 2,1% che insieme alla ripresa in parte dei consumi basterebbe da solo a giustificare un mercato in continua crescita.

Laddove non dovessero bastare questi dati dobbiamo anche considerare, come si legge ancora nella relazione, che l’approvvigionamento delle materie prime e la consegna dei prodotti finiti hanno prodotto un aumento di fatturato che partendo dal 4% dei grandi player internazionali dei trasporti su ruota è arrivato fino all’1,5% dei piccoli corrieri.

D’altronde la chiusura delle aree urbane centrali ai mezzi pesanti contestualmente alla richiesta di una maggiore capillarità nella consegna dei beni di largo consumo hanno reso quasi obbligatoria la scelta favorendo la diffusione di automezzi con dimensioni più contenute.

Una catena insomma che ha provocato una richiesta sempre maggiore di automezzi dedicati al trasporto merci per i quali la soluzione più interessante sembra essere non esattamente quella dell’acquisto quanto quella del noleggio veicoli commerciali.

La soluzione del noleggio viene preferita anche perchè nella natura di questa formula sono inclusi una serie di servizi che diversamente sarebbero a carico del cliente, basti pensare che nel canone periodico sono compresi i costi legati all’assicurazione, al bollo, alla manutenzione periodica e ad una serie di interventi programmati che favoriscono il buon mantenimento del veicolo, inclusa l’assistenza straordinaria.

E questo trend è in aumento indifferentemente dalla durata del contratto, perchè che sia a breve, medio o lungo termine, la formula del rent pare stia entrando sempre di più nelle scelte più convenienti degli utenti italiani.

Il resoconto periodico dell’ANFIA in sintesi ci comunica di una realtà che risulta mantenere una buon incremento costante, anche se parliamo di una piccola crescita, nonostante tutte le problematiche che affliggono le imprese ed i privati, presentando dei numeri che, una volta analizzati, dovrebbero farci ben sperare per il futuro specialmente nel settore degli automezzi, e questo indipendentemente dalla scelta compiuta, infatti che sia acquisto o noleggio di veicoli commerciali, il dato più importante è che si continui a crescere.

Apple ‘licenzia’ gli sviluppatori che non aggiornano le applicazioni

Il tema della sicurezza informatica è al giorno d’oggi molto sentito. La popolazione di utenti privati, le aziende e gli enti sono infatti bersagliati da minacce virtuali che rischiano di combinare guai seri e che chiedono di adottare un comportamento virtuoso per limitare la possibilità di essere contagiati da virus e malware dalla natura informatica. Ecco perché Apple ha invitato gli sviluppatori delle app vendute nel suo store ad aggiornare i loro prodotti informatici, pena l’esclusione dall’App Store.

Applicazioni e sicurezza informatica

La sicurezza informatica è strettamente legata alle applicazioni, che sono spesso considerate veicolo di virus e di malware. I pirati informatici sfruttano infatti le falle e le problematiche di certe applicazioni per inserire dei virus, che vengono veicolati dagli utenti ignari e quindi diffusi a macchia d’olio nella rete. Non solo, perché alcuni virus possono avere uno scopo molto pericoloso, quale il furto dei dati personali, comprese le credenziali che servono per accedere al servizio di home banking personale.

Le applicazioni devono quindi essere aggiornate, prive di falle e sicure per l’utente che le scarica, soprattutto e provengono da un canale ufficiale come l’App Store della casa di Cupertino. Da inizio settembre Apple ha cominciato a monitorare le app che non sono state aggiornate, che presentano falle o problematiche di natura strutturale. Gli sviluppatori che non andranno ad aggiornarle e o a renderle sicure verranno ‘licenziati‘ dallo store e non potranno più proporre i loro prodotti.

Applicazioni e offerte internet casa

Le applicazioni devono essere scaricare da fonti sicure, controllate e note. L’Apple Store è considerata universalmente una fonte sicura dalla quale scaricare applicazioni, sia per il computer di casa che il device mobili quali gli smartphone e i tablet.

La scelta di Apple si lega quindi alle richieste delle società di sicurezza informatica, che invitano gli utenti e scaricare prodotti certi nella provenienza e nella struttura. Alla scelta di procurarsi app e software da fonti certe, si lega la richiesta di avere a disposizione delle connessioni buona e protetta, come possono essere le offerte internet casa di Eolo, pensate per le famiglie che desiderano navigare velocemente nella rete.

La buona connessione si lega quindi alla presenza e all’installazione di un efficace antivirus, da tenere sempre aggiornato per bloccare le eventuali falle e gli attacchi della rete e dalla pratica di prestare attenzione ai siti web che si visitano. Queste regole, aiutano gli utenti a salvaguardare la loro postazione web e Apple, dal canto suo, ha scelto di aumentare la sicurezza informatica generale andando a monte del problema, ovvero mantenendo una vendita e un release di applicazioni sicure e aggiornate sul suo store on line.

Disabilità, quando il cane guida non può entrare in albergo

Ci sono storie spiacevoli da raccontare, storie di discriminazione che indignano e lasciano sempre l’amaro in bocca. Quanto accaduto a Rimini questa estate, protagonista una donna non vedente e il suo fedele cane guida, rientra di diritto in questa categoria.

Accesso vietato in albergo perché accompagnata dal cane

Per tantissime persone non vedenti il cane guida rappresenta, oltre a una compagnia indispensabile, anche un prolungamento del proprio corpo.

A lui ci si affida completamente, diventa parte di sé. Non un semplice animale da compagnia ma un amico indispensabile. È così, spesso, anche per quelle che vengono considerate persone normodotate, figuriamoci per chi a quell’animale affida la propria vita, la propria vista. Eppure, a Rimini, al St. Gregory Park, la prenotazione di una donna non vedente, Patrizia, non è stata accettata perché la signora aveva segnalato la presenza del suo fedele amico a quattro zampe, indispensabile per ogni piccolo spostamento. Le ragioni? Politica aziendale.

Dalla denuncia dell’Uic alle spiegazioni dell’albergo

Sarebbe stato semplice posare la cornetta e prenotare in un altro albergo. Il problema, però, è che siamo in presenza di una vera e propria violazione della legge italiana. come ricorda l’Uic, infatti, l’Unione italiana dei ciechi e ipovedenti, nel nostro Paese esiste “una legge nazionale che dovrebbe garantire alla persona non vedente o ipovedente con il cane guida l’ingresso in tutti i luoghi aperti al pubblico”.

Si tratta della legge sui cani guida, in vigore dal 1974, finalizzata proprio a tutelare le persone con disabilità da possibili discriminazioni. L’addetto alle prenotazioni, in barba alla legge, si è limitato a segnalare a Patrizia la possibilità di alloggiare in una struttura vicina.

L’amministratore unico del St Gregory Park, Mauro D’Amico, in una nota, ha poi spiegato: “Abbiamo provveduto a segnalare una struttura limitrofa. A tutti i potenziali ospiti che ci richiedono di poter portare con loro degli animali, rispondiamo negativamente senza aggiungere altro.

Nel caso del cieco richiedente, oltre a rispondere negativamente, abbiamo provveduto a segnalare una struttura limitrofa che offre gli stessi servizi, dopo averla contattata e aver concordato lo stesso prezzo nonostante avesse costi diversi nel periodo desiderato”. La nota della struttura alberghiera, inoltre, prosegue ed è possibile leggere che l’hotel “garantisce ai propri ospiti da anni un ambiente pulito e confortevole senza la presenza di animali. Al momento della prenotazione i clienti sono certi che al loro arrivo troveranno una struttura completamente priva di residui quali possono essere i peli di gatti o cani, causa di allergie per molti. E non ci si può suggerire una maggiore attenzione nelle pulizie per ovviare al problema delle allergie”.

Quando le scuse non bastano

A volte, però, le giustificazioni sono peggiori del danno. L’attenzione alle allergie della clientela, per quanto apprezzabile, fa però sorridere a fronte della violazione della legge sui cani guida che ha danneggiato una donna con una disabilità fortemente invalidante, come è possibile apprendere anche negli articoli dedicati alla vista del sito AbilityChannel.

Il presidente dell’Unione italiana ciechi e ipovedenti, Mario Barbuto, nel denunciare l’acceduto si è soffermato proprio sul ruolo indispensabile che il cane guida svolge per le persone affette da queste patologie: “è un vero e indispensabile compagno di libertà, sempre disponibile e pronto ad assecondare le necessità di autonomia e di mobilità.

Purtroppo però, ancora oggi, troppo spesso non viene permesso al non vedente accompagnato dal cane guida di soggiornare in un albergo, entrare in un ristorante, prendere un taxi o utilizzare mezzi di trasporto pubblico, nonostante l’esistenza della legge, e il buon senso”. “Ogni rifiuto di questa nostra libertà – aggiunge il numero uno dell’Uic – rappresenta una violazione dei nostri diritti umani basilari.

A questi diritti non potremo mai rinunciare ed è nostro dovere difenderli in ogni sede e con ogni mezzo”.

Offerta tecnica degli appalti, l’Anac prova a chiarire alcune questioni

È la parte più delicata nella gestione preparativa di un appalto: l’offerta tecnica rischia di rappresentare uno scoglio per le imprese, soprattutto dopo le novità previste dal Codice entrato in vigore da poco. Non a caso, anche l’Anac è intervenuta con chiarimenti attraverso le linee guida.

Direttore dei lavori, direttore dell’esecuzione, responsabile unico del procedimento, offerta economicamente più vantaggiosa e servizi di ingegneria e architettura: sono questi i temi delle prime cinque linee guida redatte dall’Anac e approvate a fine giugno scorso dal Consiglio dell’Autorità anticorruzione per dare attuazione al nuovo Codice degli appalti, così come previsto nella legge delega che è entrata in vigore a metà aprile.

Un intervento necessario, e atteso da operatori del settore e mondo degli appalti in generale, per chiarire i primi dubbi e dirimere le prime difficoltà sorte in merito all’applicazione della riforma, come raccontato in questi mesi da Appaltitalia, il portale dedicato espressamente a bandi e gare della Pubblica Amministrazione. D’altra parte, proprio gli aspetti relativi a questioni come la presa visione, le polizze fidejussorie, il sopralluogo obbligatorio e gli altri documenti da inviare alla stazione appaltante – ovvero, in breve, l’offerta tecnica- sono spesso al centro delle preoccupazioni di chi intende partecipare all’appalto.

Il punto sui criteri. Di sicuro, uno dei nodi più importanti è quello relativo al criterio di aggiudicazione degli appalti: nelle fasi preliminari all’approvazione del Codice, infatti, si era fatto strada il tentativo (la speranza?) di poter dire addio al semplice metodo del massimo ribasso, considerato poco adatto a garantire il rispetto dei tempi di consegna dei lavori e l’effettiva qualità nel rispetto di quanto previsto dal contratto. Invece, come noto, alla fine si è deciso di lasciare libertà di scelta alle stazione appaltanti per gare di importo fino a un milione di euro (vale a dire, la stragrande maggioranza), con una “semplice” indicazione di orientamento verso l’altro sistema.

Cosa dice l’Anac. Nella linea guida specifica redatta dall’Autorithy, si legge che “la scelta del criterio di aggiudicazione, la definizione dei criteri di valutazione, dei metodi e delle formule per l’attribuzione dei punteggi, la determinazione dei punteggi stessi e del metodo per la formazione della graduatoria finale devono svilupparsi nel corso della vita iniziale dell’appalto, dalla programmazione alla predisposizione della documentazione di gara”, sottolineando in particolare come sia compito delle stazioni appaltanti, uniche conoscitrici del contesto in cui si inserisce l’affidamento, che “devono valutare ai fini della concreta individuazione dei criteri di valutazione e per la determinazione dei relativi punteggi”. Insomma, viene ribadita la discrezionalità dei vari enti per la scelta delle regole dell’appalto promosso, nel rispetto di valutazioni equilibrate e di un costante orientamento alla tutela della concorrenza, così da innalzare la qualità degli affidamenti e rilanciare il mercato come auspicato dal legislatore.

Valorizzare la qualità. Insomma, l’Anac ha in qualche modo dovuto spiegare la retromarcia sul criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, che inizialmente – come accennato – sembrava dovesse divenire lo standard obbligatorio. Ciò nonostante, anche nelle Linee guida dedicate all’affidamento dei servizi attinenti all’architettura e all’ingegneria c’è un passaggio delicato su questo tema, che sancisce come obiettivo generale quello di “valorizzare l’utilizzazione del criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa secondo il miglior rapporto qualità/prezzo, in base a quanto prevede la nuova disciplina, che consente di comprimere molto la componente del prezzo rispetto alla qualità. Elemento che nei servizi di ingegneria e di architettura si è ritenuto di privilegiare in modo netto, tenuto conto del loro carattere prodromico rispetto all’affidamento degli appalti di lavori, sui quali la qualità della prestazione rese in sede di progettazione si riflette in modo diretto”.

Allargare il campo. Indicazioni sono arrivate anche riguardo ai criteri ambientali minimi e del rating di legalità ai fini della valutazione delle offerte, che rappresentano il tentativo di agevolare la partecipazione delle microimprese, delle piccole e medie imprese, dei giovani professionisti e delle imprese di nuova costituzione agli appalti, perché valorizzano profili di innovatività delle offerte presentate da questi soggetti.