Il più duro e categorico è stato Giuliano Volpe, il rettore dell’Università di Foggia: “Vogliono chiudere le università del Sud”. Ma anche dagli altri rettori meridionali si è levato un grido di allarme. Mentre sul piede di guerra ci sono già i governatori di alcune regioni, da Vendola a Caldoro. Pomo della discordia, la ripartizione dei fondi per finanziare le assunzioni nelle università italiane. Una dote di circa 300 milioni che, sulla carta, dovrebbe consentire a circa 400 professori (fra associati e ordinari) e a una buon numero di ricercatori, di ottenere il sospirato contratto. Tutto bene, dopo anni di tagli selvaggi e di turn over bloccato. Ma, a leggere i criteri di assegnazione delle risorse si scopre che alle università del Sud arriveranno pochi spiccioli mentre, a farla da padrone, saranno gli atenei del Nord. Il tutto sulla base di un decreto, il numero 49 del 2012, che doveva premiare le università migliori e più virtuose, in base ad una classifica definita su basi scientifiche. Fatto sta che il tutto si è tradotto in una vistosa sperequazione. Con Università che possono assumere solo due docenti (o poco più) per ogni dieci che vanno in pensione e altre dove l’organico può addirittura aumentare. Poco importa se, in questa fortunata situazione, si trova proprio l’istituto Sant’Anna di Pisa dove l’attuale ministro dell’Università, è stato rettore, e qualche altra istituzione. La realtà è che un po’ tutti gli Atenei del Sud rischiano di vedersi assegnare solo le briciole mentre il grosso della torta dei finanziamenti andrà, quasi esclusivamente, al Nord. Il tutto coperto dalla patina della premialità per gli atenei virtuosi. Una patina non sempre corretta e veritiera. Ad esempio, uno dei criteri è relativo agli incassi dalle rette degli studenti. Ma è ovvio che nelle regioni più ricche è più facile chiedere di più alle famiglie. Se il dato viene depurato dalle differenze del Pil e rapporto alle reali  situazioni economiche delle Regioni, si scopre ad esempio che anche un’Università come Napoli diventa virtuosa.
Per essere ancora più chiari. In assenza del blocco del turn over, l’università di Napoli “Federico II” avrebbe avuto più o meno 143 punti organico, equivalenti a circa 143 ordinari che andavano in pensione per l’anno 2012. Con il turn over al 20 per cento quei punti organico scendevano a poco più di 28. Applicando l’indicatore imposto dal decreto ministeriale della ministra Carrozza, i punti per l’ateneo napoletano scendono ancora di più, fino a 9,8. Per questo stesso anno, i pensionamenti totali del S. Anna hanno prodotto 2,25 punti organico, ma con l’intervento della ministra ex-rettrice, la sua università si trova ora con 4,79 punti organico e può quindi più che raddoppiare la sua percentuale di assunzioni per il nuovo anno. Maria Chiara Carrozza dice su Twitter di non accettare insinuazioni sul suo operato, ma non nega l’evidenza di questi dati su cui la sollecitano anche molti rettori, pronti a fare ricorso al TAR.
Il rischio, insomma, è che ancora una volta il Mezzogiorno paga il prezzo più alto della crisi, perpetuando di fatto il divario che esiste fra Nord e Sud anche in termini di istruzione. Con la buona pace di chi continua a insistere sul fatto che le condizioni per lo sviluppo del Meridione e del superamento del divario non sono tanto in una nuova e sterile iniezione di fondi a pioggia ma nella costruzione di una “comunità sociale”, in grado di far crescere una nuova classe dirigente. Gli attuali criteri per la ripartizione dei fondi all’Università vanno proprio nella direzione opposta.