Andando raminghi in paesi lontani: da Pascoli a Alvaro, il romanzo dell’emigrazione meridionale

emigrantiGiuseppe Antonio Martino

Corrado Alvaro definì la Calabria “terra severa, terra che straripa sempre, terra per la quale bisogna buttare sudore come sangue” 
e da quella terra, già nella seconda metà dell’Ottocento, centinaia di uomini fuggivano, andavano “ad imbarcarsi, cantando e ridendo sgangheratamente, perché non hanno denaro per ubriacarsi di vino e si ubriacano di canti e di riso”. Così, nel 1874 si leggeva sul giornale calabrese Il Pungolo.

Eppure, negli anni a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, il tema dell’emigrazione sembrava non trovare posto nell’agenda politica, nonostante fosse stato denunciato, già nel 1868, da un deputato lombardo, Ercole Lualdi.

Il problema non era soltanto meridionale: lo stesso on. Lualdi dichiarava, infatti, che soltanto nel suo collegio elettorale (Busto Arsizio) si era giunti ad oltre un migliaio di partenze. La piaga dell’emigrazione aveva interessato, è vero, l’Italia settentrionale prima del decollo industriale, ma per il Sud d’Italia il fenomeno stava assumendo dimensioni molto rilevanti: anche se non si hanno notizie precise, si stima che nel triennio 1869-1871 siano partite dal sud della penisola 53.000 persone. L’emigrazione stava assumendo importanza primaria; alle cause remote si sommavano gli eventi successivi alla proclamazione dell’Unità nazionale.

Giovanni Pascoli, da intellettuale “emigrato” nel sud della Penisola, con l’occhio attento ai problemi di quella realtà, in una conferenza tenuta nel 1906 all’Università di Messina, parlava di vergogna e di dolore, e sosteneva la necessità che la letteratura, specialmente meridionale, cominciasse ad interessarsi di quella fuga silente di migliaia di contadini che, davanti alle ingiustizie sociali, alle promesse non mantenute dei governi, avevano scelto di avventurarsi alla  ricerca di mondi nuovi e più giusti.

L’esigenza di una letteratura nazionale e popolare – rimasta negletta nella prima metà del XX sec. – idonea a colmare il divario tra intellettuali e masse, era particolarmente avvertita dalla cultura italiana. La figura dell’intellettuale espresso dalle classi subalterne, capace di esprimere la volontà di emancipazione, non ha trovato molte incarnazioni e comunque, generalmente, accusato di contenutismo, di insufficiente finezza, di intellettualismo e di stile colloquiale e dimesso. Su questa linea quasi tutti i narratori calabresi, alcuni di matrice contadina ed espressione di una realtà sociale che reclamava da molto tempo una voce letteraria che la rappresentasse. Molti di loro sono stati marginalizzati perché estranei alle connivenze e convenienze politiche del momento e agli intrighi del potere editoriale, in special modo scrittori come Fortunato Seminara e Mario La Cava, chiusi nel proprio mondo, giunti quasi ad isolarsi dalla comunità letteraria. Eppure spetta proprio a questi narratori, meridionali e popolari per istinto e non per moda, il merito di aver sottratto il tema del Sud all’equivoco mistificante dell’arcadia, del colore, del mito, cui anche Corrado Alvaro aveva, involontariamente, contribuito.

Per molto tempo il tema dell’emigrazione è rimasto estraneo anche alle penne dei meridionali, nonostante Mastro Bruno Pelaggi, il poeta analfabeta di Serra San Bruno, nell’unico componimento scritto in lingua italiana, affronta il problema affermando che si andava “raminghi in paesi lontani per cercare allo straniero lavuru e pani. Anche Fortunato Seminara afferma che “la povera gente ha sempre emigrato per il pane” e Franco Costabile, nel Canto dei nuovi emigrati, grida “ce ne andiamo con dieci centimetri di terra secca sotto le scarpe con mani dure con rabbia con niente”, ma è pur vero che partendo si conquistava un senso nuovo di libertà. In America, constata Saverio Strati, “la gente si saluta con un semplice buon giorno, buona sera … non si deve dire vostro servo o vossignoria, felice sera”.

Il flusso migratorio che nel primo ventennio del secolo si era diretto principalmente verso le Americhe, venne represso dal fascismo che, in alternativa, ripropose la politica coloniale che era già stata di Crispi, nel tentativo di trasformare un popolo di emigrati in un “popolo di trasmigratori”.

Alla censura fascista, purtroppo, non sfuggì Francesco Perri, lo scrittore di Careri, autore del romanzo Emigranti, pubblicato nel 1928, del quale si esaurirono in tre mesi tre edizioni e si ebbero sette traduzioni: Stati Uniti, Inghilterra, Unione Sovietica, Germania, Spagna, Olanda e Portogallo e che gli fruttò il premio Mondadori.

Il romanzo di Perri capitò nelle mani di Antonio Gramsci che dalla sua cella di Turi lo fece segno di una feroce stroncatura, pubblicata poi nei Quaderni del carcere. Il severo giudizio di Gramsci ha influito pesantemente sulla fortuna del libro, ma nelle sue pagine, che forse sono scritte in uno stile non molto elaborato ed anche se, come riconosce Antonio Piromalli, la costruzione dei personaggi è talvolta esteriore, vi è la storia del costume e della vita calabrese e Perri dimostra di conoscere a fondo il dramma che viveva in quegli anni l’emigrante italiano catapultato in terra d’oltremare. In quelle pagine affiora il tema della fatalità, caro ai narratori calabresi. Sembra quasi che la causa dell’emigrazione non fosse una precisa situazione politico-sociale, ma un triste fato storico, una condanna arcana per la gente del Sud a pagare il tributo a un destino crudele.

Nelle opere di Corrado Alvaro è già presente la frattura tra Regione e Nazione, tra vita pastorale, contadina, e vita cittadina; si affaccia nei suoi scritti quell’esigenza di fuga che aveva già dato origine all’emigrazione, ma questa dolorosa realtà della Calabria appare nella sua narrativa circonfusa di un alone mitico e fantastico, come un’evocazione.

Nel secondo dopoguerra, in un’Italia mortificata dalle condizioni in cui è rimasta dopo la sconfitta del fascismo, l’emigrazione riprende sotto forma di un esodo che spopola i paesi della Calabria: il flusso migratorio oltre che verso l’America si dirige anche verso l’Australia: tra il 1947 ed il 1976 circa 360.000 italiani sbarcarono in Australia dei quali circa 90.000 sono ritornati in patria.  I circa  270.000 rimasti costituiscono oggi, con i loro figli, il gruppo etnico più numeroso, dopo quello del Regno Unito.

I tempi sono cambiati: nel romanzo di Perri coloro che partivano tornavano in Italia o, quantomeno, coltivavano la speranza di tornarvi. Dopo i successi ottenuti in terra straniera la nostalgia si attenua e Saverio Strati, che l’emigrazione l’ha vissuta sulla propria pelle, descrive in Noi lazzaroni il conflitto interiore dell’emigrante che non vuole tornare, ma che non riesce a staccarsi del tutto dalle radici che si porta dentro come un’eco profonda.

Del bisogno profondo di un legame con la terra d’origine abbandonata in giovanissima età, parla Giovanni Antonio Sgrò nel volume autobiografico Australia per forza e per amore, con una prosa semplice, che risente della lunga lontananza, ma spontanea e sincera. Sgrò emigrò in Australia, appena  ventunenne, nel 1952, dalla natìa Seminara. Dopo i primi anni di duro lavoro, inseritosi fattivamente nella società australiana, ha cominciato a partecipare alla vita politica aderendo al partito laburista nello stato del Victoria. Nel 1979 fu il primo parlamentare italiano eletto nello stato che lo ospitava, carica che gli venne confermata per quattro legislature, fino a quando nel 1985, chiamato alla carica di vicepresidente del Senato, volle pronunciare il discorso di insediamento in lingua italiana, affermando così la piena integrazione di tutti i suoi connazionali nel tessuto sociale della nazione che li aveva accolti.

Oggi possiamo sostenere che, nella maggioranza dei casi, quella italiana è stata una emigrazione di successo: i nostri emigrati, e grazie al loro lavoro anche i loro figli, si sono inseriti con autorevolezza nei nuovi tessuti sociali, emergendo nei diversi campi della musica, della pittura, del teatro, della politica, dell’industria, del giornalismo, della medicina, della scienza. Sono cognomi italiani quelli di Cuomo, Giuliani, Sinatra…

Forse le speranze che all’inizio del secolo i nostri emigranti custodivano nelle loro logore valigie di cartone sono le stesse speranze che nutrono oggi le migliaia di clandestini che vengono scaricati, da logori gommoni, affamati, sulle nostre coste. Leonardo Sciascia in Il lungo viaggio”, racconto contenuto nella raccolta Il mare colore del vino, narra di un gruppo di italiani disposti, come gli immigrati che giungono oggi nella nostra Penisola, a pagare salatamente un mediatore che, ingannandoli, promette loro di farli giungere in America. Quei poveri siciliani nati dalla fantasia dello scrittore non vedranno la Statua della Libertà, ma nei loro occhi si poteva già leggere un sogno: “non più il denaro, custodito nel logoro portafogli o nascosto tra la camicia e la pelle, ma cacciato con noncuranza nelle tasche dei pantaloni, come avevano visto fare ai loro parenti, che erano partiti morti di fame, magri e cotti dal sole e dopo venti o trent’anni tornavano, magari per una breve vacanza, con la faccia piena e rosea che faceva bel contrasto coi capelli candidi”.

Go to TOP