Alla scoperta dei gioielli del Sud da salvare, Palazzo Bentivenga: l’orfanotrofio del ricamo e della madonna che piange

Alla scoperta dei gioielli del Sud da salvare, Palazzo Bentivenga: l’orfanotrofio del ricamo e della madonna che piange

Ancora un gioiello del Sud abbandonato all’incuria. E’ il collegio femminile provinciale “Pasquale Maria Bentivenga”, immobile del 1816 che fu subito adibito a orfanatrofio femminile. Esattamente un secolo
dopo la gestione laica passò in mano alle suore francescane Bertinono che continuarono a prendersi cura delle orfane ma accolsero anche ragazze provenienti da famiglie povere. Poi, andate via le suore, dal 2006 l’edificio è abbandonato al suo degrado. Eppure la sua storia è tutta da scoprire.

Nella terribile carestia del 1816, l’arciprete Pasquale Maria Bentivenga, soccorse orfani minorenni “abbandonate all’ozio. Senza stimoli di lavoro, accasciate dal pauperismo morale e materiale, erano esposte a pericoli continui, i cui effetti tristissimi non volevano essere prevenuti con una beneficenza volontaria.
Raccolse perciò in una casa di sua proprietà, dodici orfanelle: a sua madre ne affidò la vigilanza, ad una buona e virtuosa donna la custodia e l’educazione.
Ma in due o tre anni il numero delle ricoverate crebbe, i vicini paesi non mancavano di approfittare della pietà dell’arciprete di San Chirico, e intanto le sue erogazioni personali, le non infrequenti elemosine di benefattori, il prodotto delle “solite fatiche del fuso” non riuscivano a colmare i vuoti della modesta azienda dell’istituto. Alla richiesta di un sussidio, il Ministero degli affari interni rispose concedendo tre grana al giorno per ogni orfana; nel 1832, questo assegno fu elevato a grana cinque, sul bilancio della Cassa generale di Beneficenza”.


Nel 1857 il numero delle orfane salì ad 80.
La costanza al lavoro e alla preghiera era una educazione alla vita delle orfane, destinate ad essere dotate e sposate. Il quinto degli utili serviva alla costituzione di un fondo per la dote.
“I lavori donneschi” erano molto ammirati non solo in paese; in una pubblica esposizione in Napoli furono premiati con medaglie e la stampa della “capitale” ne parlò favorevolmente.
L’Istituto progredì fino a quando venne a mancare il Bentivenga, nel 1866. In seguito la sua amministrazione passò alla locale Congregazione di carità.
Intorno a quegli anni si diffusero in tutta la regione istituti di questo tipo: venti nel potentino, quattordici nel lagonegrese, dodici nel materano e undici nel melfese.

Il collegio Bentivenga negli anni è diventato noto in tutta la Basilicata come  istituto di formazione e apprendistato al cucito e al ricamo.
Oggi il palazzo è in comodato d’uso al Comune, mentre l’adiacente cappella (dove è custodita la statua di una Madonnina che dal 1994 piange) e un altro interno sono affidati alla parrocchia.

E’ già partita una raccolta di firme, sostenuta dalla Cisl, per avviare i lavori di restauro. Un’iniziativa sostenuta da Silvana Melfi, Maria Pizzo, Maria Continanza.  “Fino ad oggi- sono state raccolte circa duecento firme. Un numero riguardevole, che non può essere ignorato dal sindaco Borneo – sottolinea il sindacato di ispirazione cattolica – E’ il momento che l’amministrazione locale prenda a cuore il recupero dell’immobile, anche perché il suo stato di abbandono oggi mette a rischio la stessa incolumità dei cittadini».

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