Alessandro Laterza*

La pubblicazione delle linee guida per il cosiddetto Masterplan Sud, annunciato dal Presidente del Consiglio ai primi di agosto, colma una vistosa lacuna comunicativa, ma non risponde alla “svolta” che fiduciosamente era attesa e che avrebbe dovuto trovare riscontro sempre a detta del Presidente del Consiglio nella Legge di Stabilità. Il documento attualmente visibile sostanzialmente conferma quanto dichiarato in varie sedi da più di un esponente del Governo. Si tratta di una razionalizzazione organizzativa che dovrà essere imperniata su 15 accordi di programma con altrettante amministrazioni regionali e metropolitane meridionali. Obiettivo è la positiva accelerazione della spesa dei già programmati fondi strutturali 2014-2020 nella presuntiva misura di 7 miliardi in virtù dello spazio finanziario assicurato dalla “clausola per gli investimenti” ottenuta in sede europea.

Nel documento ci sono alcuni spunti nuovi, e meritevoli di attenzione: il riferimento, non meglio articolato, però, al tema della razionalizzazione del sistema delle partecipate locali nel sud; un inaspettato accenno al dialogo con le parti sociali; un cenno all`ormai mitica cabina di regia StatoRegioni, ridimensionata però alla materia del Fondo di sviluppo e Coesione, ovvero le risorse nazionali per la coesione. Il tutto è poi preceduto dal trionfale annuncio della disponibilità fino al 2023 di 95 miliardi, tra fondi strutturali cofinanziati e Fondo di Sviluppo Coesione (che in realtà includono anche risorse destinate al Centro Nord per oltre 20 miliardi di euro, ma non è il caso di sottilizzare …), che diventano addirittura 112 (sempre con più di 20 miliardi ad altri pertinenti) aggiungendo le risorse residue FSC della programmazione 20072013. A parte gli storici divari, nel Sud la “grande crisi” ha ingoiato 600.000 posti di lavoro e 5o miliardi di Pil (su base annua).

Quest`anno l`occupazione ha, per la prima volta da molto tempo, un andamento positivo (+120.000 posti) e la caduta del Pil dovrebbe arrestarsi. Dal 2008 al 2014 gli investimenti pubblici e privati sono crollati del 38%, nell`industria di oltre il 59%. Come è possibile? Non stiamo parlando del pezzo più sovvenzionato dell`apparato produttivo nazionale? Ebbene, decisamente no. Negli “Scenari Industriali” del Centro Studi Confindustria, appena pubblicati, emerge con chiarezza che tra 2008 e 2013 gli interventi di incentivazione concessi sono calati de116,9% nel Centronord (da 3.2 a 2,6 miliardi) ma del 76,3% al Sud (da 5,5 a 1,3 miliardi). E questo perché sono pressoché spariti gli interventi nazionali sostituiti esclusivamente (( molto parzialmente) da quelli regionali. Insomma, negli ultimi anni, lo Stato ha rinunciato, sostanzialmente, ad una politica di riequilibrio produttivo a beneficio dei territori più in ritardo: e le conseguenze non si sono fatte attendere.

È per questo che Confindustria chiede un credito d`imposta per nuovi investimenti e ampliamenti nel Mezzogiorno: per ridare slancio al tessuto produttivo; per compensare la carenza di incentivi industriali (siamo ultimi nell`UE con la Gran Bretagna); per disincentivare l`intermediazione burocratica; per incentivare la lealtà fiscale e il coraggio di fare impresa; per dare concrete possibilità di sfruttare la decontribuzione – da mantenere ai livelli del 2015 – per la nuova occupazione a tempo indeterminato. Per sottolineare che la riduzione fiscale su scala nazionale è benvenuta ma ovviamente non produce alcun effetto differenziale positivo nell`area più fragile. Tutto ciò ha senso come non smetto di richiamare – nell`interesse nazionale. Perché i miglioramenti più solidi si hanno riparando l`anello debole della catena. Perché il Mezzogiorno è il primo ” mercato per il sistema produttivo del resto del Paese. Perché oggi per ogni euro investito al Sud 4o centesimi diventano acquisti di beni e servizi nelle altre ripartizioni territoriali.

C`è di più. Contrariamente al luogo comune corrente, la spesa pubblica procapite della Pa nel Mezzogiorno è più bassa del 20% (2.934 euro in meno) rispetto al resto del paese; del 25% (per circa 4.900 euro) se consideriamo il Settore Pubblico allargato (Ferrovie, Anas, Enel ecc.). Il problema tuttavia c`è: la capacità fiscale del Sud, ovvero le tasse pagate, sono ben lontane dal coprire questo livello di spesa pubblica, sebbene sia ingiustamente basso e sistematicamente compensato da un uso non addizionale ma sostitutivo delle risorse per la coesione. La risposta è nello sviluppo dell`impresa privata, e nella crescita di reddito capace di generare gettito. E nella creazione di lavoro nel settore privato. Contrariamente ad un altro luogo comune corrente, i dipendenti pubblici nel Sud (diminuiti di 130mila unità tra il 2000 e il 2013) sono il 5% della popolazione residente, esattamente nella media nazionale. Anche qui però il problema c`è: il lavoro pubblico è il 19% dell`occupazione complessiva contro il 14% del centronord. Il problema, dunque, non è nella ipertrofica dimensione dell`impiego pubblico, quanto nella limitata estensione di quello privato: e, ancora una volta, la risposta è nello sviluppo dell`impresa privata e nell`incremento dell`occupazione che questa può generare.

Nella microscopia della discussione sulla legge di stabilità, ed in quella per il momento asfittica sul Masterplan, l`auspicio è che ci sia spazio per un pensiero più lungo.

Responsabile Mezzogiorno Confindustria

 

Fonte: Il Sole 24 Ore