Intervista con Maria Cava

DAC come Densità-Affermazione-Competenza. Sono le parole chiave utili a mettere a fuoco il profilo del DAC dal punto di vista della narrazione mediatica. Acronimo di Distretto Aerospaziale della Campania, un network presieduto da Luigi Carrino, per il quale Maria Cava, consulente esperta di comunicazione e giornalista professionista (è vice segretario del Sindacato unitario giornalisti della Campania), cura da anni l’ufficio stampa, il posizionamento mediatico nonché la conduzione di eventi e convegni.

Dottoressa, in un suo recente intervento in video al convegno Facciamo Spazio, lei ha individuato le key words che distinguono il Dac. Ce ne vuole parlare?

Sono le keywords del nuovo racconto del Distretto, che tra l’altro nel 2022 compie dieci anni. DAC sta per Distretto Aerospaziale della Campania. Ma sul piano simbolico, potremmo dire, i concetti che lo rappresentano sono a mio avviso densità, affermazione e competenza.

In che senso e perché proprio questi?

Le tre lettere sono paradigmi che si possono declinare così. Densità di spesa europea e di interazioni sistemiche. Affermazione settoriale nell’economia manifatturiera. E alta competenza delle componenti scientifiche e specialistiche. In un Mezzogiorno che soffre un divario di lunga data, ma che esprime anche una vivace presenza manifatturiera se è ero che come territorio a sé stante il Sud è l’ottava area europea per presenza industriale, oltre ai noti punti critici dovuti a numeri e dati concreti, gli studiosi ne hanno individuati due che sono di carattere culturale in senso lato.

Quali?

Il Mezzogiorno viene additato dalla narrazione consolidata come “incapace di spendere le risorse europee”, a causa di una PA più debole e inefficiente e una classe politica che cede alla pressione della domanda assistenziale come leva per consolidare il consenso. Ed affetto da scarsa densità di interazioni sistemiche tra gli attori dello sviluppo, che sono per inclinazione individualisti, non fanno squadra, non collaborano e non cooperano. Motivo per cui le numerose eccellenze imprenditoriali non generano tessuto connettivo e non producono capitale sociale.

Il DAC invece?

Si propone come terapia, vale a dire come modello capace di generare processi virtuosi. Proprio perché alta è la sua densità di interazioni sistemiche, in quanto la sua rete è formata da diciannove Università, ventiquattro grandi imprese, oltre 150 piccole e medie aziende. Alta è anche la densità della sua spesa europea, dal momento che i suoi progetti approvati e rendicontati raggiungono la ragguardevole percentuale del 90%.

In foto Maria Cava

Può spiegare in maniera più compita come fa il DAC a produrre il tessuto connettivo dello sviluppo?

Ci riesce perché il suo modello non è solo centripeto, ossia non guarda esclusivamente al suo interno. Le eccellenze tecnologiche e produttive che enumera agiscono non solo in ottica di filiera allargata e come ecosistema industriale compatto. Certo il promo intento è supportare in particolar modo le PMI associate nel percorso di cambiamento, favorirne l’accessibilità a nuove opportunità di business, promuovere processi collaborativi e scambio di esperienze e buone pratiche, attivare sinergie strutturali.

Quale altro scopo si prefigge?

Il DAC è anche una risposta di alto profilo sui due punti critici più importanti rilevati dalla narrazione tradizionale sugli ostacoli intrinseci. Infatti non si distingue solo per il contributo che porta alla capacità di spesa delle risorse europee, ma per il forte contributo alla densità delle interazioni all’esterno. Il modello con il quale è nato e si è affermato si fonda esattamente su qualità e densità di interazioni in un sistema complesso, che vede enti di ricerca, Università, centri di competenza interagire sinergicamente con imprese di grandi, medie e piccole dimensioni. In questo senso è una fabbrica di “tessuto connettivo” al servizio dello sviluppo sociale.

L’altra lettera emblema è la A di affermazione?

Si. E qui il riferimento è alla affermazione della filiera aerospaziale nell’ambito dell’economia manifatturiera. Nonostante le criticità economiche e le note debolezze strutturali, il tessuto produttivo meridionale ha un peso rilevante in Italia e nell’Ue, soprattutto nel manifatturiero, settore chiave perché sostiene le esportazioni e valorizza l’immagine del Paese quale portatore di eccellenza, qualità e tradizione a livello internazionale.

Può spiegare meglio?

Nell’ambito del sistema produttivo meridionale, come ci dice da tempo SRM, il centro studi di Intesa Sanpaolo, spiccano per Valore Aggiunto manifatturiero le 4A più Biofarmaceutico: Automotive – Agroalimentare – Abbigliamento-Moda – Aeronautico.

Sono i settori che esprimono interconnessioni produttive e innovative più robuste con il resto del Paese e con i mercati internazionali?

Sì, un cluster che esprime complessivamente un VA di 14,3 miliardi, vale a dire il 18%, contro il dato nazionale del 13%.Ma è l’aerospazio del Mezzogiorno, secondo solo all’automotive, a presentare numeri importanti e percentuali capovolte (4,7% rispetto all’1,8 come dato nazionale sul manifatturiero.

Infine la C di competenza…

Qui il gioco è facile. La competenza è di alto profilo grazie alle componenti scientifiche e specialistiche che ha al suo interno. Basti pensare che la facoltà di Ingegneria Aerospaziale di Napoli è da anni tra le migliori in Italia nella classifica accademica delle università mondiali, posizionata al di sopra dei Politecnici di Milano e Torino. E quest’anno si è posizionata prima in Italia nel rancking redatto dall’Università di Shanghai, che valuta i principali istituti di educazione terziaria nel mondo.

E’ una competenza che ha radici profonde, non è così?

E’ la facoltà che ha avuto tra i suoi docentiLuigi Gerardo Napolitano e Umberto Nobile, figura leggendaria che è stato, come è noto, uno dei pionieri e delle personalità più elevate della storia dell’aeronautica italiana, divenuto famoso al grande pubblico per le sue due trasvolate in dirigibile del Polo Nord. Già docente di Costruzioni aeronautiche dell’Università degli Studi di Napoli Federico II per oltre trent’anni.

di Raffaele Tovino