Addio Pizzo: lotta antiracket ancora piu’ dura

Daniele mannarano Addio PizzoAddio Pizzo 10 anni fa, nasce da un’idea di un gruppo di ragazzi che si pongono una domanda: “Se un giorno dobbiamo aprire un’attività e la mafia ci chiede il pizzo, cosa facciamo? Questa idea diventa realtà, si crea così un nuovo movimento e un’azione antiracket. Cresce sempre di più il numero di chi denuncia, di chi si ribella ma è pure vero, che la strada è ancora lunga. Le cronache attuali ci presentano il conto come “i grandi bluff dei sostenitori dell’antiracket”, basti pensare al Presidente della Camera di Commercio di Palermo, Roberto Helg, che estorce denaro a Palazzolo, imprenditore siciliano. Helg, paladino contro la corruzione, viene preso con le mani nella marmellata: l’estorsione di Helg, questa volta, è di 100mila euro a Palermo ma l’imprenditore siciliano Palazzolo, non regge più a questo ricatto. Helg viene colto in flagranza di reato e viene arrestato. In Piazza Magiona, a Palermo, incontro, per Addio Pizzo, Daniele Marannano, tra i fondatori dell’associazione antiracket. Con lui tracciamo un bilancio, riflettiamo sul presente e proiettiamoci nel futuro, in considerazione anche delle ultime vicende legate alla corruzione.

La grande festa di Addio Pizzo, è un appuntamento molto sentito e ritorna nella piazza dove è nato…

“Rispetto a 10 anni fa, quando nacque e si svolse la prima fiera su Piazza Magione, la denuncia contro le estorsione non è più un gesto straordinario ed isolato, grazie al lavoro di continuità dei magistrati e forze dell’ordine. Grazie anche al ruolo delle associazioni che sono al fianco di chi decide di collaborare ma grazie anche ad un altro fattore, che oggi assume un peso non indifferente”.

Quale?

“Parlo della crisi che purtroppo sta divorando il tessuto produttivo, locale e nazionale. I commercianti e gli imprenditori, proprio in ragione di questa grave crisi economica, non sono più nelle condizioni di farsi carico nemmeno di piccoli balzelli, in debiti imposti da Cosa Nostra. Va detto, perché sono oramai molti coloro che hanno compiuto questa scelta che oggi, rispetto al passato, davvero si può denunciare. Lo dico al di fuori di ogni retorica. Sono proprio gli imprenditori e i commercianti che fanno questa scelta, continuando a lavorare in condizioni di normalità, un esempio tangibile. Ma c’è il rovescio della medaglia che non possiamo non osservare, su cui non possiamo non riflettere, nonostante il grosso lavoro delle forze dell’ordine e dei magistrati: la maggior parte delle collaborazioni degli imprenditori e dei commercianti, maturano la denuncia, solo dopo che vengono chiamati dagli organi inquirenti a confermare dei fatti. Questo ci dice come la denuncia sia ancora una prassi di comportamento dominante e diffuso nel tessuto civico della nostra città”.

Intanto la corruzione, la mafia, dalle ultime sconcertanti notizie, sembrano invincibili.

“Dalle recente indagini, le vicende che hanno interessato il mandamento di Pagliarelli ma anche gli arresti di qualche giorno fa che riguardano alcuni parlamentari posti agli arresti domiciliari, ci fa capire che c’è ancora molto da fare. Noi quando apprendiamo certe notizie, non possiamo non riconoscere che, nonostante il grosso lavoro fatto, dobbiamo fare dei passi indietro. Quello che emerge dalle indagini suscita in noi molta indignazione, mi riferisco agli arresti che dei parlamentari dell’Ars, ci conferma una cosa su tutto: la politica ha perso il suo primato, non è in grado di fare selezione al suo interno ed è la magistratura che, puntualmente, deve intervenire per fare un qualcosa che dovrebbe essere nel ruolo, nell’essenza della politica stessa”.

Le ultime inchieste giornalistiche di Pino Maniaci della “Mafia nell’Antimafia”, la dicono lunga. C’è un grande business…

“Ho la sensazione che su un tema strategico, come quello dei beni confiscati e sequestrati alla mafia, ci si sia ridotti, come per il calcio in Italia, su cui tutti si reputano allenatori e che in ragione di ciò, sono in grado di dare indicazione, di imporre strategie. Se ci sono nella gestione dei beni sequestrati alla mafia delle falle che possono addirittura rasentare irregolarità, sarà la magistratura a chiarire tutto però credo che si debba partire da un presupposto che certe imprese, in una condizione di libero mercato e di libera concorrenza, che poi vengono sequestrate, probabilmente non sarebbero mai nate. E’ uno dei motivi, per cui spesso queste stesse imprese, una volta sequestrate hanno difficoltà a mantenersi sulle proprie gambe visto che in passato, il trattamento degli operai non era ispirato, per adoperare un eufemismo, a principi di legalità, non erano gestiti da sindacati ma dagli stessi mafiosi che avevano nelle mani l’azienda. Che ci possa essere un problema sulla gestione dei beni confiscati è evidente, ma il problema riguarda soltanto gli amministratori giudiziari, che devono avere anche delle competenze manageriali ed imprenditoriali per gestire queste attività economiche. Ripeto: queste imprese, in un libero mercato, senza il supporto della mafia, non sarebbero mai esistite. Una volta che arrivano nelle mani dello Stato, lo Stato deve fare ogni sforzo, perché queste attività possano rimanere in piedi preservando i livelli occupazionali e se quell’impresa, non è nelle condizioni di essere affidata a una cooperativa, perché si tratta di impresa con un livello di alta specializzazione, allora si valuti l’ipotesi, come diciamo da tempo, di affittare grandi aziende, di metterle sul mercato. Se c’è il rischio che possano ritornare alla mafia, meglio correre un rischio del genere, piuttosto che mandare al macero l’impresa e i dipendenti”.

Laura Bercioux, conduttrice e giornalista. Ha collaborato con Telenorba, Stream Tele+Inn, Rai Tre, Rai Uno. Collabora anche per La Voce di New York. [ View all posts ]

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