Accadde oggi nel Sud: 15 marzo 2003, i Savoia tornano a Napoli. E i Borbone se ne vanno: Il crollo del Sud è colpa loro

vittorio-emanuele-di-savoia-napoli-2003NAPOLI – Sono cugini, è vero. Ma quando il presente rimesta nel passato, non c’è legame che tenga. E così la Storia, quella con la «s» maiuscola, cede subito il passo a una storia, minuscola come la sua iniziale, di parenti serpenti che rivangano antichi rancori e s’azzuffanno per nulla. Risultato: tornano i Savoia, partono i Borbone. Non prima, però, d’essersi bastonati a suon di parole.
GLI ULTRAS DELLE DUE CORONE – Come d’altronde fanno da giorni, all’ombra del Vesuvio, gli ultimi ultras delle due corone scambiandosi accuse al vetriolo, roba che scortica la faccia degli «invasori» (questo e nient’altro, infatti, sono i «sabaudi» per i nostalgici del Regno di Napoli) e incartapecorisce i lineamenti dei «franceschielli» (epiteto adoperato, con malcelato disprezzo, dai sostenitori di Vittorio Emanuele per marchiare i rivali). Insomma, è bastato un appiglio di cronaca a riattizzare il fuoco dei vecchi contrasti dinastici. E Napoli, che di quella rivalità fu il palcoscenico, torna dopo un secolo e mezzo al centro della contesa. «Potevano scegliere Roma e Torino – tuona Carlo di Borbone dalle pagine del Corriere del Mezzogiorno – Questa non è la loro città. Invito i napoletani a non dimenticare che l’unità d’Italia fu un’annessione forzata del Sud che la storiografia si è poi occupata di cancellare. Ai Savoia si deve il crollo economico del Meridione: con loro sono scomparse tutte le industrie, le concerie, l’artigianato».
Meglio, dunque, andare all’estero in attesa della «rivincita». Che, fra l’altro, è già in calendario per domenica 23 marzo quando nella basilica di santa Chiara, in diretta su Raiuno, il cardinale Mario Pompedda, Gran Priore dell’Ordine Costantiniano e Prefetto della Segnatura Apostolica, celebrerà la messa con Carlo e Camilla di Borbone in prima fila, accanto alle dame e ai cavalieri da loro prescelti. «Questa rivalità mi suscita un pizzico d’angoscia – confessa il professor Giovanni de Medici, principe di Ottajano, delegato in Campania dell’Ordine Mauriziano, la guardia d’onore di Vittorio Emanuele -. Sono legato ai Borbone come tanti napoletani, ma ciò non mi vieta di nutrire affetto e stima per i Savoia, che incarnano la svolta unitaria del nostro Paese e una maggiore freschezza storica. Le due dinastie, poi, sono imparentate fra loro, si frequentano nelle occasioni che contano. Insomma, credo che sia soltanto uno sparuto gruppo di nostalgici a premere sull’acceleratore delle polemiche. La realtà è ben diversa».
DISPUTA SECOLARE – Sarà anche così, ma se di mezzo ci va perfino san Gennaro, vorrà pur dire qualcosa. La disputa, come da copione, è secolare. E si riaccenderà oggi pomeriggio quando Vittorio Emanuele, con moglie e figlio, assisterà in Duomo alla messa officiata dal cardinale Michele Giordano e potrà rendere omaggio alle ampolline contenenti il sangue raggrumato del santo patrono. Patrono che i borbonici arruolano nelle loro file, ricordando che durante il regno delle Due Sicilie regalò moltissimi miracoli, al punto da guadagnarsi i galloni – assegnati con regio decreto – di capitano generale dell’armata reale. E che invece i Savoia trascinano dalla loro parte sottolineando come l’erede al trono (oggi inesistente) sia stato battezzato con un terzo nome che è sigillo di eterna devozione: Gennaro, appunto.
«Siamo seri e lasciamo perdere il folclore – esclama lo storico Francesco Barbagallo -. Queste rivalità dinastiche oggi sono prive di senso: parliamo di gente che al massimo rappresenta se stessa e forse nemmeno. Credo che la stragrande maggioranza dei napoletani sia del tutto indifferente al rientro dei Savoia. A voler essere generosi, avranno intorno un po’ di curiosità. Ma chi vagheggia bagni di folla, rimarrà deluso: sono pronto a scommettere».
La pensa allo stesso modo un altro esperto della storiografia partenopea. «L’idea monarchica, che con Lauro qui fu vincente perfino nell’immediato dopoguerra, è ormai tramontata – spiega Giuseppe Galasso -. E questo grazie anche all’offuscato prestigio di Vittorio Emanuele e alle discutibili imprese di suo figlio». Ai quali, tanto per aggiungere pepe alla pietanza, eviteranno di stringere la mano il sindaco Rosa Russo Iervolino e il governatore Antonio Bassolino. In partenza, beati loro, per un tranquillo weekend.
Enzo d’Errico

Dal Corriere della Sera del 15 marzo 2003

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