Ravioli, gnocchi, maccheroni al pomodoro, vermicelli al burro, tagliolini, maccheroni con salsicce, lasagne. Ma anche qualche piatto tipico siciliano, soprattutto dopo il traferimento del re a Palermo: così entrano spezie, pinoli, capperi, pepe, uva e cannella. La cucina borbonica richiedeva un grande sforzo. Anche dal punto di vista dell’approvvigionamento. I documenti firmati dal primo intendente della Reggia di Caserta, Lorenzo Maria Neroni (1704-1780) riferiscono che quando i reali arrivavano a Palazzo, venivano emanati “banni per tutto il tenimento del Real Stato, animando i venditori a portarsi a Caserta a fare lo smaltimento, assicurando giusto e corrispondente prezzo della merce”.

Ma che cosa si comprava? “Bevande e ogni genere commestibile: soprattutto pesce fresco, ma anche animali caprini, pecorini e pollami”. Le provviste per la cucina, dunque, arrivavano giornalmente a Caserta non solo da Napoli ma anche da Maddaloni, Durazzano, Capua, Limatola e Morrone sui cosiddetti trami caricati con le derrate necessarie.

Nell’Ottocento venne dato un forte impulso dato all’agricoltura, soprattutto da Francesco I e Ferdinando II. “Furono i Reai Siti di Caserta, San Leucio e Carditello – scrive la storica Paola Viola – a fornire gran parte dei viveri per i Sovrani: San Leucio e Caserta fornivano vini nobili, olio fino, frutti e ortaggi prelibati; Carditello invece, grazie all’eccezionale ricchezza dei pascoli, offriva in gran quantità frumento, legumi, latte e carne di armenti (bufale e vacche) sostanziosa e abbondante.

Quando i Sovrani si trovavano a Napoli, gli amministratori si adoperavano affinché la quantità di prodotti richiesta pervenisse nella capitale in giorni prefissati; per Caserta l’amministratore aveva fissato la consegna per il lunedì e venerdì di ogni settimana alle ore sette precise. I prodotti venivano trasferiti presso la Reai Controlleria dove erano passati in rassegna dal re e poi consegnati all'”ufficio di bocca” competente per essere infine serviti in tavola. Quanto ai bottini di caccia, una parte era offerta in dono a battitori e guardiacaccia mentre la parte migliore era affidata alla perizia di cuochi francesi per essere servita alle Loro Maestà.

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