Le notizie in evidenza sui giornali di sabato 25 maggio 2019

Le notizie in evidenza sui giornali di sabato 25 maggio 2019

Economia e finanza

L’Italia reclama il commissario europeo all’economia.

Finora era solo un’ipotesi remota tra i burocrati di Bruxelles, ma che appassionano molto poco gli Stati membri. Ora, di fronte alle difficoltà quasi insuperabili di sciogliere il puzzle delle cinque grandi nomine europee (presidente del Parlamento europeo, della Commissione, del Consiglio Ue, dell’Alto rappresentante per la politica estera e della Bce) sta prendendo sempre più corpo l’eventualità che la Commissione Junker possa essere prorogata almeno fino alla fine dell’anno. È già successo ai tempi di Prodi ma non sarebbe un bel segnale in un momento di grande sfiducia dei cittadini verso le istituzioni europee. E non sarebbe un vantaggio per l’Italia che non ha mai avuto un rapporto costruttivo con di fronte all’impasse possibile una conferma dell’attuale Commissione fino alla fine dell’anno Il puzzle per le poltrone continentali riguarda anche la Bce e la presidenza del Consiglio europeo l’attuale esecutivo comunitario. Il risiko delle nomine è duqnue cominciato e difficilmente l’Italia riuscirà a ripetere la performance iniziata cinque anni quando sommava alla guida della Bce (Draghi), quella dell’Alto rappresentante per la politica estera (Mogherini) e del presidente del Parlamento (Tajani). Il via alle danze è stato dato agli inizi di maggio con il Consiglio Ue di Sibiu, ma la trattativa stavolta verrà complicata dall’esito del voto e dalla frammentazione del Parlamento Ue. La crescita delle forze populiste ed euroscettiche renderà forse un po’ più complicata l’intesa, ma poiché saranno alla fine sparsi in tre-quattro gruppi, non saranno in grado di determinare la maggioranza che dovrebbe continuare ad essere composta da Ppe, Pse, Verdi, macroniani e probabilmente il gruppo dei conservatori dove c’è anche il partito della Meloni. Incontrando Tusk, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte non si è sbilanciato, ma ha voluto ribadire che all’Italia deve spettare «un ruolo primario» all’interno della Commissione.

Trump apre alla Cina.

Nella doccia scozzese che a giorni alterni somministra all’economia mondiale, Donald Trump ha inaugurato il ponte festivo del Memorial Day all’insegna dell’ottimismo. La guerra commerciale con la Cina «potrebbe concludersi», ha detto il presidente. Ha aggiunto che anche lo spinoso dossier Huawei – l’azienda cinese di telecomunicazioni attorno alla quale Washington sta organizzando un embargo – potrebbe trovare soluzione all’interno di un accordo più generale. Trasformando così Huawei da bestia nera a elemento negoziale. Agli investitori il quadro generale è sembrato volgere lievemente al meglio grazie alle parole del presidente Trump. Le Borse europee hanno reagito con rialzi, Wall Street ha avuto un andamento positivo ma più cauto, quasi che abbia incorporato uno scetticismo costante sugli annunci della Casa Bianca. Non mancano infatti le contraddizioni nel fraseggio di Trump. Da un lato ha definito Huawei «molto pericolosa dal punto di vista della sicurezza, in un’ottica militare». Poi però ha aggiunto: «È possibile che Huawei venga inclusa in un accordo commerciale. Se raggiungiamo un’intesa, posso immaginare che Huawei ne faccia parte». Il presidente ha fatto questi commenti subito dopo un incontro alla Casa Bianca con le organizzazioni degli agricoltori. All’ordine del giorno c’erano le contro-sanzioni cinesi che colpiscono in particolare l’agricoltura; e gli indennizzi che il governo ha già annunciato, dell’ordine di 16 miliardi di dollari, per ridurre i danni ad un settore che è anche politicamente cruciale.

Politica interna

L’Italia verso il voto. Gli scambi di accuse non si fermano nemmeno a un giorno dal voto di domani. In compenso, si avverte una punta di cautela in più sull’esito della consultazione europea. Evidentemente, tutto quello che si poteva dire e promettere è stato tirato fuori. E il carattere proporzionale delle elezioni ha accentuato le divisioni e le polemiche. Ma nessuno tra i leader si azzarda a previsioni trionfalistiche, perché sa che sui risultati influiranno sia l’affluenza alle urne, sia l’esigenza di non precludersi margini di manovra per il «dopo». Lunedì non ci sarà solo il conto di chi avrà vinto la gara e quanto sarà ampia la forchetta tra i due partiti di maggioranza. Certamente sarà il dato più significativo per le ripercussioni sul Governo ma ci sono riflessi importanti anche per le opposizioni. Ammesso che sia vero quello che ripetevano ieri Salvini e Di Maio – cioè che non cambierà nulla – c’è una lunga traversata che aspetta Forza Italia e il Pd. Infatti, senza l’opzione di un voto subito si azzera la possibilità su cui scommettono Berlusconi e la Meloni di una ricomposizione del centro-destra e si apre – invece – una stagione di lotta per la sopravvivenza per non essere inglobati dalla Lega. Una delle ragioni per cui il ministro dell’Interno potrebbe lasciare tutto com’è con i 5 Stelle – oltre ai conti sui consensi presi – è che una delle convenienze è proprio quella di aspettare in attesa che tutto si sfaldi in casa del Cavaliere. E che anche Fratelli d’Italia diventi più o meno un partito satellite leghista. Una scommessa sul medio termine per riportare, nel giro di qualche anno, l’Italia dentro uno schema bipolare esattamente come si è visto in questa campagna elettorale dove il populismo ha trovato una declinazione più tradizionale dividendo il campo tra la destra di Salvini e un Di Maio che ha piegato a sinistra. E il Pd? Ci si interrogasu quale sia l’obiettivo numero uno di queste europee di Nicola Zingaretti, oltre a far eleggere una truppa di europarlamentari: contribuire a cambiare rotta all’Europa? Arrivare secondo e battere Di Maio o veder cadere il governo?

Assunzioni nella scuola. Quando mancano 48 ore all’apertura delle urne, i ministri leghisti Marco Bussetti e Giulia Bongiomo annunciano un piano di stabilizzazioni e assunzioni nella scuola che fa scattare l’applauso dei sindacati, ma scatena il mal di pancia degli alleati del Movimento 5 Stelle, infastiditi al punto da mettere in guarda il ministro dell’Istruzione da «forzature preelettorali». Mentre è impegnato nel rush finale della campagna per le Europee Bussetti sceglie la piazza di Facebook per rendere noto, senza ulteriori dettagli, il suo «sì a misure uniche e straordinarie per la stabilizzazione del precariato storico e a percorsi abilitanti aperti a tutti coloro che hanno acquisito adeguata esperienza». La proposta unitaria presentata dai sindacati sarà recepita «nel primo veicolo normativo utile». Intervistato il ministro ha precisato alcuni punti, soprattutto a quanti l’accusavano di una manovra di mera propaganda elettorale, di aver tenuto così un comportamento indegno, come sostengono l’opposizione e una parte dei sindacati. Secca la replica: «Indegno è l’alto numero di precari nella scuola e indegno è far vivere una persona a lungo nell’incertezza. Lavoreremo affinché si svolga un percorso serio di abilitazione per i precari che è frutto di un’interlocuzione che va avanti da tempo con i sindacati. Il superamento del precariato era già nel contratto di governo, siglato oltre un anno fa. In questi mesi abbiamo lavorato a una nuova stagione di concorsi.» Così, stando alle sue parole, lo scorso 24 aprile ha chiuso un importante accordo a Palazzo Chigi, alla presenza del Presidente Conte per poi aprire subito un tavolo sul reclutamento che si è riunito per raggiungere in tempi rapidi un fondamentale obiettivo nell’interesse della scuola. Nel giro di poche ore oltre a lei hanno annunciato assunzioni anche la ministra Grillo e la ministra Bongiorno. Ma nel futuro dell’Italia c’è una manovra economica di cui si sa già molto bene che sarà lacrime e sangue. E allal domanda su dove si pensano di trovare i soldi necessari, il ministro ha risposto: «Questo Governo ha già dimostrato di non fare promesse a vuoto. Noi alle parole facciamo seguire i fatti. Lo stiamo dimostrando. Andremo avanti con pragmatismo».

Politica estera

Attentato a Lione. La polizia è alla caccia del trentenne ripreso dalle videocamere di sorveglianza di Lione: bermuda beige, felpa scura, occhiali scuri, volto coperto. Poco prima delle 17.3o si è avvicinato, accompagnando a mano la bicicletta, a una panetteria della catena Brioche Dorée in rue Victor Hugo, nella zona pedonale e commerciale nel pieno centro della città. Ha appoggiato per terra una borsa di carta e poi si è allontanato. Qualche minuto dopo l’esplosione: la vetrina del negozio è andata in frantumi, i pezzi di cristallo e soprattutto le viti e i bulloni contenuti nella bomba hanno ferito tredici passanti, per fortuna in modo non grave. Il movente dell’attentato è ancora sconosciuto, e potrebbe non avere una connotazione politica. Ma la bomba di Lione ha comunque turbato le ultime ore della campagna elettorale, che era già una delle più drammatiche in Europa. II presidente Emmanuel Macron e la principale oppositrice Marine Le Pen hanno entrambi caricato le elezioni europee di un’importanza epocale: il primo ponendosi come il leader del campo dei progressisti che difendono l’Unione dall’assalto finale dei nazionalisti, la seconda chiedendo ai francesi di votare per cacciare il presidente dall’Eliseo. La bomba di Lione è scoppiata neanche un’ora prima del comizio conclusivo di Marine Le Pen e del capolista Jordan Bardella a HéninBeaumont, nel nord della Francia.

Le dimissioni di Theresa May. È stato un lungo addio. Dopo avere resistito per mesi sull’orlo del precipizio, ieri Theresa May si è rassegnata all’inevitabile. Voce rotta e occhi pieni di lacrime, la premier britannica ha annunciato che darà le dimissioni il 7 giugno. «A breve lascerò l’incarico che è stato l’onore della mia vita avere, – ha detto -. Lascio senza risentimento, ma con un’enorme eterna gratitudine per avere avuto l’opportunità di servire il Paese che amo». La May ha espresso il suo «profondo rammarico» per non essere riuscita ad attuare Brexit come avrebbe voluto e come avevano chiesto gli elettori nel referendum del 2016. «Ho fatto tutto il possibile». Intanto, la corsa per insediarsi a Downing Street è già partita. Formalmente, Theresa May lascerà la guida del partito conservatore solo il 7 giugno e dal 10 partirà la scelta del successore: ma da ieri la poltrona di primo ministro britannico è di fatto vacante. L’annuncio delle prossime dimissioni della May è arrivato ieri mattina e non è stato una sorpresa: i maggiorenti del partito conservatore avevano comunicato alla premier che non godeva più della loro fiducia e lo sfratto era dunque inevitabile. Ma si è trattato comunque di un addio carico di emozione, con la May che è scoppiata in lacrime alla fine del suo breve discorso davanti al portone del numero 10. La premier si è detta rammaricata per non aver potuto portare a termine la Brexit e ha provato comunque a rivendicare i meriti del suo governo: ma tutto sbiadiva di fronte al fallimento del compito principale. La sua voce si è incrinata alla fine, quando ha ricordato di essere stata «la seconda donna primo ministro, e non l’ultima». Un finale pieno di umanità per una donna che era stata soprannominata «Maybot», il robot-May, e che in più di un’occasione aveva mostrato totale mancanza di empatia ed intelligenza emotiva. Ma il cuore e l’animo le si sono scaldati troppo tardi, quando ormai era giunta l’ora dell’addio.

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