Le notizie sui giornali di sabato 27 ottobre

Le notizie sui giornali di sabato 27 ottobre

Politica interna

Primarie Pd, c’è anche Martina. Il Forum di Milano avrebbe dovuto essere l’ultimo atto della segreteria di Maurizio Martina, ma potrebbe diventare il trampolino di lancio della sua ricandidatura alla guida del Pd. È una due giorni ambiziosa, quella organizzata oggi e domani dal segretario che sta per dimettersi così da anticipare il congresso dem, con ospiti il premier spagnolo Pedro Sanchez, il candidato del Pse alla commissione Ue, Frans Timmermans e lady Pesc, Federica Mogherini, oltre a economisti e intellettuali. Attesi a Milano tutti (o quasi) i leader del partito, anche se Matteo Renzi non ci sarà perché in Cina, e Andrea Orlando pensa di dare forfait. La corsa per la guida del Pd aveva finora un solo peso massimo, il governatore del Lazio Nicola Zingaretti e altri candidati di minore popolarità da Francesco Boccia a Matteo Richetti al giovane Dario Corallo. Lo scenario sta per cambiare. Si va verso la competizione di tre big, se davvero Marco Minniti, l’ex ministro dell’Interno che i renziani sono pronti a sostenere, sceglierà di candidarsi e se Martina, dopo otto mesi tra reggenza e elezione a segretario nell’Assemblea dei mille delegati, proverà a cercare la legittimazione dei gazebo. Fino a pochi giorni fa, Martina confidava di stare seriamente pensando alla sua candidatura, ma a patto che non si candidasse Minniti. Potrebbe farlo comunque, anche perché l’ex responsabile del Viminale pare orientato a fare il passo, e molti ritengono la sua corsa un’assicurazione contro il rischio di una scissione da parte di Renzi, che teme soprattutto la vittoria di Zingaretti. Il governatore del Lazio, intervistato oggi dal Corriere della Sera, dice di non essere preoccupato dai tanti candidati in pista: «Non mi preoccupa l’affollamento perché le nostre regole parlano chiaro. E dicono che alla fine ai gazebo a febbraio arriveranno tre candidati». Quanto alle voci di un rinvio del congresso Zingaretti spiega: «Spero di no. Ma credo anche di no». E sèpera «che ci si renda conto degli errori fatti». «Se ci penso: abbiamo perso un referendum, le amministrative, le politiche e ancora le amministrative. Cosa altro deve accadere per decidere di cambiare rotta e mettere in campo un nuovo Partito democratico?».

S&P conferma il rating, ma avverte: crescita a rischio – Tap, la svolta dei 5 Stelle – Trump blinda i confini col Messico

Di Maio attacca Draghi. La Lega: “Parole scomposte”. Gli attacchi di Luigi Di Maio a Mario Draghi arrivano a metà pomeriggio. E aprono un nuovo scontro sotterraneo, ma durissimo tra alleati. Matteo Salvini è infuriato. Ha dato ordine ai suoi di non attaccare il Presidente della Bce. Evita anche lui di farlo, a caldo. È perfettamente in linea con Giancarlo Giorgetti. Per il leghista, la guerriglia del leader dei 5S è avventata, anzi scomposta. Pesa una considerazione di opportunità, in questo senso: le banche arrancano, Mps e Carige continuano a perdere terreno e per risolvere un’eventuale crisi sarà decisivo il giudizio di Francoforte. Meglio evitare il conflitto aperto con Draghi. E rasserenare l’elettorato padano, assai sensibile alla stabilità del credito. Mentre la battaglia intestina infuria, la decisione di S&P piomba su Palazzo Chigi. E convince i gialloverdi a confermare la trincea del 2,4% di deficit. Di Maio e Salvini continuano a giudicare quella intrapresa la «strada giusta». Pesa la propaganda, ovviamente, perché sempre di un segnale negativo si tratta. Ma nulla smuove in questa fase i due leader. Neanche lo spread inchiodato da giorni a quota 310. Conte è forse l’unico dei tre al comando a rimanere cauto. Teme uno spread che non cala. E ascolta sempre più attentamente Piero Cipollone, suo consigliere economico a Palazzo Chigi, in stretto contatto con il Colle e Bankitalia. La priorità dello staff del premier è studiare contromisure per ogni scenario, anche il peggiore. Perché un eventuale shock dello spread, concordano gli economisti più prudenti che agiscono dentro le istituzioni, si manifesterebbe improvviso. Lasciando al massimo 48 ore per reagire.  ” Invece di considerarlo una delle risorse residue per spezzare l’accerchiamento – scrive Massimo Franco su Corriere della Sera – Draghi viene bersagliato come capro espiatorio di una manovra bocciata da tutti. Che a criticarlo sia un ministro come Paolo Savona, noto per le posizioni pregiudiziali e ostili al presidente della Bce, è scontato e poco rilevante. Ma quando a farlo è il leader dei Cinque Stelle, e in giorni in cui i vertici della Commissione Ue martellano il governo italiano, si profila una frattura preoccupante: se non altro perché emergono nella loro interezza l’ignoranza dei rischi che l’Italia corre; e l’incapacità di capire quali sono i nostri punti fermi internazionali, e dunque anche gli avversari”.

Politica estera

Conferenza sulla Libia. Conte vede Sarraj. Per oltre due ore ieri a Palazzo Chigi il premier Giuseppe Conte ha passato in rassegna, insieme al presidente del Governo di Accordo nazionale della Libia, Fayez Al Sarraj tutte le questioni relative all’organizzazione e ai temi al centro della conferenza internazionale  sulla Libia che si terrà a Palermo il 12 e 13 novembre. Un altro passo verso la stabilizzazione del Paese nel quadro della road map fissata dalle Nazioni Unite ma senza calare alcuna decisione dall’alto. La volontà di Conte è che la conferenza sia soprattutto «con la Libia e il suo popolo». Esclusa una presenza ad alto livello da parte americana (anche se il presidente Usa Donald Trump sarà negli stessi giorni a Parigi) alla conferenza di Palermo dovrebbero partecipare tutti gli attori libici, sia della Tripolitania che della Cirenaica. Ieri il generale Haftar sembrava mettere ancora in forse la sua presenza. Eppure la sua presenza è essenziale, perché senza di lui, capace di controllare l’area Est del Paese, ogni accordo sarebbe scritto sull’acqua, e inutile anche la richiesta di Sarraj di un impegno di tutti i partecipanti alla conferenza «a rispettare quello che sarà concordato». Per questo, ieri Conte ha anche chiesto al premier libico un gesto di attenzione verso gli altri interlocutori, nel tentativo di portarli tutti – Haftar incluso – a Palermo. Magari congelando per il momento il tema della Costituzione, il più divisivo. «Conte e al Sarraj — dice il comunicato diffuso da Palazzo Chigi — hanno ribadito la necessità di perseguire, con ogni sforzo possibile, il massimo coinvolgimento di tutti gli attori locali e internazionali che hanno a cuore l’evoluzione positiva della situazione in Libia». A Palermo  ci sarà quasi certamente la cancelliera tedesca, Angela Merkel che lo ha promesso a Conte e il primo ministro russo, Dimitri Medvedev oltre a vari ministri degli Esteri europei e della sponda Sud del Mediterrano. L’obiettivo di Conte e Sarraj è quello di rendere meno divisive le questioni politiche che ostacolano ancora il dialogo tra Tripoli e Bengasi concentrando l’attenzione sul “security track” e l'”economic track”.

Usa. Pacchi bomba, preso un sospetto. Trump: severità. Bianco, 56 anni, robusta fedina penale, elettore registrato tra repubblicani dal 2016 e, a giudicare dagli adesivi che tappezzano Il suo van bianco, invasato sostenitore di Donald Trump. L’Fbi ha arrestato ieri il sospetto bombarolo postale. Si chiama Cesar Sayoc, è nato a New York, ma vive in Florida, nella cittadina di Aventura, sulla costa poco a nord di Miami. Gli agenti lo hanno seguito e poi bloccato nel parcheggio di un centro commerciale di Plantation, a mezz’ora di macchina da Aventura. La minaccia era reale: «Le bombe non sono false; sono state assemblate con tubi e materiale esplosivo», ha detto Chris Wray, direttore del Federal Bureau, in una conferenza stampa convocata a Washington dal ministro della Giustizia, Jeff Sessions. «L’indagine è ancora in corso — ha aggiunto Wray — e al momento non possiamo dire nulla sulle motivazioni che hanno spinto il sospetto ad agire». Per ora i pacchi recuperati sono quattordici, compresi i quattro recapitati ieri ai senatori democratici Cory Booker e Kamala Harris, a James Clapper, ex direttore della National intelligence e al miliardario californiano Tom Steyer, animatore di una campagna per chiedere l’impeachment di Donald Trump. Il capo dell’Fbi invita «a rimanere vigili» perché potrebbero esserci altre buste gialle in arrivo. Ma è chiaro che l’identificazione del possibile colpevole, incastrato da un’impronta digitale, sembra chiudere la fase dell’ emergenza cominciata mercoledì scorso, quando sono stati trovati i primi ordigni rudimentali nella corrispondenza di Barack Obama, Hillary Clinton, Robert De Niro, l’ex direttore della Cia John Brennan, parlamentari del partito democratico. La polemica politica, invece, continua.  «Questi atti di terrorismo sono spregevoli e non sono ammissbili nel nostro Paese», ha detto il presidente, annunciando in tv la soluzione del giallo. Trump ha fatto appello all’unità del Paese e si è congratulato con gli inquirenti per la rapidità e il successo dell’indagine. Ma nei giorni scorsi era stato proprio il presidente a lanciare messaggi ambigui, di parte, e accusare i media, anche quelli nel mirino dell’attentatore, di fomentare l’odio e diffondere “fake news”. Persino ieri, poco prima dell’arresto di Sayok, Trump aveva ipotizzato in un tweet che le bombe erano state un modo per ostacolare una ripresa repubblicana alla vigilia del voto.

Economia e Finanza

S&P: rating stabile, dubbi sul futuro Nella scala di Standard & Poor’s il debito italiano riesce a mantenere la tripla B, e a tenersi a distanza di due scalini le categorie dei titoli più rischiosi. Ma le prospettive peggiorano con la frenata della crescita e le incognite politiche, e l’outlook diventa negativo. Il giudizio di S&P arrivato nella tarda serata di ieri chiude il calendario 2018 delle revisioni dei rating italiani. E lo fa con una mossa negativa, ma solo a metà visto il contesto. Perché la replica di un declassamento a una settimana da quello arrivato venerdì scorso da Moody’s avrebbe contribuito ad alzare ancora di più la temperatura. In quest’ottica, e dopo l’ennesima giornata di saliscendi dei rendimenti e di polemiche fra Italia ed Europa, questa volta sulla rotta Roma-Francoforte, la conferma della BBB non è certo esaltante ma aiuta. La migliore risposta ai timori della vigilia.  «Meglio di quanto si temesse». Lo spread è andato su e giù per tutta la settimana, ma rimane intorno ai 300 punti base, un livello ancora gestibile anche se elevato. E il Tesoro può tirare un mezzo sospiro di sollievo. II primo round del match tra la manovra gialloverde «contro» Ue e mercati si è chiuso con un pareggio sostanziale. II crollo paventato da qualcuno non c’è stato, anche se le banche stanno soffrendo molto l’impennata dei rendimenti sui titoli pubblici e c’è il timore che qualcuna possa trovarsi in esigenza di nuovo capitale. In attesa di capire come i mercati digeriranno la nuova decisione di Standard and Poor’s, in ogni caso, il governo conferma che non ci saranno modifiche alla manovra appena varata e duramente contestata dalla Ue. Ieri il premier Giuseppe Conte ha fatto il punto con i due vice ministri all’Economia di Lega e M5S, Massimo Garavaglia e Laura Castelli. II deficit del 2019 resta fissato al 2,4%: per ora il governo è disposto ad offrire alla Ue solo un meccanismo «automatico» per evitare che il disavanzo scivoli oltre quella soglia, che Bruxelles ritiene comunque eccessiva. Al Tesoro stanno studiando una sorta di rubinetto sulla spesa pubblica, pronto a chiudersi se dovesse risultare fuori linea al momento delle verifiche, che potrebbero avvenire addirittura con cadenza mensile. Conte ha chiesto altrettanto impegno nell’attuazione delle misure della manovra a cui si fa maggior affidamento per la crescita, e si ipotizza la creazione di una apposita cabina di regia.

«Il Tap si deve fare». La svolta M5S. Cinque campagne elettorali, nazionali e locali, costruite sul no al gasdotto Tap e, alla fine, la frase con cui il Movimento Cinque Stelle sconfessa anni di promesse: l’opera si farà. Lo dice il premier Giuseppe Conte, sventolando il dossier consegnato dal ministro dell’Ambiente Sergio Costa: «Non abbiamo riscontrato elementi di illegittimità. Interrompere la realizzazione comporterebbe costi insostenibili, pari a decine di miliardi di euro, in ballo ci sono numeri che si avvicinano a quelli di una manovra economica». E il vicepremier Luigi Di Maio ci mette il carico: «Ci sono fino a venti miliardi di euro di penali da pagare, cioè più del reddito di cittadinanza e di quota cento insieme». A stretto giro arrivano le reazioni: dal Salento che si sente tradito la richiesta di dimissioni dei grillini, dal vicepremier Matteo Salvini l’esultanza, dagli avversari politici dei Cinque Stelle le beffe. I leader del Comitato No Tap non l’hanno presa bene: «Una presa in giro. Siete diventati parlamentari e ministri grazie a noi. Ora dimettetevi tutti». Mza è da segnalare anche un forte malumore interno al M5S, che si va ad aggiungere a quello per i decreti fisco e sicurezza, con i dissidenti, guidati dal comandante Gregorio De Falco che non hanno nessuna intenzione di ritirare gli emendamenti critici. E che con la loro opposizione rischiano di creare un problema con l’alleato di governo. Al cantiere Tap i lavori riprenderanno nei prossimi giorni, seppur con un programma modificato da una serie di guai giudiziari in cui i No Tap e il Comune di Melendugno hanno trascinato la multinazionale. Nonostante una parte del cantiere sia sotto sequestro, un’altra bloccata dal sindaco, la terza nel mirino dei consulenti della Procura per la mancata applicazione della Legge Seveso, in casa Tap si respira grande soddisfazione. Perché il placet politico del Governo Conte era necessario per poter ripartire. E anche per avere dal Viminale il sostegno utile a organizzare servizi di ordine pubblico che consentano di contenere le proteste, come accadde già nel 2017, quando le tensioni sfociarono in scontri tra gli attivisti e le forze dell’ordine e Melendugno fu militarizzato per consentire alla multinazionale di lavorare.

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