CHE SUD CHE FA / Renzi a Ventotene rilancia il sogno europeo. E l’ex carcere di Santo Stefano…

Nella sua Enews 411 di lunedì primo febbraio, il presidente del Consiglio parla dello “spirito di Ventotene”. E’ l’isola dove furono rinchiusi durante il fascismo Sandro Pertini e Umberto Terracini, nonché Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, ai quali si deve il Manifesto di Ventotene, cioè l’atto di nascita del sogno degli Stati Uniti d’Europa. Renzi c’è andato il giorno dopo d’aver incontrato la Merkel a Berlino. Perché “il nostro mestiere – ricorda – è guidare l’Europa, non andare in qualche palazzo a prendere ordini”.

Del viaggio i giornali hanno registrato del viaggio soprattutto la premonizione del premier rivolta a un giovane appassionato di calcio: “Quest’anno lo scudetto lo vince il Napoli”. E anche gli scongiuri che ne sono susseguiti, di quanti hanno interpretato le sue parole come una gufata, Maurizio Sarri per primo (“Non so se il premier ne capisce di calcio”, ha sentenziato in conferenza stampa prima dell’incontro con l’Empoli.

Meno peso è stato dato dalla stampa al progetto del governo italiano a rilanciare lo spirito europeo del Manifesto. Si può capire, perché le chiacchiere stanno sempre a zero e il proposito di tornare a guidare l’Europa richiede una riabilitazione della classe politica italiana, che al momento non regge il paragone con i tempi di De Gasperi e Pertini.

Però l’impegno a recuperare il carcere di Santo Stefano, che Renzi ha proclamato al termine del viaggio, avrebbe meritato un po’ più di risalto. Anche perché la struttutra di grande valore architettonico giace all’abbandono da decenni. Si tratta di una struttura penitenziaria oggi in disuso, costruita nel 1795 sull’omonima isola nell’arcipelago delle Ponziane: uno dei primissimi edifici carcerari al mondo ad essere costruiti secondo i principi del Panopticon, enunciati dal filosofo inglese Jeremy Bentham.

Tali principi disegnavano il carcere ideale, che prevedeva che tutti i detenuti, rinchiusi nelle proprie celle disposte a semicerchio, potessero essere individualmente sorvegliati da un unico guardiano posto in un corpo centrale, senza peraltro sapere se fossero in quel momento osservati o no. Una disposizione architettonica era intimamente coerente con il principio benthamiano della dissuasione a fare il male derivante dalla consapevolezza di essere costantemente sotto controllo.

Si sa come fanno le cose, tra filosofi e realtà non c’è mai molto raccordo. Il Panopticon non è servito a impedire numerose rivolte, nel 1797, nel 1798 e nel 1860. Quest’ultima meritevole di menzione, perché particolarmente violenta.

In quella circostanza gli 800 carcerati, tutti camorristi della Bella Società Riformata esiliati nell’isola dal governo borbonico, presero il controllo del carcere. L’occasione fu data dalla partenza del distaccamento dell’Esercito delle Due Sicilie per unirsi alla resistenza organizzata a Capua dopo l’invasione sabauda. Una volta messe le 40 guardie in condizione di non nuocere, i camorristi istituirono la cosiddetta Repubblica di Santo Stefano, le cui redini furono offerte al capintrito (capo banda) Francesco Venisca. L’effimera Repubblica, che ebbe il tempo di dotarsi di uno statuto di convivenza tra gli ex detenuti e gli abitanti dell’isola, ebbe però una vita limitata a poche settimane, e fu disfatta dall’arrivo delle truppe sabaude.

Al termine della Seconda guerra mondiale, il carcere riprese la sua funzione di ricetto dei delinquenti comuni, per poi essere chiuso definitivamente nel 1965. Cinquant’anni non sono bastati a recuperarlo.

Da allora la struttura, unico esempio architettonico in Italia dei principii del Panopticon, è andata incontro ad una lenta e progressiva decadenza. Negli anni si sono alternati alcuni progetti di recupero, ivi compresa un’iniziativa privata che mirava a trasformarlo in struttura alberghiera, ma tutti sono rimasti senza esito.

Ecco perché meritava di essere rimarcata l’intenzione di recuperare il carcere. “Coinvolgeremo – scrive Renzi – le migliori unioversità europee, a cominciare dall’Istituto universitario europeo. E faremo del carcere una foresteria dove ospitare incontri, stage e corsi di formazione per giovani europei e del Mediterraneo”. Non sappiamo se il premier riuscirà a rimettere sui binari del sogno il progetto Europa, ma ci basterebbe che desse davvero una decisa spallata al recupero di un luogo “carico di memoria, che rischia di diventare un insieme di ruderi”. Per portare le chiacchiere a zero virgola, diciamo…

Claudio D'Aquino, napoletano, giornalista e comunicatore di impresa [ View all posts ]

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