Uffici Stampa, vi amo: anatomia di un mestiere difficile


Io sono innamorato di tutti gli uffici stampa che promuovono i libri per le case editrici, e questa è la mia dichiarazione d’amore. Non è un lavoro facile, il loro, e qualche maligno potrebbe perfino insinuare che non si discosta troppo da quello del vecchio venditore di enciclopedie, che ti si piantava in casa a metà mattinata e affabilmente ti persuadeva a comprare i primi sette volumi da A-Au a Im-Lul, con l’augurio che vivessi abbastanza a lungo da poter un giorno consultare (tu, o i figli dei tuoi figli, indebitandosi) la voce “Zweig, Stefan”. Ma è un paragone ingeneroso: a me gli uffici stampa ricordano piuttosto quei corteggiatori pieni d’inventiva che, pur di attaccare bottone, devono in tutta fretta escogitare un pretesto che non sembri smaccatamente un pretesto, qualcosa di meno scoperto di “Scusa, sai l’ora?” o di “Hai per caso da accendere?”. E proprio per questo ne sono innamorato: perché mi danno l’occasione, risarcitoria e lusinghiera, di stare una volta tanto sull’altro versante della grande muraglia adolescenziale, nel ruolo della gattamorta un po’ restia che sa benissimo dove i compagni di scuola vogliono arrivare con tutte quelle moine, ma si gode lo spettacolo. Gli espedienti sono inesauribili, innumerevoli i trucchi e le lusinghe. Si tratta di compilarne un primo inventario sentimentale, ed è per questo che a ciascuno dei corteggiatori e delle corteggiatrici editoriali dedico il titolo di un film più o meno classico.

È proprio necessario precisare che tutti i libri, gli editori e gli autori qui citati sono liberamente inventati, e che ogni somiglianza eccetera eccetera?

Il postino suona sempre due volte (T. Garnett, 1946)
L’ufficio stampa di questo primo tipo si mostra affetto da una sfiducia cronica, perfino larvatamente antipatriottica, nell’efficienza delle Poste italiane. A una prima email in cui ti chiede se può spedirti una copia staffetta del nuovo thriller che sta spopolando nel Liechtenstein, L’arrotino di Vaduz, primo capitolo di una trilogia di 2.200 pagine e 4,8 chilogrammi, ne fa seguire una seconda, invero imprescindibile, in cui ti annuncia che ha effettivamente spedito il pacco. E non è che l’inizio: qualche giorno dopo ti contatterà (email a priorità alta, fitta di punti esclamativi) per sincerarsi che il libro sia arrivato sano e salvo a destinazione, perché va’ a fidarti delle Poste italiane, e ai tempi della buonanima, quando c’era lui, tutto si può dire ma i pieghi di libri arrivavano puntuali. E tu farai bene a trovarlo, com’è vero Iddio, farai bene a ripescare quel mattoncino del Liechtenstein dal mare magnum delle tue carte, perché è il tuo unico lasciapassare per uscire incolume dal gioco. Finché il tuo uomo non avrà in mano la ricevuta A/R (te ne invierà scansione in email apposita), o un tuo messaggio di conferma, o una tua Polaroid stile Aldo Moro in cui tieni in una mano La Repubblica del giorno e nell’altra il plico con L’arrotino di Vaduz, non potrai aspettarti che l’eterno ritorno dell’identico: “Vuole che glielo rispedisca?”.

Il giorno dello sciacallo (F. Zinnemann, 1973)
È la strategia di adescamento utilizzata dagli uffici stampa di case editrici con un debole per gli scrittori nati a ridosso della Grande guerra o, nei casi estremi, della guerra anglo-boera. Il tasso di mortalità, nel loro catalogo, è elevatissimo. Questo li costringe, a quanto pare, a un costante monitoraggio clinico degli autori, e a un filo diretto con interi team di cardiologi, diabetologi e geriatri. Non vedo altra spiegazione per il fatto che, quando ancora le agenzie non hanno sentore di nulla e gli obituaries del New York Times tacciono, ti arriva l’email listata a lutto dell’ufficio stampa: “È appena venuto a mancare, stroncato da una crisi iperglicemica alla prematura età di 106 anni, il grande romanziere finlandese Plinius Insulinnen. La casa editrice Coccodrillo Lugente si associa al lutto dei familiari e ricorda, con l’occasione, di avere in catalogo i seguenti 46 titoli del maestro, e in particolare il suo testamento spirituale La scoperta del babà, completato due giorni prima della morte”.

Hollywood Party (B. Edwards, 1968)
È un grande seduttore, ma lo è suo malgrado. La sua sovrumana capacità di creare pasticci per rimediare ad altri pasticci, accumulare gaffe che dovrebbero sanare altre gaffe, fa di questo tipo di ufficio stampa un perfetto omologo di Hrundi Bakshi, l’indostano interpretato da Peter Sellers nel film di Blake Edwards. Il nostro eroe è in grado di generare in pochi minuti sequenze come questa, lasciandoti a bocca aperta e, va da sé, follemente innamorato. Prima email: “Giovedì 6 dicembre incontro a Milano con il conte Otto von Ljiubert-Steiner, autore di Essere asburgico oggi, prefazione di Claudio Magris. In allegato l’invito”. Seconda email: “Errata corridge: il 6 dicembre è venerdì, non giovedì, e l’incontro è a Roma, ma in via Milano. Ci scusiamo per l’inconveniente”. Terza email: “Scusate il refuso, si scrive corrige, non corridge. Magris inoltre ci raccomanda di correggere asburgico in absburgico”. Quarta email: “Nel primo messaggio mancava l’allegato, eccolo”. Quinta email: “Il conte ci tiene a precisare che preferisce essere chiamato solo Otto”. Sesta email: “Il professor Magris ci chiede invece di aggiungere al suo nome il titolo di Duca di Segunda Mano del Regno di Redonda”. Settima email: “L’allegato della quarta email non è quello corretto, si riferisce invece al volume, di imminente pubblicazione, Orgoglio Hohenzollern, prefazione di Claudio Magris. Seguirà a breve il comunicato stampa”. Ottava email: “Il professor Magris si raccomanda di aggiungere anche in questo caso il suo titolo nobiliare”. La nona non la leggeremo mai, perché fa parte del virtuosismo di questo esteta della gaffe incappare da solo nel filtro antispam, e ivi perire da grande artista.

Blob: il fluido che uccide (I. Yeaworth, 1958)
Tra tutti il più temibile. La sua capacità di penetrazione è diabolica, e ancora attende uno Snowden che ne denunci al mondo i meccanismi. È l’ufficio stampa che, per qualche oscura ragione o cospirazione massonica internazionale, conosce non solo la tua email professionale, ma anche tutte le tue email personali, nonché le email di tutti i tuoi precedenti lavori, a ritroso fino all’epoca in cui consegnavi pizze a domicilio (g.vitiello@prontopizza.it). Ha il tuo telefono fisso, il tuo cellulare e il cellulare di tua madre, con cui s’intrattiene a conversare amabilmente per ore a tua insaputa. Sfuggire al suo comunicato stampa – nel quale ovviamente si rivolgerà a te con nomignoli come “nasone” o “nappone”, carpiti dai tuoi vecchi compagni di scuola, di cui è amico su Facebook – sarà come sfuggire al tuo passato, alla tua vita, alle tue erinni. Ritroverai quel comunicato in tutti gli indirizzi fisici ed elettronici che hanno segnato il tuo passaggio terrestre, perfino nella casetta di legno in cima all’albero, come uno spaventoso memento mori. E alla fine recensirai il libro con servile entusiasmo, nell’illusione di placare la sete degli dèi vendicativi.

Per favore, non mordermi sul collo! (R. Polanski, 1967)
È l’ufficio stampa di cui è impossibile liberarsi, al punto che alcuni sospettano che sia una creatura vampiresca, un “non spirato”, e che l’unico modo per annientarlo sia un paletto di legno piantato nel cuore. Quando sembra definitivamente sconfitto, ecco che risorge. La sua forza consiste nel rilanciare a oltranza, nel creare un cliffhanger in ogni email, nel concludere sempre in levare e mai in battere. Non c’è sua comunicazione che non finisca con un punto interrogativo, e che non richieda un passaggio ulteriore. “Il libro le è arrivato?”. “Sì, grazie”. “Ha avuto modo di vederlo?”. “Non ancora, grazie”. “Mi farà sapere che cosa ne pensa quando lo vedrà?”. “Temo di no, grazie, cordiali saluti”. “Mi può avvertire se poi esce una recensione?”. “Farò il possibile, grazie, saluti, buon Natale”. “E quando pensa che potrà avvertirmi?”. “Non glielo so dire, grazie, saluti, addio per sempre”. “E quando pensa che saprà dirmi quando potrà avvertirmi della recensione?”. “Non lo so, grazie, saluti, muoia”. “Che cosa intende per muoia?”. Come il rabbino della barzelletta, ti risponderà sempre con un’altra domanda, ma quando avrai capito il meccanismo sarai vecchio e consumato, e il guardiano della Legge ti starà già chiudendo la porta sul naso.

Noi due sconosciuti (R. Quine, 1960)
“Caro amico de L’Internazionale, mi rivolgo a voi perché siete da più di trent’anni il mio mensile preferito. Abbiamo appena pubblicato Lo chiamavano salama da sugo, una grande epopea noir che si svolge a Portomaggiore e dà voce al territorio della provincia emiliana. Nei prossimi giorni l’autore sarà a Roma, probabilmente sobrio, vi interessa per un’intervista? Potreste anche pubblicare il primo capitolo in anteprima, quello in cui il protagonista apre il suo ristorante di cucina tipica insieme a un ex brigatista della Colonna Walter Alasia”. Contare fino a dieci, fare un respiro profondo e poi rispondere: “Gentile amico, il vostro romanzo mi pare senz’altro di grande interesse. Purtroppo nelle pagine dei libri non pubblichiamo anticipazioni, tra i nostri formati non c’è l’intervista, e non ci occupiamo propriamente di giovani autori italiani che raccontano la provincia italiana. Inoltre la rivista si chiama Internazionale, non L’Internazionale, esiste da vent’anni ed è un settimanale, non un mensile. Grazie comunque per l’attenzione che ci dedica da prima ancora che nascessimo”.

Gioventù bruciata (N. Ray, 1955)
C’era una casa editrice molto pop il cui ufficio stampa mi inviava, con cadenza regolare, la classifica dei libri più venduti della settimana. Non dei libri in generale, badate, ma dei libri del loro catalogo. Era un’informazione priva di qualunque interesse anche per il loro ufficio contabile, ma era data con quella passione per le hit parade che tutti abbiamo mutuato da Nick Hornby. Tanto più che gli uffici stampa di editori del genere ti parlano dei loro libri come ne parlerebbe un disc jockey: “Ehi, ti mando la nostra nuova uscita, Tutta colpa degli Scritti Politti, esordio letterario del rapper gallese Llywelyn ‘T-Bone’ Glyndŵr. Roba forte, un romanzo che spacca”. Cinque minuti di meditazione sulla senilità e sulla vanità di tutte le cose, un’occhiata al teschio sulla scrivania, poi la risposta: “Grazie, ma il solo libro ‘che spacca’ di cui abbia memoria non era neppure un libro, era una finta Divina Commedia trovata in una casa di villeggiatura, aveva soltanto la copertina, ma durissima, e la usavamo da bambini per aprire i pinoli. Spaccava”. “Ah. Roba forte”.

Le catene della colpa (J. Tourneur, 1947)
Anche questo mi è capitato di incontrare, l’ufficio stampa che fa leva sul tuo senso di colpa, e che ti fa capire chiaramente che, se non recensisci il libro che lei o lui ti raccomanda, be’, dovresti quanto meno avere il buon gusto di vergognarti. “Le invio le bozze di Fuga da Yodok su una gamba sola, l’impressionante storia di un dissidente amputato di un arto, e perciò soprannominato la Gru di Pyongyang, che è riuscito a scappare dai campi di concentramento della Corea del Nord. Voglio dire, per far arrivare il suo libro in occidente l’autore ha dovuto inghiottire le pagine una ad una, poi ha varcato il confine saltellando nella melma, il minimo che può fare, lei che ha la fortuna di lavorare seduto in poltrona, è recensirlo”. E probabilmente ha ragione, e va a finire che ti fai arruolare, ma ti resterà fino all’ultimo il dubbio se stai combattendo per i dannati della terra o per il fatturato della casa editrice Dannati della Terra.

2001: Odissea nello spazio (S. Kubrick, 1968)
È l’ufficio stampa del futuro: asettico, indolore, insapore, incorporeo. Per anni ho ricevuto, una volta al mese, un messaggio con questo subject: “Nuovo prodotto dell’editore HAL 9000 da recensire”. Quel tono imperativo – “da recensire” – era di per sé inebriante, mi faceva sentire immerso nello spirito dell’automazione, non avevo che da eseguire un comando, ero una stringa di codice senza più libertà e coscienza infelice. Il messaggio aveva pochi fronzoli e convenevoli (“in allegato la scheda prodotto di 1 nostra nuova pubblicazione editoriale da recensire… a disposizione per qualsiasi chiarimento in merito al materiale inviato”), e l’allegato in pdf aveva un nome altrettanto astratto, un monolite nero davanti al quale non si poteva che cadere in scimmiesca adorazione. Figuriamoci aprirlo, che sacrilegio! Sarà per questo che a tutt’oggi non saprei dire se la HAL 9000 pubblicasse romanzi, trattatistica erotica lituana, autobiografie di becchini, l’enciclopedia illustrata dell’innaffiatoio, o se i “prodotti” non fossero neppure libri, ma armi chimiche da contrabbandare all’Iran. Il giorno in cui la casa editrice HAL 9000 prenderà possesso del pianeta, forse avrò qualcosa da rimproverarmi.

Guido Vitiello

Fonte: Internazionale

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