12182017Headline:

Noi e il terrorismo: nervi saldi anche se nessuno è al sicuro

Alessandro Corti

Era già successo a Parigi, nel dicembre del 2016, quando nella notte del terrore, gli attentati lambirono lo “Stade de France”. Ma le tre bombe esplose ieri contro l’autobus del Borussia Dortmund rappresentano un ulteriore passo nella strategia della violenza jiadista. E’ il segnale, sempre più evidente, che nessuno può sentirsi al sicuro, che tutto e tutti possono diventare un bersaglio della follia integralista. Mettendo un piede nella Champions League, il terrorismo ha fatto anche di più: è entrato nei nostri salotti televisivi, ha invaso il tempio del calcio, il rito delle partite infrasettimanali, ha gettato un ombra scura sullo sport più diffuso nel mondo occidentale. Un modo, insomma, per far arrivare il messaggio del terrore in prima serata, nelle case di tutti. Da questo punto di vista, al di là degli esiti, per fortuna, poco drammatici degli attentati al Borussia, l’obiettivo è stato sicuramente centrato.

E’ evidente che, di fronte alla follia delle cosiddette “cellule dormienti”, c’è poco da fare: la prevenzione è impossibile. Lo ha mostrato, drammaticamente, l’attentato di pochi giorni fa a Stoccolma. O, quello precedente, al Parlamento di Londra.

Ma sarebbe ancora più grave, per l’Occidente, alzare bandiera bianca e rassegnarsi. Di fronte alla nuova escalation del terrore occorre soprattutto evitare quello che è successo in passato, ovvero una reazione poco controllata ad eventi drammatici. L’11 settembre, ad esempio, ha creato un danno enorme agli Stati Uniti, soprattutto in termini di vite umane. Ma quello che è successo dopo, fino all’invasione dell’Afghanistan, ha avuto, probabilmente, un costo addirittura maggiore.

Per combattere la follia jiadista, la prima cosa da fare è quella di conservare i nervi ben saldi e, soprattutto, evitare di ricorrere il terrore sul suo stesso terreno, quello della paura. Amplificare gli effetti dell’attacco e non circoscriverne i confini rischia di essere addirittura più pericoloso degli attentati stessi.

Naturalmente, questo non significa che non bisogna mettere in atto tutti gli strumenti necessari per rafforzare le misure di prevenzione e rendere più sicure le nostre città. Gli strumenti non mancano: le tecnologie informatiche sono in grado di dare alle intelligence dei paesi europei tutte le armi per controllare e vigilare, anche con il rischio di diventare invasivi e di violare la nostra privacy. Ma forse, più di ogni altra cosa è importante, da parte di tutti, conservare il sangue freddo. Seguendo, magari, l’esempio degli inglesi che, il giorno dopo l’attentato, hanno riaperto il Parlamento. Quasi come se nulla fosse successo. Il che non vuol dire, ovviamente, sottovalutare il pericolo. Ma rispondere al terrorismo con le sue stesse armi, controllando le emozioni ed evitando di piegare la nostra vita quotidiana alla prassi e ai riti del terrore.

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