Perchè Google si è lanciato nel business dell’intelligenza artificiale

All’inizio di questa settimana Google ha acquisito DeepMind, una startup britannica che si occupa di intelligenza artificiale, spendendo almeno 400 milioni di dollari. Diversamente dal solito, Google ha diffuso pochissime informazioni sul suo nuovo acquisto, mantenendo riservati i dettagli che hanno portato all’acquisizione, compresi quelli economici. Fino a questa settimana di DeepMind si era sentito parlare molto poco e la società era sconosciuta ai più. In seguito all’acquisto è finita al centro di numerose analisi e ipotesi sui piani che ha Google per migliorare e creare nuovi sistemi legati all’intelligenza artificiale.
Stando alle informazioni raccolte da Liz Gannes e James Temple di Re/code, DeepMind sarà integrata all’interno della divisione di Google che si occupa del motore di ricerca, probabilmente l’attività più conosciuta della società. Negli ultimi anni il sistema per cercare le cose online è cambiato sensibilmente: non mostra più solamente elenchi di link nelle sue pagine dei risultati, ma anche risposte dirette a numerose domande. Per farlo, il motore di ricerca utilizza algoritmi molto sofisticati che lo aiutano a comprendere il contesto delle domande, sistemi che potrebbero beneficiare delle soluzioni elaborate fino a ora da DeepMind.

Cosa fa DeepMind

Gli sviluppatori della società appena acquisita lavoreranno per Jeff Dean, che da 15 anni a Google si occupa soprattutto di sistemi distribuiti. A lui si devono i miglioramenti nella qualità dei risultati delle ricerche ottenuti negli anni e lo sviluppo di diversi software per migliorare la gestione dei sistemi che fanno funzionare materialmente il motore di ricerca. Dean ha anche collaborato a Google Brain, un progetto cui la società lavora da tempo legato all’intelligenza artificiale.
Google non ha comprato DeepMind per i suoi prodotti, anche perché per ora non ne esistono, ma per le capacità del gruppo di lavoro che è riuscita a mettere insieme in un ambito con enormi potenzialità e che da decenni fatica a compiere apprezzabili passi in avanti. La società ha 50 impiegati e fino a ora aveva ricevuto finanziamenti per oltre 50 milioni di dollari. Verso la fine del 2013 aveva attirato l’interesse di Mark Zuckerberg, il CEO di Facebook, che sembra fosse tentato dall’assumere alcuni dipendenti di DeepMind con offerte molto vantaggiose. A quanto pare non se ne fece nulla e ora il controllo di questi esperti molto promettenti nel campo dell’intelligenza artificiale è finito in mano a un concorrente (seppure indiretto) come Google.
Nei suoi circa tre anni di esistenza, DeepMind ha lavorato a diversi progetti. Ultimamente, dicono le fonti di Re/code, i suoi ricercatori si sono dati da fare per realizzare un videogioco con funzioni avanzate di intelligenza artificiale, un sistema per rendere più pertinenti i prodotti da suggerire a chi fa acquisti online e un altro progetto legato alle immagini di cui si sa ancora meno. Secondo uno dei più convinti investitori nella società, “se mai qualcuno arriverà a costruire qualcosa di remotamente simile a una intelligenza artificiale in generale, quel qualcuno sarà il gruppo” di DeepMind.

Un business sotto i riflettori

L’interesse di diverse società di Internet nei confronti di DeepMind era stato anticipato alla fine dello scorso anno da Amir Efrati sul sito The Information. Scrisse che a un incontro organizzato da Neural Information Processing Systems, una fondazione che si occupa degli studi e degli sviluppi sull’intelligenza artificiale, alcuni membri della società presentarono una ricerca su un progetto molto ambizioso per fare in modo che un sistema informatico impari da solo le regole di un videogioco Atari utilizzando tecniche di apprendimento approfondito (“deep learning”).
Nell’apprendimento approfondito, i ricercatori creano algoritmi cui sono sottoposte grandi quantità di informazioni tra le quali devono trovare schemi coerenti tra loro. L’idea è di riprodurre nella macchina il modo in cui funzionano i neuroni nel cervello umano. I programmatori non scrivono ogni regola su come funziona il mondo in cui si trova il programma, ma lasciano che sia quest’ultimo a ricavare le regole dalla grande mole di informazioni che riceve. Il concetto viene applicato da tempo all’informatica, ma fino a ora non ha portato a risultati particolarmente eclatanti.
Lo studio di DeepMind sui giochi Atari ha sorpreso i partecipanti al convegno. Semplificando, i ricercatori hanno trovato il modo di programmare un software in modo da farlo giocare ad alcuni videogiochi senza insegnargli prima le regole, obbligandolo a imparare dai suoi errori e dai punteggi bassi ottenuti durante le partite. Lo studio ha portato a software che imparano a giocare a giochi come Breakout (quello della pallina che deve abbattere un muro di mattoni senza cadere nel vuoto), il gioco di corse Enduro e Pong, il simulatore di ping-pong.
Su Re/code spiegano che le ultime notizie su DeepMind e la sua acquisizione hanno messo qualche apprensione in chi si occupa di intelligenza artificiale. E in effetti è comprensibile: si tratta di un settore della ricerca informatica denso di insuccessi, di speranze tradite, di momenti di grande interesse seguiti da anni di sostanziale disinteresse e di bassi investimenti. Il timore è che gli entusiasmi di questi giorni per i presunti oltre 400 milioni di dollari spesi da Google per DeepMind si possa presto spegnere e che non si verifichino a breve nuovi progressi.

Gli sviluppi di Google

Tra le società tecnologiche, Google è sicuramente una delle più interessate a sviluppare sistemi basati sull’intelligenza artificiale. Ha le risorse tecniche ed economiche per farlo e, soprattutto, è in possesso di una quantità di dati senza precedenti nella storia dell’informatica, grazie ai suoi indici delle cose che si possono trovare sul Web. I due cofondatori della società, Larry Page e Sergey Brin, non hanno mai fatto mistero di volere risolvere prima o poi il problema dell’intelligenza artificiale, realizzando sistemi che siano in grado di imparare cose nuove autonomamente e soprattutto di interagire con gli utenti.
Negli scorsi anni Jeff Dean di Google partecipò a un progetto che riscosse un certo successo, soprattutto tra i ricercatori informatici. Utilizzando una rete neurale artificiale, che riprende cioè i modelli biologici, creò un sistema che imparò da solo a riconoscere i gatti presenti in dieci milioni di fotogrammi tratti da video caricati su YouTube. I risultati di quell’esperimento furono utilizzati in seguito per migliorare e perfezionare alcuni algoritmi che usa Google nei propri servizi.
Il team di DeepMind dovrebbe iniziare a lavorare all’interno di Google a breve, ma è difficile dire quando saranno messe a disposizioni di tutti le innovazioni cui lavorerà il gruppo. Oltre ai miglioramenti per il motore di ricerca e per il suo assistente personale Google Now, ci sono diversi altri gruppi di lavoro in Google che potrebbero beneficiare di sistemi basati sull’intelligenza artificiale a partire da quello per realizzare automobili che si guidano da sole. Di recente Google ha anche acquisito Boston Dynamics, società che sviluppa e costruisce robot, e Nest Labs, quelli dei termostati intelligenti per la casa.

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