PARLA SUD. Lucilla Parlato: “Quel Primo maggio a Taranto simbolo del nostro riscatto”

le donne di Identità Insorgenti

DI LAURA BERCIOUX 

Sud, profondo Sud. Battaglie, battaglie insorgenti come le voci di un Sud “dentro”. Parliamo di meridione, che riempie le cronache e trasuda da ogni parte, e lo facciamo con Lucilla Parlato, giornalista di razza e direttore del giornale sul web Identita’ Insorgenti. Lucilla è un vulcano e con la sua squadra ha seguito il Primo Maggio a Taranto, quel maggio invisibile come il nostro Sud. Spesso, con la nostra testata abbiamo fatto rete, abbiamo scavalcato le regole…della serie “non si sta con la concorrenza” ed è stata un’esperienza solidale e costruttiva. Mettiamo da parte ruoli e qualifiche e tuffiamoci in questa conversazione tutta al femminile.

Lucilla hai scelto Taranto, perché?

“Perché è esattamente il modello di evento che risponde alla linea editoriale di Identità Insorgenti. Un evento autofinanziato, messo in piedi da tre anni da un comitato, quello dei cittadini e lavoratori liberi e pensanti, di Taranto, di cui fanno parte molti dipendenti dell’Ilva. La prova che al Sud quando si vuole si può. Ormai si è costruito un “primo maggio del Sud” che nulla ha a che vedere con i baracconi sindacali romani. E inoltre non abbiamo scelto di raccontare solo Taranto. Una squadra tutta al femminile – con me Floriana Tortora, Eugenia Conti e Elena Lopresti – ha seguito l’evento pugliese, ma da Napoli abbiamo seguito anche i cortei di Bagnoli contro lo sblocca italia che vuole commissariare l’area nonché il primo maggio di molti lavoratori ormai a rischio, da Carinaro – Indesit – a Manfredonia – Sangalli Vetro. Aziende che chiudono solo al sud… C’è davvero molto poco da festeggiare. E anche da Taranto, per quanto fosse una festa, i temi sono stati serissimi e tutti riguardanti le battaglie insorgenti del Mezzogiorno”.

Com’è andata?

“Guarda, a parte i 200mila presenti, è andata benissimo nei termini che ci sono più cari: cioè la possibilità di fare rete tra realtà in lotta. Sul palco di Taranto, oltre ai lavoratori dell’Ilva, sono saliti i No Muos siciliani come i ragazzi di Stop Biocidio con le mamme della Terra dei Fuochi, i no triv lucani come i resistenti che stanno presidiando il Salento per la vicenda xylella fastidiosa, c’era Lella Ottaviano – coraggiosa donna antiracket di Ercolano grazie alle cui denunce sono finiti in carcere 200 camorristi – come Don Prisutto, prete coraggio che denuncia le morti per cancro ad Augusta, zona dove c’è il petrolchimico.   E tanti, tanti altri, incrociati in quest’anno di narrazioni delle lotte del mezzogiorno. Fin dall’inizio dell’avventura del mio giornale, Identità Insorgenti, abbiamo cercato proprio di far dialogare le realtà in lotta al Sud. La mia convinzione resta quella che solo facendo rete possono cambiare le cose per la nostra terra. Non possiamo lavorare separati, le battaglie devono essere condivise altrimenti non riusciremo mai ad arrivare a nessun risultato. Il 16 maggio ad esempio c’è Renzi a Napoli e stiamo cercando di mobilitare tutti i gruppi del Sud, insieme a Zero81, Iskra e Mezzocannone, che sono tre dei collettivi napoletani più impegnati qui da noi, nella Capitale del Sud (e non ce ne voglia Palermo)”.

Abbiamo visto solo Roma in Tv, Taranto non è in “Italia”?

“Mah, ho lavorato 13 ore di seguito al parco archeologico di Taranto per seguire il concerto e le narrazioni dei gruppi di lotta e non ho seguito Roma. So solo che si è trattata della solita sfilata dei sindacati – e spiace per la massiccia e insignificante presenza in termini politici di tanti artisti meridionali – che oltre a balbettare dissenso non hanno saputo fermare leggi distruttive come il Job Acts, i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti. Ormai il sindacato è morto e non c’è una sola parola pronunciata da quel che resta della triplice che possa risultare credibile ai miei occhi. Inclusa la “coalizione sociale” auspicata da Landini. O meglio: credo fermamente che sia possibile realizzarla. Ma non con Landini che la guida: di padroncini del nord ne abbiamo le scatole piene, fossero anche i meglio intenzionati del mondo. Se coalizione sociale deve essere, deve partire dal basso e deve nascere al Sud. Eventi come quello del 1 maggio a Taranto sono segnali che non è impossibile lavorare insieme ad altri “guerrieri” dei diritti, che difendono vita, identità, salute, ambiente e territorio”.

Il lavoro: la battaglia insorgente, come titola il tuo giornale, è una battaglia “distante” dal Premier che inaugura Expo?

“Renzi ancora una volta ha dimostrato la sua totale mancanza di pudore. Il 30 aprile sono usciti i dati della disoccupazione in Italia, primi effetti del Job Act: a marzo il tasso di disoccupazione è tornato a salire di 0,2 punti percentuali fino al 13%, il livello più alto dal novembre scorso (13,2%). Anche peggio la disoccupazione giovanile che supera quota 43%: un aumento di 0,3 punti percentuali  dal 42,8% di Febbraio al 43,1% di Marzo, il risultato peggiore da agosto scorso. E allora viene da pensare che il fiume di danaro pubblico ingoiato dalla voragine Expo sottraendolo anche alle risorse del Sud – vedi alla voce Fas – poteva più utilmente essere utilizzato per creare qualche nuovo e serio posto di lavoro piuttosto che andare disperso tra tangenti, ruberie e appalti dati in esclusiva agli amici degli amici, oppure in opere inutili al limite del ridicolo come nel caso “Verybello” o ancora l’appalto per il “caomuflage“, meglio nota come pezza a colori per nascondere le opere incompiute. Qualcuno ha forse raccontato quanti posti di lavoro ha creato Expo a fronte dei tanti spesi e male (visto che già si è registrato il primo incidente, come raccontiamo oggi, con il distacco di un pannello che ha ferito una visitatrice)?. Expo è un baraccone indecente. Noi abbiamo spiegato il nostro essere “no expo” fin dal primo istante”.

La Sicilia dà i numeri con 13 milioni di euro di Expo mentre crollano le autostrade e la finanziaria taglia pensioni e stipendi, ma Expo a cosa serve? Ce lo chiediamo in tanti…

“Semplice: a nutrire le multinazionali che lo sponsorizzano, da Coca Cola a Nestlè a Mac Donald, a tutelare le lobby dei soliti noti, ad arricchire le casse della Regione Lombardia e del Comune di Milano. Expo è la prova provata dell’inesistente efficienza meneghina, una fiera internazionale delle tangenti e appalti truccati, dei “camouflage”, dello sperpero di denaro pubblico, dell’incapacità della classe politica e imprenditoriale italiana. E poi, se c’è qualcuno che sta provocando fame, guerre e migrazioni epocali oltre a fruttare le risorse del pianeta in maniera incompatibile con il suo ecosistema, queste sono le multinazionali: altro che nutrire il pianeta, ci stanno ammazzando. E alla fine in questi giorni di cosa si è parlato? Non certo di questi temi – veri, pesantissimi, devastanti – ma dei collettivi che hanno incendiato quattro macchine a via Magenta? Cioè, come ha scritto Lorenzo Piccolo su Identità Insorgenti, “puoi macchiarti delle peggiori colpe, sotterrare rifiuti tossici che condannano a morte migliaia di persone, usare i servizi deviati per comunicare alle mafie quali sono le disposizioni dei potentati economici, rubare fiumi di danaro pubblico mentre le persone fanno la fame, ma troverai sempre qualcuno disposto a prendere le tue difese” in questa italietta di cui non ci sentiamo fratelli. E guai invece a mettere in discussione i poteri economici che reggono le fila della loro colonia italica: in questo caso la sentenza è senza appello, e il fatto che neanche l’ultimo degli zerbini del sistema spenda una parola di verità sui veri “vandali” di Expo, i poteri economici che lo stanno gestendo, è la dimostrazione più evidente che occorrono voci “contro” un sistema main stream che racconta solo le sue, di verità”.

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