Omicidio De Mauro, Riina assolto anche in appello. La rettifica di Scaglione


E’ stato assolto anche in Appello il boss mafioso Toto’ Riina nel processo di secondo grado per il sequestro e l’omicidio del giornalista Mauro De Mauro. I giudici della Corte d’Assise d’Appello di Palermo dopo quasi 4 ore di camera di Consiglio hanno confermato la sentenza d’assoluzione di primo grado per il capomafia accusato di essere il mandante dell’omicidio del giornalista. Il pg Luigi Patronaggio aveva chiesto l’ergastolo per il boss mafioso.

Ecco un’ottima ricostruzione della vicenda. Ancora senza verità

Mauro De Mauro era un giornalista. Uno dei più coraggiosi della stampa siciliana. Lo è stato fino alla sera del 16 settembre del 1970 quando una volta sceso dall’auto parcheggiata in via delle Magnolie, dove era la sua abitazione, venne invitato da tre individui a risalire a bordo della sua Bmw. Nessuna violenza, nessuna resistenza, solo un rapido scambio di battute, il rumore delle portiere che sbattono, quello del motore che si avvia e poi, per sempre, il silenzio. Non si saprà più nulla di lui, non si conoscerà mai il motivo del sequestro, non saranno mai scoperti i responsabili. <>.

La sua carriera

Mauro De Mauro iniziò la sua carriera giornalistica negli anni del fascismo quando, partito per la guerra in Grecia, inviava dei pezzi ad alcune testate. Fece parte della “Decima Mas” del principe Junio Valerio Borghese e partecipò alla Repubblica di Salò. Nel 1948 fu processato con l’accusa di aver partecipato al massacro delle Fosse Ardeatine e fu assolto. Conobbe a Roma la futura moglie e una volta sposato si trasferì in Sicilia, a Palermo, e qui iniziò a lavorare per diversi giornali prima di essere assunto, alla fine degli anni ’50, dal quotidiano L’Ora. <>. E francamente non ne avrebbe avuto motivo.

De Mauro era instancabile: lavorava sedici ore al giorno e le sue conoscenze eccellenti gli permettevano di realizzare scoop da prima pagina. Conosceva a perfezione la mafia, ne controllava i movimenti, tanto che se sentiva il suono della sirena di un’ambulanza o dei carabinieri montava in macchina per vedere dove fosse diretta. Era l’unico giornalista ad avere accesso alla casa di Serafina Battaglia, famosa in tutta Italia per aver accusato nella Sicilia degli anni Sessanta Vincenzo Rimi, il boss di Alcamo, di avere assassinato suo marito. Nel periodo in cui venne rapito, De Mauro era alla direzione della sezione sportiva del giornale: il direttore sperava in lui per risollevare le sorti del settore in crisi.

Le piste: il caso Mattei, il Golpe Borghese

Continuava però ad occuparsi di costume, di cronaca nera e giudiziaria e, in particolare, dell’assassinio del commissario di Pubblica sicurezza di Agrigento Cataldo Tandoj e delle circostanze che avevano portato alla morte del presidente dell’Eni Enrico Mattei. Sono queste, infatti, due delle piste seguite dagli inquirenti impegnati nella sua ricerca, alle quali si aggiungono quella del famoso Golpe Borghese e quella del traffico della droga (da non sottovalutare la notizia relativa alla presenza l’11, il 12 e il 13 settembre di un motoscafo d’alto mare, nascosto in una grotta della costa orientale del palermitano, che gli inquirenti pensavano potesse essere stato utilizzato per compiere azioni di contrabbando di stupefacenti).

Una cosa comunque era certa: la necessità dei rapitori di agire con così grande celerità e, se vogliamo, imprudenza (basti pensare alla presenza dei due testimoni oculari) denota sicuramente una certa urgenza, forse derivata dal fatto che il giornalista aveva scoperto qualcosa di particolarmente “scottante”. Come riportato su un numero de L’Espresso De Mauro, pochi giorni prima del sequestro, aveva detto ad un’amica, l’architetto Margherita De Simone, che <>. La figlia Junia, in una testimonianza pubblicata dal settimanale Il Mondo scrisse invece: <>. E mentre Lucio Galluzzo, collega di De Mauro, ricorda una significativa dichiarazione della vittima: <>, i familiari raccontano che la sera del 20 settembre, solo quattro giorni dopo il sequestro, ricevettero la telefonata di un certo Antonino Buttafuoco.

Spunta Buttafuoco


L’uomo disse di sapere con certezza quasi assoluta che il giornalista era vivo poiché gli era stato riferito da alcuni “amici”. I De Mauro si mantennero in contatto con quello strano personaggio e al tempo stesso informarono la polizia che iniziò a svolgere indagini sul suo conto. Si trattava di un commercialista massone “iscritto alla potente loggia palermitana <> di via Roma 391, collegata alla loggia <> e alla P2 di Licio Gelli. Due logge dove persone di grande rispettabilità (pensiamo al senatore Pierotti, all’editore del <>, Federico Ardizzone, all’esattore Alberto Salvo, fratello di Nino) convergono con noti mafiosi come Stefano Bontade e Totò Greco detto <>, o con personaggi come Pino Mandalari (il commercialista di Totò Riina) e Angelo Siino, anelli di collegamento fra il mondo mafioso, la politica e il potere economico (tratto da Gli Insabbiati di Luciano Mirone)”.

Sul conto di Buttafuoco la Commissione parlamentare antimafia documentò le sue visite a Luciano Liggio (l’allora boss di Cosa nostra insieme a Stefano Bontade, Gaetano Badalamenti e Giuseppe Di Cristina) quando questi si trovava ricoverato nella clinica Santa Margherita di Roma, dalla quale fuggì sette mesi prima del rapimento di Mattei. Nei giorni che precedettero il sequestro l’uomo aveva più volte cercato De Mauro, che conosceva poiché da cinque anni si occupava delle sue pratiche fiscali, ma il giornalista si era rifiutato di parlargli. Il fratello di quest’ultimo rivelò al quotidiano L’Ora che il commercialista era entrato in casa loro, <>.

Quando si accorse di essere controllato Buttafuoco interruppe bruscamente i rapporti con i De Mauro. Nel frattempo però, gli inquirenti scoprirono che l’uomo era in contatto telefonico con l’avvocato palermitano Vito Guarrasi, che in quel momento si trovava in Francia, e con il quale si era incontrato anche Mauro De Mauro, pochi giorni prima del sequestro, per parlare del caso Mattei. Le manette scattarono per Buttafuoco la mattina del 20 ottobre mentre gli investigatori attribuirono alla sua la voce incisa su un nastro magnetico inviato il 26 settembre alla redazione de L’Ora e che diceva: <>. Il nastro era giunto esattamente due giorni dopo l’arrivo di una lettera anonima nella quale si leggeva: “De Mauro è vivo”.

Il rapimento e la tensione


Nel clima di tensione che la vicenda stava creando in tutto il territorio nazionale tali messaggi non facevano altro che aumentare speranze e interrogativi. Già qualche tempo prima Vittorio Nisticò aveva scritto all’interno di un editoriale: <>. Perché, per esempio, non era stata seguita la pista indicata da un testimone il quale dichiarò di aver visto una Giulia Alfa Romeo di colore chiaro seguire l’auto del giornalista, poco prima del sequestro, dal momento che la stessa macchina non solo si trovava vicino all’abitazione del De Mauro durante il rapimento ma addirittura scortò la Bmw? Lo stesso testimone fornì inoltre agli investigatori i primi tre numeri di targa dell’auto sospetta cosa che, secondo quanto pubblicato da L’Ora avrebbe dovuto facilmente ricondurre all’identificazione del proprietario. Non si arrivò invece da nessuna parte, come a nulla valsero gli interrogatori a Buttafuoco che dopo più di due mesi di “clamorose dichiarazioni”, mai svelate alla stampa, ottenne la scarcerazione per mancanza d’indizi. E mentre il caso De Mauro veniva lentamente dimenticato L’Ora chiese la destituzione del questore Li Donni e la giornalista Giuliana Saladino scrisse: <>.

La donna disse poi che la procura di Palermo stava cercando di <>. In quello stesso periodo, intanto, venne eletto sindaco di Palermo Vito Ciancimino e a capo della città, oltre a lui, c’erano personaggi della portata di Giovanni Gioia, Salvo Lima e Attilio Ruffini. Molto amico di Ciancimino era il procuratore Pietro Scaglione, al quale era affidato il caso De Mauro. Questi era già saltato alle cronache poiché, come ebbe ad affermare il senatore Carmine Mancuso, nel periodo in cui Gaspare Pisciotta, luogotenente del bandito Salvatore Giuliano, si era deciso a rilasciare dichiarazioni “bomba” circa le collusioni tra il re di Montelepre e lo Stato, egli non verbalizzò il colloquio avuto con lui e promise che lo avrebbe fatto in seguito. Nei giorni successivi un caffè avvelenato uccise Pisciotta, l’uomo più vicino all’on. Bernardo Mattarella (collegato alla banda Giuliano), e con lui tutti i suoi segreti.

Gli insabbiati


Interessante notare che Scaglione, che tra l’altro era stato accusato di avere contribuito alla fuga di Liggio e di essere amico del boss italo-americano Giuseppe Bertolino, uomo vicino a Frank Coppola, si era incontrato con De Mauro pochi giorni prima che questi sparisse nel nulla. Cosa si siano detti non lo ha mai saputo nessuno ma è sicuro, secondo il fratello Tullio, che la notizia della quale il cronista era in possesso riguardava “grossi personaggi della vita politica e finanziaria siciliana: da Verzotto a Guarrasi”. Si tratta rispettivamente del capo dell’ufficio pubbliche relazioni dell’Eni a Palermo e di un potente avvocato palermitano, presidente della Società mineraria siciliana. Quest’ultimo rappresentava l’anello di congiunzione tra Sicilia e Stati Uniti ed era grande amico di Buttafuoco.

“Guardiamo i collegamenti – scrive Luciano Mirone nel suo libro Gli insabbiati -: Guarrasi amico di Buttafuoco. Buttafuoco coinvolto nel sequestro De Mauro e amico di Luciano Liggio. Liggio capo di Cosa nostra assieme a Stefano Bontade e a Gaetano Badalamenti. Bontade figura principale nelle vicende Mattei e De Mauro. Badalamenti vicino a Carlos Marcello”. Prima di proseguire è bene ricordare che Enrico Mattei, presidente dell’Eni, è morto il 27 ottobre del 1962 in seguito all’esplosione del bireattore dell’Ente nazionale idrocarburi sul quale, insieme al pilota Irnerio Bertuzzi e al giornalista americano del Time William Mc Hale, stava ritornando a Milano dopo una visita di due giorni agli impianti petroliferi di Gela e Castelferrato.

Solo nel 1995 si scoprirà che alla causa della catastrofe vi era una bomba poiché la commissione d’indagine istituita nel ’62 dall’allora ministro della Difesa Giulio Andreotti, il governo e la magistratura dell’epoca dichiararono che si trattava solo di un tremendo incidente. Fu allora che Mauro De Mauro iniziò ad occuparsi del caso, partendo da uno studio sulla figura dell’ex-partigiano Mattei, l’uomo che riuscì a ridurre notevolmente i prezzi di benzina, fertilizzanti chimici e metano strappando alle Sette Sorelle (le sette industrie petrolifere più importanti del mondo) il monopolio su tali mercati.

Il suo potere raggiunse vette così elevate che nella formazione dei governi l’ultima parola era la sua, elargiva generosi contributi a tutti i partiti politici, sosteneva che tra America e Unione Sovietica l’Italia dovesse assumere una posizione neutrale. Durante la guerra fredda venne definito “traditore” dagli Stati Uniti poiché stipulò un importante contratto con l’Unione Sovietica e con la Cina e ricevette minacce di morte da parte dell’Organisation Armée Secrète poiché liberò l’Algeria dal colonialismo francese e si batté per la sua indipendenza. Il giorno precedente il suo viaggio in Sicilia vennero misteriosamente mitigate le misure di sorveglianza a suo carico e allontanata la sua più fedele guardia del corpo, Rino Pachetti, vecchio compagno di Mattei durante la resistenza.
Lo scrittore Michele Pantaleone dichiarò in seguito: <>.

Il mensile Panorama pubblicò in seguito un articolo nel quale scrisse che due giorni prima della morte di Mattei il boss Calogero Minacori, alias Carlos Marcello (uno dei boss implicati nell’assassinio del presidente Kennedy), si trovava a Palermo. Nel pezzo giornalistico si leggeva che “nell’ottobre del 1962 Marcello prese parte ad un convegno segreto a Tunisi, organizzato da petrolieri americani. Dopo il convegno, con un certo Badalamenti, passò da Tunisi ad Algeri, da qui a Madrid e quindi a Catania”.
Gli interrogativi ancora aperti sul caso Mattei sono tanti: perché, per esempio, la magistratura non interrogò mai l’agente dei servizi segreti francesi sospettato di aver piazzato la bomba sul bimotore dell’Eni? Perché quando L’Ora fece il nome dell’avvocato Guarrasi la questura di Palermo, come disse Vittorio Nisticò, <>.

I misteri del petrolio


Non meno controversa è la figura del presidente dell’Ente minerario siciliano Graziano Verzotto, amico del capomafia Giuseppe Di Cristina e di Michele Sindona, che passò alcune ore con Mattei nei due giorni che precedettero la sua morte. Incompleta, se confrontata con quanto dichiarato da Tommaso Buscetta, la sua ricostruzione degli ultimi giorni di vita del presidente. Interessante un appunto di De Mauro relativo al 26 ottobre del ’62: “Nel pomeriggio, dopo l’arrivo del jet da Palermo, Mattei aveva chiamato il pilota Berruzzi: ‘Non trascorra la notte a Gela’, gli dice: ‘Non è igienica questa pista incustodita. Se ne vada a Catania. Prepari per le prime ore del pomeriggio il piano di volo su Milano'”.

 Chi aveva trasmesso tale notizia ai sabotatori? Perché Verzotto e D’Angelo (uomo vicino a Mattei) non accettarono l’invito, rivolto loro dallo stesso presidente, di accompagnare Mattei a Milano? E soprattutto perché Mattei era dovuto tornare in Sicilia, quei due giorni, dal momento che era stato in visita agli stabilimenti solo una settimana prima? Secondo quanto rivelato da Italo Mattei il presidente era stato chiamato con impellenza da Graziano Verzotto e poi richiamato urgentemente a Milano dal ministro del Tesoro Tremelloni a causa di una riunione urgente. Per questo comunicò l’orario della sua partenza, cosa che solitamente non faceva, permettendo ai sabotatori di installare l’ordigno. Forti le dichiarazioni di Angelo Mattei, nipote del presidente: <>.

Le rivelazioni di Buscetta


In conclusione ricordiamo che il pentito Tommaso Buscetta rivelò al sociologo Pino Arlacchi che era stata Cosa nostra siciliana ad uccidere Mattei su richiesta della Cosa nostra americana che vedeva in pericolo i suoi interessi in Medio Oriente. Disse che Salvatore Greco “Chicchiteddu” organizzò materialmente l’attentato mentre a stabilire il contatto fu Graziano Verzotto, che non era informato delle intenzioni di Cosa nostra ma era amico di Di Cristina. Buscetta rivelò inoltre che <>. Il collaboratore Gaspare Mutolo disse poi che il De Mauro era stato strangolato nelle campagne del Bontade e mentre il sostituto procuratore di Palermo Giacomo Conte ha parlato di responsabilità della mafia, dei servizi segreti, di Gladio e della massoneria deviata nel delitto Mattei, il magistrato Aldo Rizzo ha dichiarato: <>.

*a cura di Monica Centofante
ricerche di Luciano Mirone

Fonte: AntiMafia2000 


Riceviamo e pubblichiamo la seguente lettera di Rettifica di Antonio Scaglione

I riferimenti al mio defunto genitore dott.  Pietro Scaglione, già Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, contenuti nell’articolo dal titolo “Omicidio De Mauro. La chiave è il delitto Mattei”, a firma di Monica Centofante, pubblicato su Antimafia Duemila, n. 8/2000, alla pagina 43, mi inducono a precisare che l’operato del magistrato Scaglione è sempre risultato ante e post mortem, in tutte le sedi giudiziarie e istituzionali, assolutamente corretto e imparziale.
In particolare,
1) In sede giurisdizionale penale é risultato chiaramente dagli atti che il Procuratore SCAGLIONE fu magistrato “dotato di eccezionale capacità professionale e di assoluta onestà morale”, “di indiscusse doti morali e professionali”, “estraneo all’ambiente della mafia ed anzi persecutore spietato di essa” e che “tutta la rigorosa verità é emersa a positivo conforto della figura del magistrato ucciso”, sia per quanto concerne la sua attività istituzionale, sia in relazione alla sua vita privata, così come si legge testualmente nella motivazione della sentenza n. 319 del 1 luglio 1975 emessa dalla Corte di appello di Genova, sezione I penale, passata in giudicato a seguito di conferma della Cassazione (sentenza 17 dicembre 1976 n. 6198), e pubblicata negli Atti della Commissione parlamentare antimafia, 1984, vol. IV, tomo 23, doc. 1132, pag. 729 s. al cui contenuto tutto si rinvia); ed ancora, sempre in provvedimenti giurisdizionali, si legge quanto segue: nel corso della “ventennale istruzione” si è rivelata “vana” la “ricerca di motivazioni o legami di carattere privato” ed è stato accertato che il Procuratore SCAGLIONE svolse “in modo specchiato” l’attività giudiziaria, cadendo vittima del dovere, in Palermo, il 5 maggio 1971 (cfr. Tribunale di Genova, Ufficio del Giudice istruttore, sentenza 16 gennaio 1991, proc. pen.  m.  2144/71 RG e n.  692/71 R.G.G.I; e il Decreto n.  3772 del 20-11-1991, emesso dal Ministro della Giustizia previo rapporto del Procuratore generale della Repubblica di Palermo e parere del Consiglio Superiore della Magistratura, con il quale il procuratore Scaglione è stato riconosciuto vittima del dovere).

2) Quanto alla notizia, contenuta nel predetto articolo, secondo cui il magistrato Scaglione ascoltò Pisciotta senza verbalizzare le sue dichiarazioni, si deve rilevare che – come risulta dagli atti e dalle cronache giornalistiche dell’epoca – nel 1954, il dott.  Pietro Scaglione, allora Sostituto procuratore generale presso la Corte di appello di Palermo, previo incarico del Procuratore Generale, si recò in carcere per interrogare il predetto Pisciotta, assistito da un segretario; il Pisciotta si rifiutò però di fare qualsiasi dichiarazione in quanto voleva “parlare a quattro occhi con un magistrato” senza testimoni e senza alcuna verbalizzazione delle sue dichiarazioni; il sostituto Scaglione allora gli fece presente che le norme di legge imponevano la presenza del segretario e la documentazione mediante verbale; il Pisciotta rispose che eventualmente dopo un periodo di riflessione avrebbe richiamato il magistrato (v. LONGONE, “Pisciotta annunciò al magistrato gravissime rivelazioni”, in l’Unità, 14 febbraio 1954, pag. 1).

3) Tutte le notizie relative a presunte attività ovvero inerzie che sarebbero state poste in essere dal Procuratore Scaglione in alcuni procedimenti penali, tra i quali quello relativo alla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, sono già state oggetto di specifico accertamento in sede giudiziaria penale e sono risultate mancanti del requisito “della verità e dell’obiettività”, “prive di fondamento e nettamente contraddette dalle risultanze di causa”, con conseguente ulteriore conferma della assoluta correttezza e imparzialità dell’operato del magistrato Scaglione; in particolare, nel caso “De Mauro”, “l’intervento dell’ufficio requirente (diretto dal procuratore Scaglione) fu attivissimo” (così come si legge nella sentenza della Corte appello di Genova, citata sub 1, pag.  52 e al cui contenuto tutto si rinvia; v., pure Tribunale Genova, Ufficio del giudice istruttore, sentenza citata sub 1; cfr., anche, le dichiarazioni della moglie di De Mauro, in La Domenica del Corriere del 13 giugno 1972; e, recentemente, le risultanze delle indagini preliminari svolte dalla Procura della Repubblica di Pavia sul caso Mattei).

4) Per quanto riguarda poi le vicende relative alla cosiddetta “fuga di Liggio”, sia il Consiglio Superiore della Magistratura “dopo avere proceduto a rigorosa indagine” in data 26 febbraio 1971, sia l’Autorità giudiziaria di Firenze in data 16 febbraio 1971, esclusero qualsiasi responsabilità in detta vicenda del Procuratore Scaglione disponendo l’archiviazione degli atti…”; peraltro, il Procuratore Scaglione diede “la dimostrazione delle numerose iniziative prese in precedenza a carico dello stesso Liggio…” (così Corte di appello di Genova, sentenza citata sub 1, pag. 59-61; v., pure l’ordinanza di rinvio a giudizio del primo maxi processo di Palermo-Giudici istruttori Caponetto e Falcone- in “Mafia-L’atto di accusa dei giudici di Palermo”, Editori Riuniti, 1986; le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta davanti le autorità giudiziarie di Palermo e Genova, e davanti alla Commissione Parlamentare antimafia, in Il Tempo 2 ottobre 1984, pag. 1; in la Repubblica, Dossier Mafia, 3 ottobre 1984, in Il patto scellerato…., La Relazione della Commissione parlamentare antimafia, di Luciano Violante, Crescenzi Allendorf Editori, Roma, 1993; in Il Corriere della Sera 18 novembre 1992, pag, 2; in Mafia, Libri-Inchiesta di Panorama del 2 agosto 1992, pag. 13).

5) Le relazioni di amicizia e di frequentazione  del Procuratore Scaglione sono state oggetto di accertamento in sede giurisdizionale e “tutta la rigorosa verità è emersa a positivo conforto della figura del magistrato ucciso”, “estraneo all’ambiente della mafia, ed anzi persecutore spietato di essa”; in particolare, il doveroso comportamento tenuto dal Procuratore Scaglione nei confronti di Giuseppe Bertolino “è la migliore e più lampante prova dell’assoluta probità e indipendenza del magistrato” (in questo senso v. Corte di Appello di Genova sentenza citata sub 1, pag. 73- 79); ed ancora, nel corso delle indagini relative all’omicidio del Procuratore Scaglione, venivano svolti anche accertamenti “alla ricerca (rivelatasi vana) di motivazioni o legami di carattere privato, così come nulla di sospetto o di equivoco emergeva dall’attento esame della pregressa attività giudiziaria svolta-in modo specchiato- dal defunto procuratore SCAGLIONE (cfr. le deposizioni dei sostituti procuratori Rizzo, Coco, Puglisi, … del maggiore dei Carabinieri Ricci e del capitano dei Carabinieri Russo, e, in epoca successiva,dello stesso superpentito della mafia Tommaso Buscetta)” (v.  Tribunale di Genova, Ufficio del Giudice istruttore, Giudice B. Di Mattei, sentenza 16 gennaio 1991, procedimento penale n. 2144/71 RG.P.M. e n. 692/71 R.G.G.I.).

Palermo 23 gennaio 2001

prof. Antonio Scaglione


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