"Napoli tollera tutto tranne l’ingegno", un ritratto di Libero Bovio

Napoli tutto tollera e perdona tranne l’ingegno ” , così , con quest’amara riflessione , Liberato ,”Libero “, Bovio , nato a Napoli l’ 8 giugno del 1883 da Giovanni ,professore di filosofia originario di Trani (Bari) , di idee socialiste e da Bianca Nicosia , maestra di pianoforte , apriva la sua raccolta  di epigrammi , aforismi o “pensieri” ,come meglio amava definirli , ricchi di buon senso , di pragmatismo antiretorico e ammantati di dolente malinconia. Appassionato di musica e di teatro dialettale , assecondando le volontà paterne , frequetò una scuola tecnica , che abbandonò alla morte dell’autoritario genitore . Impiegatosi come redattore nel giornale cittadino : “Don Marzio”, cui collaborò con la scrittura di novelle,  racconti e poesie, a causa delle ristrettezze economiche che angosciavano la madre decise di tralasciare le sue velleità letterarie e di lavorare presso il Museo Archeologico come addetto all’ufficio Esportazioni. Ciò , garantendogli una tranquillità economica , gli consentì di non rinunciare definitivamente alle aspirazioni artistiche . Perciò , dal 1917 al 1923 diresse la casa editrice musicale di Francesco Feola : “La canzonetta” , e ritornò al giornalismo , pubblicando articoli sulla terza pagina dell’ omonima rivista ,presieduta  da Mario Spera . Negli anni della “Grande guerra ” (1915-1918) , ispirato dalla tragedia di Caporetto , compose la poesia : “Surdate”, poi musicata da Evemero Nardella , il cui successo ne determinò l’approdo alla difficile professione di “autore di canzoni” in dialetto e in lingua  italiana.

Così , tra il 1917 e il 1925 , con l’aiuto dei musicisti Ernesto de Curtis , Gaetano Lama , Nicola Valente e lo stesso Evemero Nardella , scrisse i testi di : “Tu ca nu chiagne” , “Passione”, “Silenzio cantatore” , “Reginella” , “Chiove” , “‘O paese d’o sole ” , “Lacreme napulitane ” , “Cara piccina” , “L’addio” e “Signorinella pallida ” . L’angoscia , il male di vivere, la nostalgia per la giovinezza sfiorita, la triste solitudine dell’emigrante costretto a vivere lontano dalla propria terra e dagli affetti , costituiscono la trama di melodie , ora dolci e ariose  , simili all’adagio di un carillon , ora incalzanti e tese come il lamento  di prefiche . Un lessico aspro , talvolta duro , che nulla ha a che vedere con la clemente e incantata musicalità del collega/antagonista Salvatore Di Giacomo ,  quest’ultimo ,sempre disposto a tratteggiare con la penna una Napoli arcadica , popolata di pastori e ninfe in deliquio d’amore . Per Libero Bovio, invece, per dirla alla maniera di Benedetto Croce , “Partenope è un paradiso abitato da diavoli ” , millantatori, simulatori , dissimulatori , esperti dell’inganno, istrioni spregiudicati a cui dà voce nelle commedie : “Gente nosta ” , “‘O macchiettista ” , “‘O prufessore” o nelle canzoni-sceneggiate : “Carcere ” , ” ‘E figlie” , “Zappatore ” , “Guapparia” .

Ancora alla guida di case editrici musicali , come la “Santa Lucia ” , nel 1934 ne fondò una in proprio,  “La bottega dei quattro ” ,con l’ausilio dei maestri Nicola Valente, Ernesto Tagliaferri e Gaetano Lama. Sposatosi nel 1919 con Maria Di Furia , matrona esemplare da cui ebbe due figli , non cedè alle lusinghe e ai corteggiamenti insistenti di canzonettiste e attrici . Si racconta ,infatti , che la soubrette Dirce Marella , invaghitasi del “maestro ” , gli scrisse un biglietto : “Inseguimi , sono l’ombra ! ” , a cui prontamente , con cinica ironia ,replicò: “Non posso , perchè tengo i calli ! ” .Solidale con i socialisti partenopei, che  manifestavano il proprio dissenso riguardo la decisione di Benito Mussolini di entrare in guerra e ,difendevano le istanze dei lavoratori licenziati di colpo ,perchè costretti ad arruolarsi nelle milizie fasciste e a combattere al fronte , nel 1941 era intento a scrivere , con il supporto musicale di Pietro Mascagni , un inno operaio ,quando  si manifestarono le avvisaglie della malattia che lo condusse alla morte il 26 maggio del 1942 .

Nel suo studio , sullo scrittoio in noce , rivestito di un centrino di merletto, lasciò un quaderno sui cui fogli , qualche ora prima di morire, aveva appuntato i versi di un ‘ultima poesia , indirizzata alla moglie :  “Addio Marì / Canzone d’è canzoni / luce e compagna ‘e tutta ‘a vita mia ./ Addio te dico senza canto e suono / sulo cu ‘lluocchie d’a malincunia . / I’ lasso ‘o mare , tu ce pienze ? , ‘o mare / ‘o mare d’oro nun o veco cchiù ./ E cchiù maje veco l’albe chiare chiare / ch’erano fresche cumm’a ggiuventù ./ Addio Marì , salutammella Napule pe ‘mme. / Dille ch’è stata a passione mia ./ Dille che l’aggio amata quanto a tte ./ Marì , si stata a vita d’è canzoni , e mò si ‘a vita e chi non ce sta cchiù ./ I’ moro ‘mbraccio a tte / nun te ne adduoni ca io canto e moro sotto ‘o cielo bruno. / E moro e canto : “Napule, sì bella / e ‘o popolo sultanto è degno e te ./ Napule , sì na rosa , si na stella ca luce comm’a cche ./ Addio Marì , salutammelle Napule pe ‘mme. / Dille ch’è stata ‘a passione mia ./ Dille che l’aggio amata quanto a tte ” .

fonte: Quotidianoitalia.it

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