L’Europa chiama, l’Italia risponde: cento giorni alle elezioni. E se vince il partito anti-Euro?

Cento giorni alle elezioni europee. Poi, la guida del Vecchio Continente passerà nelle mani dell’Italia: il semestre di presidenza non sarà una passeggiata.  Bisognerà, prima di tutto, fare i conti con il nuovo europarlamento. Qualcuno azzarda che il partito trasversale anti-moneta unica potrebbe raccogliere fra il 25 e il 30% dei voti, cavalcando l’onda lunga delle politiche di austerity che hanno imposto ai cittadini una dose extra di sacrifici durante la recessione più lunga e più grave dall’ultimo dopoguerra. Una cura dimagrante, decisa dai Paesi più ricchi, davvero difficile da digerire e comprendere per i più poveri. La situazione è esplosa in Grecia, fermata proprio sul filo di lana sul baratro del default. Ma la rivolta di Atene è stata solo punta dell’iceberg di un malcontento molto diffuso. Bisognerà attendere l’esito delle elezioni, ma se davvero dovessero prevalere le forze anti-europeiste, la nave dell’Unione corre seriamente il rischio di andare alla deriva, con tutte le possibili conseguenze.

Una bella sfida per l’Italia che resta uno dei “soci” fondatori della costruzione europea. Da questo punto di vista, il semestre di presidenza un’occasione da non perdere per recuperare la credibilità perduta e mettere sul tavolo dell’Unione una serie di sfide e di progetti ormai ineludibili, con la buona pace di chi sostiene che la guida italiana, cadendo in un sostanziale vuoto istituzionale (con i vertici dell’Ue tutti o quasi da rinnovare), sia poco più di una scatola vuota. Non è così. Il primo atto del nuovo Parlamento, dopo l’insediamento, sarà la nomina del nuovo presidente della Commissione Europea. E’ una novità assoluta: fino ad ora sono stati i singoli governi nazionali a proporre il vertice sulla base di un principio di alternanza fra le diverse potenze. Ora, la parola passa tutta nelle mani degli eurodeputati che, a questo punto, avranno anche la possibilità di avere più influenza sulle scelte dell’esecutivo comunitario.

Ma non basta. Fatto il presidente della Commissione, bisognerà definire le linee programmatiche e le priorità dell’Unione Europea per i prossimi anni. Il ruolo che l’Italia può svolgere per rimettere in moto il Vecchio Continente sarà determinante. Nel periodo più buio della recessione si sono visti all’opera due grandi blocchi. I Paesi del Nord, guidati dalla Germania, hanno scaricato le responsabilità della crisi sui Paesi meridionali, accusati di aver accumulato troppo debito e di aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità.  Tesi, ovviamente, rispedita al mittente dal blocco “sudista”, che ha individuato proprio nelle politiche dell’austerity il principale freno ad una possibile ripresa. Uno scontro che, di fatto, ha cancellato quell’asse franco-tedesco per, negli anni pre-recessione, ha di fatto governato il vecchio continente aprendo margini di manovra per paesi come l’Italia costretti, per forza di cose, a fare da ago della bilancia.

Da luglio, insomma, si giocherà forse la partita più importante dell’Ue. L’Italia dovrà convincere gli europei sulla validità del progetto di unificazione del vecchio continente e sulla necessità della moneta unica. Per farlo, però, avrà soprattutto bisogno di comunicare a tutti i cittadini che l’Europa non è un nemico da battere, non porta solo sacrifici e tasse, ma può diventare invece il motore a disposizione di tutti per accelerare l’uscita dalla crisi. Un concetto che, per essere credibile, dovrà essere declinato con azioni e misure concrete. Le carte da giocare non mancano. Primo di tutto quella di un piano credibile (e finanziabile) per l’occupazione giovanile, forse l’emergenza numero uno da affrontare dal momento che un’intera generazione rischia di mancare l’appuntamento con il mercato del lavoro. C’è poi il nodo delle politiche industriali necessarie per accelerare la crescita europea. Gli Stati Uniti, grazie a politiche espansive ma, soprattutto, a massicci investimenti nella ricerca e nell’innovazione, sono riusciti a risalire la china. In molti paesi europei, a cominciare dall’Italia, da decenni non si parla più di politica industriale o di interventi per lo sviluppo. Infine, la finanza, con la realizzazione di quella unione bancaria senza la quale la moneta unica rischia di diventare davvero monca.

Forse però, prima di ogni altra cosa, il compito dell’Italia dovrebbe essere quello di cancellare una volta per sempre il volto di un’Europa fatto a immagine e somiglianza della Germania. Nel 1953 Thomas Mann avvertiva i suoi concittadini: non serve un’Europa tedesca ma una Germania Europea. Molto probabilmente ora abbiamo il paradosso di una Germania Europea in un Europa tedesca. Solo se rompe questa equazione riaffermando il primato della politica l’Europa dei popoli (e non dei tecnocrati) potrà rimettersi in moto.



Antonio Troise

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