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La storia della Baronessa Cardopatri, sola contro il clan dei Mammoliti

[La disperata storia della baronessa Cordopatri e la ricerca della sociologa tedesca Renate Siebert sulla donne e la mafia in Calabria. Un articolo del 1995 per la rivista “Nord e Sud”] 

Ora la accusano di essere pazza. Hanno chiesto una perizia psichiatrica ma la baronessa Teresa Cordopatri conserva la serenità di chi ha toccato il fondo del dolore e si sente sicura della terribile forza di chi non ha più nulla da perdere. Non ritratta, anzi conferma: quei giudici, quei politici, quei familiari mi hanno consigliato di cedere al ricatto, di regalare i nostri aranceti nella piana di Gioia Tauro al clan Mammoliti che aveva fatto ammazzare mio fratello.

La sua vicenda, sola contro tutti, anche contro lo Stato che pretendeva le tasse su quei terreni che non aveva saputo difendere dall’esproprio criminale, è istruttiva. Sono lontani i giorni dell’ira in Sicilia, dopo le stragi di mafia, quando a molti è piaciuto credere che si era finalmente allo scontro finale, tra gli angeli dell’Antimafia e i demoni di Cosa nostra. No, la capacità pervasiva della criminalità organizzata è irriducibile alle semplificazioni beote di chi si trastulla con i piani di Totò Riina contro il turismo a colpi di siringhe infette sparse sulla Riviera romagnola. “Per tutti questi lunghi anni ci hanno sempre consigliato – scrive Teresa Cordopatri in un esposto al CSM – di cedere alle richieste dei Mammoliti per evitare che qualcuno di noi restasse ucciso nel portone di casa, come loro minacciavano e come poi purtroppo hanno fatto. Queste sono state le persone alle quali la mafia si è rivolta per indurci a cedere. La forma mentis di queste stesse persone nei confronti della mafia era: cedere per non avere guai”.

A rendere pubblica la denuncia della baronessa sono stati gli avvocati della difesa al processo contro il clan Mammoliti, dove la Cordopatri è uno dei pochi testimoni di accusa. Anche se il PM ha depositato l’ esposto tra le carte processuali, il presidente non ammette domande su quello che ritiene un semplice atto amministrativo. Dopo una lunga schermaglia procedurale, uno degli avvocati aggira l’ostacolo con una domanda diretta: “Nel lungo periodo in cui si è dibattuto il problema Mammoliti, la signora Cordopatri è stata avvicinata perché vendesse le sue terre ai Mammoliti dalle seguenti persone: Valensise, Misasi, Napoli…” Il flebile sì della baronessa è uno schiaffo al volto del capogruppo a Montecitorio di Alleanza nazionale, suo lontano parente, avvocato di boss ma anche di Julius Evola nel processo FAR, la prima banda armata del terrorismo nero, nel lontano 1951; dell’ex ministro dc, viceré di Calabria nella Prima repubblica; dell’ex parlamentare dc. E poi dei vertici della magistratura reggina: il presidente della Corte d’Appello Giuseppe Viola, il procuratore generale Guido Neri, il giudice Francesco Colicchia (oggi defunto), il giudice Tuccio, il presidente del Consorzio Agrario dottor Zimbalatti, l’avvocato Romeo di Castellace e il professore Renato Caminiti, ex presidente dell’Ordine dei medici. Del braccio destro di Fini, la Cordopatri non esita a scrivere al C.S.M.: “che l’avvocato Valensise sia vicino alla ‘ndrangheta è considerato addirittura normale”. La baronessa non ha dubbi e racconta: ha consigliato me e Antonio [il fratello assassinato per il rifiuto opposto al clan] di vendere gli oliveti di Castellace, nel comune di Oppido Mamertina al boss Saverio ‘Saro’ Mammoliti. “Quando ci rifiutammo di vendere Valensise ci tolse il saluto”. Tutti gli accusati smentiscono indignati. Il giudice Guido Neri ricorda che è stato proprio lui, nel 1987 a far confiscare 8 miliardi di beni ai Mammoliti. Il figlio Francesco, anche lui magistrato, e braccio destro di Cordova a Palmi, replica: “l’Antimafia l’ho fatta con atti concreti e la baronessa non mi fece mai una denuncia contro nessuno”. Una vicenda pirandelliana, quindi? Giuseppe Viola, uno degli accusati, ora presidente di Cassazione e sposato con una Cordopatri, pensa a un tentativo maligno di togliere credibilità alla baronessa coinvolgendola in uno scontro con politici e magistrati e attribuendole accuse non dimostrabili. Il paradosso è che Teresa Cordopatri è isolata a Reggio ma ha conquistato insospettabili alleati: il ministro Maroni, ad esempio, che la convinse a smettere lo sciopero della fame “contro la mafia e contro lo Stato” ha fatto buon uso delle sue accuse nell’indagine amministrativa che ha messo in luce connivenze pericolose ad alti livelli o la Commissione parlamentare antimafia, che la considera testimone attendibile.
Dall’ “assoluta solitudine di questa donna così coraggiosa e vulnerabile” parte l’analisi di Renate Siebert, studiosa del Mezzogiorno, docente di Sociologia all’Università di Arcavacata. La Siebert, allieva di Adorno, appartiene a quella generazione di bambini cresciuti nella Germania del secondo dopoguerra e costretti a una colossale elaborazione del lutto. Sceglie alla fine degli anni Sessanta di vivere in Calabria. Alle donne del Sud dedica alcuni anni fa un bellissimo libro di storie di vita “E’ femmina, però è bella”. Quando un giornalista amico, Gianfranco Manfredi, le fa notare che “nessuna delle donne del Sud che narrano di sé attraverso il mio libro abbia accennato al problema della mafia o della ‘ndrangheta” la sociologa tedesca, donna del Sud per scelta, deve fare ancora una volta i conti con se stessa, con la propria angoscia, con la propria resistenza. Perché qualche donna alla mafia aveva accennato ma quei riferimenti lei li aveva lasciati nel cassetto per una scelta inconsapevole. Il risultato di questo lavorio un ponderoso volume “Le donne, la mafia” quasi 500 pagine edite dal Saggiatore nella scorsa primavera. L’epigrafe del libro è di Rosetta Cerminara, la donna che ha accusato il suo ex uomo dell’omicidio di un maresciallo di polizia e della moglie a Lamezia Terme: “Vorrei che tutti laggiù mi ricordassero per come ero, generosa e piena di vita. Pulita e onesta. E non come ora mi vorrebbero far passare al processo. Per distruggere la mia immagine e indebolire la mia testimonianza su di me ne dicono di tutti i colori. E intimoriscono gli altri testimoni. Ma io sono pulita. Amici di un tempo, ricordatemi così. La cosa che più mi addolora è che c’è gente che stava a scuola con me e ora dice: non l’ho mai conosciuta”. A Rosetta Cerminara è dedicato ‘Le donne, la mafia’. “Quello che colpisce in Calabria – osserva Renate Siebert – è il livello relativamente basso di aggregazione. Teresa Cordopatri si è trovata a combattere assolutamente sola. Manca poi un circuito di comunicazione e di informazione: molte cose succedono ma poche si sanno. La presenza del volontariato resta circoscritta nell’ambiente di paese: penso a Fagnano Castello, un centro collinare tra la piana dell’Esaro e la dorsale montuosa paolana, dove opera un Coordinamento Scopelliti”. Con grande cautele, poi, la Siebert accenna a un suo dubbio: che a far velo alla doverosa solidarietà verso la Cordopatri abbia in qualche misura agito un riflesso condizionato dalla ‘memoria di classe’. E così la baronessa ha dovuto vivere da sola “l’esperienza del lutto, dell’esproprio, dell’estorsione dello Stato”, in un disperato tentativo di resistenza alla macchina del “dominio mafioso”. L’indagine – suggerisce la sociologa – andrebbe poi spinta a scandagliare il “vissuto rancoroso” di chi con straordinaria violenza ha consumato oggi una “vendetta storica di altre generazioni precedenti contro il latifondo”. Che cosa hanno fatto in passato a queste generazioni, si chiede la Siebert? Certo è quello che è stato fatto ai danni della Cordopatri – “che pur nella sua tenacia è stata bravissima a gestire i media” – e quello che non è stato fatto in sua difesa: “Il primo passo necessario – conclude Renate Siebert – è la solidarietà e l’unione. Vecchie cose politiche impediscono questo passo. Non vedere tutto questo mi sembra molto grave. Nella lotta alla mafia bisogna partire da quello che ci unisce non da quello che ci divide”.

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