LA RECENSIONE. Dopo gli incidenti la Turandot, l’Expo nel segno della grande musica

turandot milanodi B. S. Aliberti Borromeo

Undici minuti di applausi e forse più, hanno sottolineato il grande successo di Turandot, diretta da Riccardo Chailly,  per la prima volta nelle vesti di direttore generale. Fantastici gli esecutori che hanno visto nel ruolo di Liù una sempre più strepitosa Maria Agresta che, nel primo atto, la sua presenza quasi muta, insignificante nelle vesti, umile e amorevole, soccorre il vecchio Timur, padre di Calaf, suscitando commozione, emozione così forte e intensa da dominare la scena, tanto da meritare l’unico applauso a scena aperta dell’intera serata.  Nina Stemme, famosa soprano, veste il ruolo della gelida Turandot, la principessa spietata che diventa dolce e amorevole disarmata dalla forza dell’amore e del sacrificio della tenera Liù: la donna appare in abito nero, col volto coperto da una veletta molto simile ad una ragnatela; incute timore, trasmette freddezza anche nello sguardo, nei gesti sapientemente studiati dalla favolosa interprete che piano piano si scioglie all’amore e alla passione di Calaf, interpretato da Aleksandrs Antonenko che ha dimostrato ottime capacità sceniche ed interpretative, gli accordi di una  nona rivolta, nel doppio Nessun dorma, nessun dorma hanno riecheggiato nel teatro coinvolgendo ed emozionando l’intero pubblico.

Di grande effetto la scenografia  voluta dal regista Nikolaus Lehnhoff,unica per tutti e tre gli atti e innovativa. Dominano il rosso, di una grande balconata puntellata di chiodi con al centro, quasi sospeso un grande disco dove imponente appare l’imperatore che, grazie agli effetti speciali sembra enorme, dominante, nel suo splendido abito giallo che vuole rappresentare la luce del sole in un clima tetro e drammatico. Qui si è voluto proprio mettere in evidenza che la Cina di Puccini, non è uguale a quella turistica e commerciale che conosciamo: si tratta di una perfetta ricostruzione di una cultura antica, improntata sull’autorevolezza dell’imperatore.

Finale a sorpresa: scelto quello di Luciano Berio e non quello più noto di Franco Alfano per porre fine all’incompiuta di Puccini eseguito per la prima volta in forma scenica alla Scala. Composto nel 2001, Berio è riuscito, dopo aver analizzato 23 dei 30 schizzi lasciati da Puccini, saper trovare il modo di unire nelle 307 battute finali le 133 scritte da Puccini le 174 scritte di suo pugno impiegando una serie di rimandi già presenti nell’opera e lasciando spazio alla musicalità delle armonie, alla purezza delle note sottolineando che la vera protagonista dell’opera è solo e sempre la musica.

What Next?

Recent Articles