La lettera di Woody Allen: non ho molestato mia figlia

Con una lunga lettera pubblicata sul New York Times, Woody Allen si è difeso dall’accusa di molestie sessuali che Dylan Farrow, figlia adottiva di Mia Farrow, gli aveva rivolto sabato 1 febbraio in un’altra lettera pubblicata sul blog del giornalista Nicholas Kristof, sul sito del New York Times. Allen sostiene che non ci sia niente di vero nelle accuse di Dylan Farrow, e che Dylan sia stata condizionata dalla madre Mia, che l’avrebbe spinta ad accusare il padre per vendicarsi della relazione di Allen con l’attuale moglie Soon-Yi Previn (tesi sostenuta, alcuni giorni fa, anche da Moses Farrow, fratello di Dylan).
«Ventuno anni fa», scrive Woody Allen, «quando venni a sapere per la prima volta che Mia Farrow mi aveva accusato di molestie sessuali su una bambina, trovai l’idea talmente ridicola che non ci pensai fino in fondo». Ricordando la fine della sua relazione con Mia Farrow e la successiva causa per la custodia dei figli, Allen dice che la malafede di Farrow gli sembrò talmente evidente da non aver neppure pensato di procurarsi un avvocato finché non fu il suo manager a dirgli che Mia Farrow aveva intenzione di riferire quelle accuse alla polizia e che lui avrebbe avuto bisogno di un avvocato penalista. «Pensai ingenuamente che l’accusa sarebbe stata respinta – perché, ovviamente, non avevo molestato Dylan e qualsiasi persona ragionevole avrebbe visto la cosa per quello che era – e che il buon senso avrebbe prevalso», scrive Allen, ricordando che «dopo tutto ero un uomo di 56 anni mai accusato prima (o dopo) di allora di molestie su minori».
Allen racconta di quando Mia Farrow, sostenendo con insistenza che lui avesse abusato di Dylan, la portò da un dottore per sottoporla ad alcuni esami e cercare di stabilire la verità: «Dylan disse al dottore che non era stata molestata. Mia la portò fuori per un gelato e, quando ritornò, la bambina aveva cambiato versione.»
Ricordando che a quel punto rischiava un’accusa per molestie sessuali e un rinvio a giudizio, Allen scrive che si sottopose molto volentieri a un test della verità e che lo superò, perché «non aveva niente da nascondere», mentre Farrow rifiutò di sottoporsi a quello stesso tipo di test. Allen riporta anche un aneddoto recente «per avere tutti chiaro il tipo di persona di cui stiamo parlando»: la settimana scorsa una certa Stacey Nelkin – una ragazza che lui aveva frequentato molti anni fa – ha raccontato alla stampa di essere stata contattata da Mia Farrow all’epoca della causa tra Farrow e Allen per la custodia dei figli, nel 1993. Farrow chiese a Nelkin di testimoniare al processo e dire che era minorenne all’epoca delle frequentazioni con Allen, anche se non era vero. «Da questo», scrive Allen, «si può immaginare perché Mia non si sottopose al test della verità».
La polizia del Connecticut, ricorda Allen, si rivolse a un’unità investigativa speciale a cui faceva riferimento per questo genere di casi, la Clinica per gli abusi sessuali sui minori dell’Ospedale di Yale-New Haven. L’unità trascorse diverso tempo a condurre ricerche “meticolose”, raccogliere testimonianze e mettere insieme i pezzi della storia, e Allen riporta per intero le conclusioni a cui giunse l’unità investigativa:
È nostra convinzione che Dylan non sia stata molestata sessualmente dal signor Allen. Inoltre crediamo che le dichiarazioni videoregistrate di Dylan e quelle fatte da lei direttamente a noi per le nostre valutazioni non si riferiscano a fatti realmente accaduti il 4 agosto 1992. Noi consideriamo tre ipotesi per spiegare le dichiarazioni di Dylan. La prima: che siano vere e che il signor Allen abbia abusato di lei. La seconda: che le dichiarazioni di Dylan non siano vere ma siano state fatte da una bambina emotivamente vulnerabile che era stata segnata da una famiglia disturbata e che stava reagendo alle tensioni in famiglia. La terza: che Dylan sia stata indottrinata o influenzata da sua madre, la signora Farrow. Riteniamo più verosimile che una combinazione di queste ultime due ipotesi spieghi meglio le accuse di molestia sessuale avanzate da Dylan.
Secondo Allen questa conclusione deluse le persone interessate a creare scandalo intorno a un personaggio così famoso: Allen se la prende molto anche con il giudice della causa della custodia dei figli di Allen e Farrow, Elliot Wilk, che a suo parere diede un’opinione “davvero irresponsabile” scrivendo all’epoca che “probabilmente non sapremo mai quello che è successo”. «Ma lo sappiamo eccome», scrive Allen, «perché è stato stabilito, e non c’era alcun dubbio sul fatto che non ci fosse stato alcun abuso sessuale».
Allen ritiene che, esattamente come una parte dell’opinione pubblica, il giudice avesse dei pregiudizi nei suoi confronti per via della sua relazione con l’allora ventenne Soon-Yi Previn, figlia adottata da Mia Farrow nel suo precedente matrimonio con il musicista André Previn. «Eppure, a dispetto di come poteva sembrare all’epoca», dice Allen, «i nostri sentimenti erano autentici e oggi siamo sposati da 16 anni con due splendidi figli, entrambi adottati» (e Allen ricorda anche, incidentalmente, che tutta questa storia complicò parecchio la vita a lui e a Soon-Yi nelle pratiche di adozione).
Allen cita poi un passaggio dell’intervista di Moses Farrow – che è il fratello maggiore di Dylan Farrow e all’epoca aveva 14 anni – con il magazine americano People:
Mia madre mi spinse insistentemente a odiare mio padre per aver distrutto la famiglia e aver molestato sessualmente mia sorella. È ovvio che Woody non ha molestato mia sorella. Lei gli voleva bene e non vedeva l’ora di vederlo, quando lui veniva a trovarla. Non si è mai nascosta da lui finché nostra madre non è riuscita a creargli attorno un’atmosfera di paura e odio.
Nell’ultima parte della lettera, Woody Allen ritorna brevemente anche sull’intervista di Vanity Fair America in cui Mia Farrow, a ottobre scorso, accennò alla possibilità che il padre biologico di Ronan Farrow non fosse Woody Allen, ma il primo marito di lei Frank Sinatra. In merito a questa vicenda Allen scrive:
Ronan è mio figlio o, come suggerisce Mia, è figlio di Frank Sinatra? Lo ammetto, somiglia moltissimo a Frank, per gli occhi blu e i lineamenti del volto, ma se così fosse questo cosa significa? Che durante tutta la battaglia per l’affidamento Mia ha mentito sotto giuramento presentando Ronan come nostro figlio? E se anche Ronan non fosse figlio di Frank, la sola possibilità che lo sia – da lei stessa suggerita – indica che lei e Frank erano intimamente legati durante gli anni della nostra relazione. Per non parlare di quello che ho pagato per il mantenimento. Mantenevo il figlio di Frank? Ripeto, voglio soltanto richiamare l’attenzione sull’integrità e l’onestà di una persona che conduce la sua vita in questo modo.
In chiusura, Allen scrive anche che – pur considerando per assurdo l’ipotesi di Mia (Allen non dà colpe a Dylan) – tra tutti i posti della casa in cui consumare il delitto quella soffitta “piccola e angusta” sarebbe stato il più inverosimile data la nota claustrofobia di lui, e aggiunge: «Senza dubbio l’idea della soffitta è venuta a Mia dalla canzone di Dory Previn “With My Daddy in the Attic”, che era nello stesso disco in cui c’era la canzone “Beware of Young Girls”, scritta da Dory Previn a proposito di Mia, che aveva tradito la loro amicizia rubandole il marito André».
Allen ha concluso la lettera dicendo che queste sono le sue ultime parole in merito alla vicenda, che non ci saranno altri commenti fatti da nessun altro per conto suo, e che “hanno sofferto già troppe persone”.
In una lettera pubblicata sull’Hollywood Reporter Dylan Farrow ha subito risposto di nuovo alla lettera di Allen, ribadendo ogni accusa e definendo le parole di Allen “l’ultima rielaborazione delle stesse distorsioni e bugie che ha lanciato contro di me negli ultimi venti anni”. Cercando di rispondere punto per punto alla lettera di Allen, Dylan ha scritto che all’epoca dello scandalo fu un pediatra a riportare l’accaduto alla polizia dopo aver sentito il racconto direttamente da lei, non dalla madre Mia.
Dylan ha anche scritto che secondo gli atti giudiziari dell’epoca Allen era in cura per quello che il suo analista definiva un comportamento “inappropriato” con lei, fin dal 1991. Quanto al test della verità superato da Allen, aggiunge che lui rifiutò di sottoporsi al test della verità riconosciuto dalla polizia di stato e assunse qualcun altro per somministrargli un altro tipo di test, privo di validità per le autorità. Infine Dylan ribadisce alcuni punti emersi dagli atti giudiziari, tra cui le testimonianze di alcune babysitter che riportarono di aver visto “comportamenti sessuali inappropriati” di Allen nei confronti di Dylan.
Dylan conclude così la sua lettera: «Woody Allen dispone di un arsenale di avvocati e giornalisti, ma la sola cosa che non ha dalla sua parte è la verità».

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