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La guerra dell’Isis spiegata in un libro

Dopo l’11 settembre 2001 volenti o nolenti siamo stati costretti ad occuparci dei contenuti della religione islamica, se prima l’argomento perlopiù era confinato in ambito culturale, ora, soprattutto dopo i ripetuti e puntuali attentati ad opera del jihadismo islamista, il dibattito si è trasferito sui media, nelle conversazioni da salotto e perfino nei bar. Pertanto anche in questo caso per capire è necessario, leggere e magari studiare.

Spontaneo chiedersi: per quale motivo degli uomini, ma anche donne, bambini, tutti appartenenti alla fede islamica combattono, ormai una guerra aperta contro altri uomini e donne? Sono pazzi, sono solo dei terroristi, sono dei “lupi solitari”, sono figli del disagio sociale, o del disagio mentale? Quello del disagio mentale è l’ultimo appellativo che hanno inventato i grandi professori illuminati conoscitori di cose islamiche. gli illuminati progressisti che ce l’hanno sempre con l’Occidente.

Siamo consapevoli che non esistono risposte univoche, anche perché nel mondo islamico non c’è un unico magistero che interpreta il testo coranico. Poi mettiamoci la secolare divisione tra sciiti e sunniti, tra le diverse scuole giuridiche e teologiche, e la confusione si aggrava notevolmente.

Tuttavia per capire meglio bisogna leggere e perché no studiare, ci viene in aiuto un libretto pubblicato da poco, dalla casa editrice Paoline e dal Centro Federico Peirone, di Torino, “Jihad. Significato e attualità”, scritto dalla professoressa Silvia Scaranari, cofondatrice del Centro stesso.

Certamente la professoressa torinese per scrivere un pamphlet di questa portata ha studiato bene il fenomeno. L’agile testo composto da cinque capitoli, prende in esame il Corano, alcuni ahadith (raccolte di detti e fatti del profeta Muhammad) e la storia delle conquiste islamiche, conduce il lettore attraverso un itinerario che permette di comprendere come dalla teoria espressa nel Corano, si passa facilmente a quella pratica cruenta di alcuni periodi storici, compreso quello stiamo vivendo.

Il termine jihad (da notare il genere maschile) viene spesso interpretato come “guerra santa”, ma anche come “sforzo spirituale”. Sul tema c’è accesa discussione.

La parola “jihad” in effetti deriva dalla radice araba JHD che indica lo sforzo teso verso uno scopo e nel Corano ricorre come sforzo interiore e personale per adeguarsi alla volontà divina.

Poiché però compito del fedele islamico è di uniformare tutta l’umanità al volere di Allah, questo “jihad” deve avvenire in diverse modalità: quello dell’animo (sforzo personale interiore rivolto al dominio delle proprie passioni), della parola (diffusione della verità islamica), della mano (l’aiuto agli altri incoraggiando il bene e proibendo il male) e della spada (azione attiva di guerra contro l’infedele).

Il 2° capitolo la Scaranari affronta le diverse forme di Jihad. Non tutte le guerre combattute dai musulmani nei quindici secoli della loro storia sono Jihad. Occorre fare diverse distinzioni, guardando le varie fasi storiche che hanno visto impegnate le truppe islamiche. In pratica esiste il jihad contro gli ebrei, i cristiani, i pagani, quello del commercio, infine quello sunnita e sciita.

Nel 3° capitolo il testo offre dei brevi cenni della storia del Jihad. Il primo secolo è stato quello dello “slancio”, dell’avanzata trionfale. Significative alcune date: 636 conquista di Damasco, di Gerusalemme nel 638, di Alessandria d’Egitto nel 642, i primi sbarchi in Sicilia nel 652, occupazione di Kabul nel 664, di Tunisi nel 700, sbarco in Spagna nel 711, conquista di Sarmarcanda nel 713. Sostanzialmente in meno di un secolo si conquistano spazi immensi. E questo può essere inteso come jihad offensivo, fino alla conquista di Costantinopoli, nel 1453, per giungere alla battaglia per Vienna nel 1683. Poi c’è il jihad difensivo che corrisponde al tempo delle Crociate. L’autrice rileva che “la grave perdita della città santa di Gerusalemme – santa anche per l’islam in quanto città del primo credente Abramo, sorta sul luogo del sacrificio di Ismaele (Isacco per gli ebrei) e poi luogo del sogno di Muhammad – genera il dovere di riconquista e quindi la chiamata al jihad per riottenere e difendere i luoghi dell’islam”.

Il testo si occupa anche della questione delle alleanze lecite e illecite durante il jihad. Ci si interroga se l’islam può allearsi con un esercito cristiano.“In caso di pericolo per la sua incolumità o per la sua vita, gli è concesso di stipulare alleanze di tipo tattico o momentaneo con gli infedeli”, è capitato con la grande avanzata turca nel cuore dell’Europa cristiana, quando il sultano turco si alleò con la Francia che cercava di indebolire il Sacro Romano Impero degli Asburgo. Il testo della Scaranari accenna all’alleanza politicamente scorretta del Gran Muftì di Gerusalemme, Amin al-Hussein, capo spirituale dei musulmani palestinesi, con Adolf Hitler.

Poi si discute sul Jihad interno all’islam, ci si interroga se è lecito chiamare alle armi contro altre comunità musulmane. Ci si domanda se è lecito uccidere musulmani se vivono in territori nemici, o se i musulmani devono continuare a vivere in un territorio occupato o devono cercare di emigrare. E quando i pagani si convertono all’islam, è ancora lecito combatterli?

Gli ultimi due capitoli si riferiscono al “Jihad oggi” e al “Jihadismo contemporaneo”. Adesso l’attenzione si sposta sulle battaglie odierne. In pratica per la Scaranari esiste una guerra civile interna all’Islam, con una vivace contrapposizione fra correnti (attenzione quando si parla di discussioni all’interno dell’islam, significa che spesso “parlano” le armi, non è come in Occidente).

C’è una corrente che propone“un islam laicizzato sull’esempio della Francia di Voltaire, un islam democratico “simil unione europea”, un islam politico come in alcune monarchie o, al contrario un islam integralista che spera nel ritorno all’epoca d’oro del primo secolo”. Non è uno scandalo, ma la storia dell’islam è ricca di contrapposizioni. Nel mondo islamico, ci sono quelli che ritengono che l’islam sia rimasto indietro, cioè si è avvicinato troppo poco all’Occidente e abbia perso il passo riguardo alla scienza, alla tecnologia e anche all’amministrazione dello Stato. Pertanto questi ritengono che occorre rileggere il Corano e trovare delle soluzioni che permettano allo stato islamico maggiore flessibilità, maggiore libertà rispetto alla religione.

Invece “per altri – scrive la Scaranari – le cose ‘sono andate storte’ perché l’islam si è avvicinato troppo all’Occidente, mettendo in pericolo quell’integrità della semplice fede originaria che garantiva anche le vittorie militari”. A questo proposito si ricorda che i beduini, nel deserto, non avevano nulla, solo una fede pura, eppure vincevano. “Quindi si tratta di tornare alle origini, riprendere una lettura integrale del Corano e ritrovare la la forza della vittoria. E’ qui che nasce il salafismo”. A questo punto l’autrice argomenta sul connubio esistente tra il salafismo e il jihadismo. Ilsalafismo è un movimento nato nel XVIII secolo in Egitto con forte richiamo ai salaf al-sali cioè “i pii antenati”), il salafismo-jihadista e il ritorno al Califfato che ci introduce negli anni attuali e alla fondazione dello Stato Islamico in Iraq e Siria.

Il testo elenca i vari passaggi dei musulmani conservatori che teorizzano il salafismo, che si richiamano a Ibn al-Hanbal, Ibn Taimyya e al-Wahhab, che propongono un islam puro, anche se non si sa quale debba essere. Da al-Banna si passa a Sayd Qutb, che teorizza il jihad come dovere di abbattere i governanti traditori.

Un anno cruciale è il 1979, quando si compie la Rivoluzione iraniana, che costringe lo scià Muhammad Reza Pahlavi all’esilio e riporta a Teheran l’ayatollah Rohollah Khomeyni. La Rivoluzione Khomeynista è un esempio di lotta riuscita. “Per anni l’opposizione allo scià, colpevole di avere occidentalizzato la persia a scapito delle tradizioni islamiche e di essersi infeudato agli inglesi prima e agli americani dopo, aveva preparato il terreno e finalmente è riuscita a ristabilire un governo islamico in un Paese molto vasto”.

Altro momento cruciale del salafismo jihadista è l’invasione dell’Afghanistan, anche qui bisogna scendere in campo per riconquistare la propria terra come hanno fatto gli iraniani. Da anni nella zona di Peshawar, erano nate le scuole islamiche e campi dove si accoglievano gli esuli che fuggivano dai propri Paesi considerati non islamicamente corretti. Praticamente per la Scaranari,“I campi afghani sono ‘incubatrice sociale e religiosa dell’islam radicale globale perché misero a contatto, e amalgamarono, una vasta gamma di militanti su posizioni radicali formatisi nei movimenti di resistenza e gli oppositori ai regimi politici”. E qui che ritrovano tutti i teorici del radicalismo islamista e jihadista.

E’ importante soffermarsi sulla rivoluzione iraniana del 1979, perchè l’esperimento della rivoluzione sciita ha fatto scuola in tutto il mondo islamico. Lo sciismo, ha elaborato una particolare sensibilità verso la sofferenza e verso le persecuzioni. Mentre nell’islam sunnita non era così, chi soffre non ha diritto alla compassione e spesso nemmeno all’aiuto. Per la Scaranari, “con la rivolta Khomeynista cambia qualcosa di molto importante[…]fondare uno Stato islamico e mantenerlo in vita, porta a sviluppare una teoria della bellezza della morte per la patria, o meglio per la vittoria dell’islam”. Così il vero muslim, fedele alla causa, che sa sacrificare se stesso per favorire un disegno più grande della propria misera esistenza, è la figura di Husayn, il martire.

Negli otto anni di guerra degli sciiti iraniani contro l’Iraq di Saddam Hussein, il giovane iraniano “che si lancia in imprese disperate sapendo di morire diventa quasi una prassi, tanto che il martirio passa da essere subito a essere visto come una corsia preferenziale per il paradiso”. Nel frattempo poi anche la causa palestinese diventa sempre più importante.

A questo punto la professoressa torinese fa riferimento al diverso significato di “martire” per noi occidentali. Quello cristiano che non cerca il martirio, ma lo accetta come San Massimiliano Maria Kolbe o Santa Maria Goretti. Per l’islam il martire è un combattente, un credente che lotta, che testimonia con la spada in pugno, oggi con il Kalashnikov.

Altra questione da affrontare è quella della liceità del martirio volontario, del suicidio. Prima era proibito, ma da qualche decennio è lecito, anzi viene incoraggiato; il martirio-suicidio è diventato un gesto desiderato e atteso, quasi “un vivere la morte per la morte”.

Interessante l’ultimo capitolo dedicato alla predicazione del “jihad” attraverso i media, canali televisivi e film ma soprattutto attraverso internet. Anche il ruolo della donna è mutato rispetto alla concezione tradizionale e, a partire dalle grandi manifestazioni femminili contro lo Scià in Iran (che poi si ritorsero contro l’universo femminile), e poi attraverso le guerre in Palestina e Cecenia, la donna oggi ha raggiunto in questa lotta una sua particolare “parità di genere”.

Il libro si conclude con una breve panoramica dei principali e più noti movimenti jihadisti nel mondo attuale, si passa da Hamas in Palestina, ad Al-Qaida che ha realizzato una guerra generalizzata all’Occidente di cui l’attentato alle Torri di New York rappresenta l’esempio più sanguinoso e noto. Poi c’è Boko Aram (che significa nella locale lingua nigeriana hausa “l’educazione occidentale è proibita”), Al-Shabab in Somalia ma con incursioni anche in Kenia, sono loro che hanno ucciso ben 150 studenti cristiani all’università di Garissa. Infine il Califfato dello Stato Islamico (abbreviato in occidente con ISIS, traduzione di Al-Dawla al-Islamiyya fi Iraq wa l-Sham, divenuto poi IS eliminando i limiti territoriali).

Lo Stato Islamico tra l’altro pubblica in cinque lingue una rivista online intitolato Dabiq, illustrata e ricca di indicazioni su come vivere il vero Islam ma soprattutto a scopo di propaganda per reclutare nuovi adepti anche in Occidente.

Attualmente tutti i movimenti jihadisti appaiono in difficoltà sia nel mantenimento dei territori conquistati in Iraq e Siria sia nello slancio espansivo in Africa ma, come dimostrano gli attentati nelle capitali europee, il mito del “jihad”, come tutti i miti, mantiene tuttora il suo potere di mobilitazione e di fascino in estremisti di aree geografiche anche lontane tra loro e questo mito ci indica che il pericolo non è passato finchè queste nicchie ultra-fondamentaliste inseguiranno il sogno dello scontro finale tra i “cristiani” (termine generico con cui i jihadisti denominano europei e americani senza distinguere tra credenti e laicisti) e islamici, scontro che avverrà appunto a Dabiq in Siria e in cui Allah darà la vittoria ai suoi.

Domenico Bonvegna

domenico_bonvegna@libero.it

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