IL DOCUMENTO. L’inceneritore di Acerra e il rischio rifiuti tossici nelle ecoballe in Campania: una storia di ordinaria emergenza

Ecco l’Interrogazione a risposta scritta Al ministro dell’Ambiente presentata da   Giuseppe Cristoforoni, Paola Nugnes, Claudia Vellusi.

 Premesso che

la costruzione dell’inceneritore di Acerra (Napoli) ha avuto inizio nell’agosto 2004 ad opera della società Fisia, mandataria del gruppo FIBE, per una capacità di circa 600.000 tonnellate annue di rifiuti trattati; costruito per bruciare combustibile derivato da rifiuti (CDR) a norma del decreto ministeriale 5 febbraio 1998 nell’ambito del piano rifiuti della Regione Campania secondo quanto stabilito nel parere di compatibilità ambientale VIA rilasciato il 9 febbraio 2005, ma progettato con una vecchia tecnologia “a griglia” che consente di incenerire qualsiasi rifiuto, anche integro e non trattato;
il parere VIA faceva seguito ad un primo del 1999 ma in realtà non costituiva una vera e propria valutazione di impatto ambientale essendo stato rilasciato a cantiere già aperto senza rispettare le procedure previste dalla normativa; esso imponeva il rispetto di ben 27 prescrizioni tra cui quella per cui l’impianto deve bruciare esclusivamente CDR a norma, al fine di garantire il rispetto dei limiti di emissione in ragione delle caratteristiche strutturali dell’impianto. Ed invece, proprio tale prescrizione è stata derogata. Ciò avrebbe richiesto quantomeno una nuova valutazione, considerato anche che l’atto del 2005 non è una VIA ma un “parere “;
 l’inceneritore, nonostante ciò, è entrato in esercizio provvisorio il 26 marzo 2009 in base al singolare provvedimento n. 64 del 17 marzo 2009 del generale Franco Giannini, vicario del Sottosegretario per la Presidenza del Consiglio dei ministri con delega alla Protezione civile Bertolaso, che dichiarava soddisfatte le prescrizioni di cui al parere VIA del 2005 e rispettate le prescrizioni del documento tecnico denominato “Contenuti e modalità dell’autorizzazione integrata ambientale”, adottato dal medesimo vicario con provvedimento n. 44 del 26 febbraio 2009, in deroga alla normativa in materia di autorizzazione integrata ambientale (AIA) prevista dalla normativa comunitaria e recepita dall’Italia con il decreto legislativo 18 febbraio 2005, n. 59. Poiché l’AIA, prevede, tra le altre valutazioni, anche la consultazione e le osservazioni, mai avvenute, della popolazione interessata, ed una procedura dettata a tutela della salute pubblica, non vi è dubbio che la sua deroga non può che portare all’ovvia conclusione che l’impianto sia pericoloso per la salute dei cittadini; al momento dell’inaugurazione, però, l’impianto non era stato ancora terminato (era terminata la costruzione solo della prima linea, la seconda è stata messa in funzione il 2 maggio 2009 e la terza l’8 maggio 2009), ma ancor più gravemente non era stato sottoposto a collaudo tecnico. Questo è avvenuto solo nel luglio 2010 e in modo parziale; infatti, in data 16 luglio i tecnici riscontrando che non vi erano tutti gli impianti di controllo e monitoraggio previsti dall’AIA specificava che essi sarebbero stati “oggetto di collaudo separato”.
Ancora al 28 luglio 2010 in occasione di un sopralluogo compiuto dai tecnici della Provincia di Napoli, l’impianto non risultava dotato di tali attrezzature. Ma nessuna sospensione dell’impianto è stata disposta. Ancora al 7 giugno 2011 la commissione istruttoria del settore ecologia della Regione Campania riteneva che sussistessero i presupposti per riesaminare l’AIA; tuttavia nessun procedimento è stato aperto. Attualmente, secondo i calcoli effettuati sulla base delle disposizioni normative, l’AIA, su cui permangono i forti dubbi applicativi, dovrebbe scadere il 24 febbraio 2014; le deroghe tuttavia non si sono fermate alle procedure autorizzative, in quanto con l’art. 5 del decreto ministeriale n. 90 del 2008 l’impianto è stato autorizzato in deroga al parere VIA a bruciare anche altre tipologie di rifiuti aventi i codici CER 19.05.01; 19.05.03; 19.12.12; 19.12.10; 20.03.01, quindi anche rifiuti pericolosi e tal quale tritovagliato senza alcun adeguamento dell’impianto. È davvero singolare osservare il limite di ragionevolezza oltrepassato dal legislatore quando con la stessa disposizione si deroga al parere ambientale ma “fatta salva la tutela dell’ambiente”. Naturalmente nessun accenno alla tutela della salute delle popolazioni residenti ma semplicemente un riferimento al rispetto dei limiti di emissione per legge dell’impianto.
Occorre ricordare che il decreto deroga altresì alle disposizioni in materia di AIA e dunque alle relative garanzie, fatti salvi i rinnovi periodici; ancora a tutt’oggi non è dato sapere se le prescrizioni richieste dal parere VIA integranti necessarie modifiche impiantistiche volte ad aumentare l’affidabilità dell’impianto e a consentire un efficace controllo degli inquinanti siano o meno state eseguite e se, in considerazione delle deroghe introdotte per legge successivamente al parere senza che fosse intervenuta un’ordinaria procedura di autorizzazione integrale ambientale, l’impianto sia stato effettivamente idoneo a tutelare la salute degli abitanti e l’ambiente circostante: il controllato e controllore di se stesso, non vi è il monitoraggio pubblico, ma solo il monitoraggio interno; considerato che: seppur di fronte alla specificità e gravità del quadro normativo e tecnico appena tracciato, il 16 gennaio 2014 si apprende dai giornali e da un comunicato stampa diffuso dalla Regione Campania che le “ecoballe” stoccate in Campania nel periodo dal 2001 al 2008 saranno bruciate nell’inceneritore di Acerra.
 “Il Mattino” del 16 gennaio on line ha scritto: “La A2A conferma: le balle accumulate da Fibe tra il 2003 e il 2004 nella cava Ammendola – Formisano dismessa da anni, possono essere bruciate. Il 9 gennaio il responsabile dell’impianto, Lorenzo Zaniboni, ha inviato a tutti gli interessati una nota con la quale conferma. (…) Dalla protezione civile è arrivata per tutti i Comuni l’indicazione di dare il via, quando possibile, allo smaltimento, riservandosi la possibilità di rivalersi sulla Fibe se questa risulta proprietaria della spazzatura”; la Regione Campania nella stessa data diffonde il seguente comunicato: «”Finalmente, dopo circa 11 anni, il Parco Nazionale del Vesuvio sarà liberato dai rifiuti”. È quanto sostiene l’assessore all’ambiente della Regione Campania Giovanni Romano in relazione all’attività di rimozione dei rifiuti stoccati in balle da oltre dieci anni dal sito ‘Formisanò di Ercolano. “L’iniziativa – sottolinea l’assessore Romano – prevista per la sola Ercolano è il frutto della positiva interazione tra Regione Campania, Unità tecnica Amministrativa della Protezione Civile, che ha messo a disposizione i fondi necessari per lo smaltimento dei rifiuti, e Comune di Ercolano che sta effettuando l’intervento”. “Entro 10 giorni il sito sarà completamente svuotato e i rifiuti, pari a circa 500 tonnellate, verranno conferiti presso il termovalorizzatore di Acerra. Si tratta di rifiuti provenienti dalla lavorazione degli Stir di Giugliano e Tufino stoccati ad Ercolano dalla Fibe nel maggio 2003, in piena emergenza rifiuti. La composizione di tali rifiuti imballati è perfettamente compatibile con il termovalorizzatore di Acerra e non comporta, pertanto, alcuna ripercussione neppure in termini quantitativi sul funzionamento dell’impianto”.
L’assessore Romano rassicura anche rispetto all’attività degli Stir e del termovalorizzatore. “Ad oggi – ha ricordato Romano – tutti gli impianti Stir stanno lavorando regolarmente e non vi sono code al termovalorizzatore che funziona regolarmente, garantendo la lavorazione di 2.000 tonnellate al giorno: nel 2013 ha bruciato oltre 670.000 tonnellate, 70.000 in più rispetto al quantitativo programmato. “L’attività dell’assessorato – ha garantito Giovanni Romano – va avanti in questa direzione. Il programma degli interventi prevede già la rimozione di parte dei rifiuti sul sito di Fragneto Monforte (Toppa infuocata), lo svuotamento del sito di Cantariello a Casoria, quello denominato Eurowaste a Caivano, e sito Pellini nel Comune di Acerra. “Ulteriori interventi riguarderanno poi lo svuotamento di una piazzola di rifiuti solidi urbani in località Pantano di Acerra, l’avvio dello smaltimento di parte dei rifiuti della Igica a Caivano, del sito di Persano nel Comune di Serre, di Coda di Volpe nel Comune di Eboli e di Pianodardine (Avellino)”, ha concluso Romano”»; le “ecoballe” sono costituite dai rifiuti prodotti in Campania negli anni della cosiddetta emergenza rifiuti, periodo durante il quale nessuna raccolta differenziata veniva realizzata né domestica né per le utenze commerciali ed è stata accertata la presenza di rifiuti industriali, speciali e pericolosi tra quelli urbani.
Rimbombano ancora le parole del pentito Luigi Guida detto «O’drink», pronunciate nel corso del processo “Eco4”; l’ex camorrista indica i luoghi dove sarebbero stati portati i rifiuti tossici, a partire dallo Stir di Santa Maria Capua Vetere, e dove i rifiuti venivano impacchettati, per poi essere stoccati nelle “aree provvisorie”, tra cui anche Taverna del Re a confine tra Giugliano e Villa Literno, ma non sarà facile stabilire dove sono andati a finire tutti quei rifiuti. Si tratta di un periodo che va dal 2002 al 2004; tutto ciò era già noto a chi di dovere, infatti l’anomalia è stata riscontrata dal consulente tecnico d’ufficio Paolo Rabitti, nominato dai pm Noviello e Sirleo nel processo “Impregilo-Bassolino + 27” e riportato integralmente nel libro “Ecoballe”: alle pagine 128 e 130 sono riportate due tabelle, riguardanti la sintesi dei bilanci di massa per gli impianti della Provincia di Napoli nel periodo 2001-2004, da cui si evince che in alcuni impianti si riscontrano più uscite che entrate; nello specifico risulta che: nell’impianto di Tufino nel 2003 sono state conferite 463.890 tonnellate di rifiuti e sono uscite 482.027 tonnellate di ecoballe; in quello di Giugliano sono state conferite 411.630 tonnellate e ne sono uscite 437.276; in quello di Caivano sono entrate 580.619 tonnellate e ne sono uscite 596.178; in quello di Pianodardine sono entrate 144.652 tonnellate e ne sono uscite 145.587, a S. Maria Capua Vetere sono entrate 354.131 tonnellate e ne sono uscite 368.019; nel 2004, a Giugliano risultano essere state conferite 370.999 tonnellate e in uscita 389.410, a Caivano tutto nella norma, a S. Maria Capua Vetere ne sono entrate 281.475 e uscite 284.772.
In sostanza, si evince che le ecoballe disseminate per la Campania contengono almeno 85.963 tonnellate di rifiuti tossico-nocivi, su gli 8 milioni di tonnellate di rifiuti solidi urbani, circa un decimo del totale; gli impianti destinati a produrre CDR, come è stato dimostrato negli anni, non erano idonei a produrre CDR a norma, unico prodotto che può essere sottoposto ad incenerimento per legge, in ossequio alla normativa europea; gli impianti vecchi e privi di manutenzione erano anche carenti di specifici macchinari che erano stati previsti nel progetto ma mai montati o sostituiti. Non è stato montato il separatore aeraulico né tantomeno il ciclone, macchine fondamentali per il recupero dei materiali leggeri.
Venivano realizzati macchinari difformi rispetto al progetto: «Il rompisacco da progetto del ’99 esplicitato nella relazione del 2000 era il “DOPSTST” caratterizzato da: la capacità di lacerare i sacchetti senza “impaccare” il rifiuto con la materia organica presente; la possibilità di tarare la pressione con cui i rifiuti vengono premuti contro i denti di taglio; la possibilità di regolare la pezzatura del rifiuto; la possibilità di aprire idraulicamente la tavola di taglio regolando la pressione degli spintori per poter espellere i rifiuti non frantumabili o poco gestibili; il trituratore invece effettivamente montato (un grosso frullatore), “così lo ha definito il CTU, ha: una larghezza fissa di taglio la necessità di comprimere i rifiuti entro la tavola di taglio facendo aderire l’organico all’altro materiale, che ne viene così commisto vedendo aumentare il grado di umidità. La tavola di taglio fissa in cui si inseriscono 8 denti da 500 mm (contro i 17 previsti da 150 mm). In pratica gli impianti che dovevano produrre compost e CDR hanno invece prodotto quasi esclusivamente rifiuti classificabili con la voce 19 12 12, quella dei sovvalli. Impacchettati e dichiarati CDR”»; l’immondizia “tal quale” veniva semplicemente imballata senza essere sottoposta ai trattamenti previsti dalla legge; questo è quanto si evince dalla relazione del consulente tecnico ingegner Paolo Rabitti nell’ambito dell’inchiesta avviata dalla procura di Napoli e dall’ordinanza del gip emessa nell’ambito dell’inchiesta n. 15940/03 RG.R.N. in relazione alla disposizione del sequestro preventivo delle ecoballe di cui si riportano alcuni passaggi a giudizio degli interroganti importantissimi: «È certamente dato di fatto l’accertata inadeguatezza degli impianti, sul cui pregio tecnico già la commissione in sede di gara aveva espresso pesanti riserve sino a giudicarne le carenze “persino imbarazzanti” (professor Arena): l’acquisizione di tale certezza ha determinato l’intervento del legislatore del 2005 che, all’art. 2 del decreto-legge 17 febbraio 2005 n. 14 convertito in legge 15 aprile 2005 n. 53, preso atto della necessità di assicurare il funzionamento a norma di legge, nel rispetto delle prescrizioni contrattuali, degli impianti di CDR ha espressamente prescritto che il Commissario delegato ne autorizzasse le necessarie iniziative di adeguamento tecnico-funzionale, ovvero vi provvedesse in via sostitutiva, in caso di inadempienza dei soggetti affidatari, fornendogli le necessarie risorse finanziarie con lo stanziamento dell’importo di venti milioni di euro. È dato di fatto, siccome direttamente constatato dagli organi amministrativi deputati al controllo e dalla stessa struttura commissariale nonché ammesso dai gestori del servizio, l’omessa esecuzione di raffinazione della FOS, essendo i locali destinati a tale scopo, riservati ad usi diversi o rinvenuti completamente vuoti; la mancata riduzione ed anzi l’incremento del quantitativo dei rifiuti destinati in discarica; la pressoché totale coincidenza tra RSU in ingresso e frazioni in uscita dagli impianti e, dunque, la totale frustrazione dell’obiettivo che si intendeva raggiungere rispetto allo smaltimento del rifiuto urbano direttamente in discarica; le carenze qualitative della FOS, tutt’altro che stabilizzata ed igienizzata, spesso rifiutata dai gestori delle discariche per la sua scarsa o nulla gestibilità; le reali caratteristiche del CDR lontane dai parametri assunti come valori di riferimento, come acclarato dalle indagini di laboratorio disposte dallo stesso commissariato, ma pure confermato dai riscontri analitici provenienti dalle affidatarie e, nondimeno, ad onta delle sue caratteristiche prossime al rifiuto tal quale, pressato in balle e stoccato nei siti di messa in riserva con effetti a dir poco rovinosi sotto il profilo ambientale, siccome stoccaggio sine die di un rifiuto privo delle richieste caratteristiche per la sua valorizzazione ai fini energetici e rispetto al quale è in discussione la stessa possibilità di termovalorizzazione, almeno allo stato attuale e salva l’adozione di provvedimenti di segno opposto, della cui fondatezza non è dato sapere specie dopo il recente parere della Commissione Via che, tra le prescrizioni, ha previsto quella di utilizzare nei termovalorizzatori esclusivamente CDR conforme ai parametri di cui al decreto ministeriale 5 febbraio 1998″, ossia CDR COD. CER 191210; e non i residui a discarica, [gli scarti] COD CER 191212»; l’art. 2 del decreto-legge n. 14 del 2005, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 53 del 2005, recita: «Adeguamento degli impianti 1. Al fine di assicurare in termini di somma urgenza il funzionamento a norma di legge, nel rispetto delle prescrizioni contrattuali relative alla gestione del sistema di smaltimento e recupero dei rifiuti nella regione Campania, dei sette impianti presenti nella regione stessa di Casalduni, Pianodardine, Giugliano, Santa Maria Capua Vetere, Caivano, Tufino e Battipaglia, il Commissario delegato autorizza le necessarie iniziative di adeguamento tecnico-funzionale degli impianti medesimi da parte dei soggetti affidatari, fatte salve le eventuali e conseguenti azioni di rivalsa e le decisioni assunte dalle autorità giudiziarie competenti.
I materiali destinati al recupero, prodotti negli impianti di lavorazione dei rifiuti solidi urbani esistenti nella regione Campania, sono mantenuti a riserva negli attuali siti di stoccaggio provvisorio fino alla definitiva messa a regime del sistema regionale integrato di smaltimento dei rifiuti solidi urbani, assicurando comunque adeguate condizioni di tutela igienico-sanitaria e ambientale»; ancora nel 2008, a dimostrazione della non funzionalità degli impianti, l’art. 6 del decreto-legge n. 90 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 123 del 2008, nel dare disposizioni sulla valutazione economica degli impianti di CDR dispone che si tenga conto dell’effettiva funzionalità, della vetustà e dello stato di manutenzione degli stessi, confermando così che essi erano vetusti, non funzionali, e non mantenuti, ancora a tutto il 2008; nel corso delle note vicende giudiziarie che hanno riguardato la Campania e le attività poste in essere durante l’emergenza, anche se si sono concluse con la dichiarazione di insussistenza di elementi probatori a carico degli inquisiti sulle fattispecie di reato denunciate, non hanno omesso di constatare irregolarità nella gestione del rifiuti.
La sussistenza dei profili di dolo da parte degli inquisiti veniva di volta in volta esclusa per effetto dei provvedimenti straordinari del Governo: solo questo ha impedito la loro condanna; il professor Rigillo, che nel 2002 fu nominato coordinatore di un comitato tecnico istituito per valutare l’utilizzo che la FIBE avrebbe fatto della frazione organica stabilizzata (FOS) ricavata dagli impianti di produzione di CDR, durante il processo “Impregilo-Bassolino”, aveva affermato che, quanto alle balle, “era noto che fossero sostanzialmente indifferenziate e, che, anzi esistevano solo balle di cui non si sapeva cosa ci fosse dentro”.
 Nonostante ciò nel comitato non vi furono osservazioni in merito; che le balle uscite dai CDR campani non fossero bruciabili, e quindi a norma, lo hanno denunciato anche il Ministro pro tempore dell’ambiente Edo Ronchi e l’assessore per l’ambiente della Regione Campania Walter Ganapini; Ronchi ne ha parlato nella trasmissione “Ambiente Italia” del 5 gennaio 2008, rivelando che si erano registrate sostanze radioattive nell’area circostante l’inceneritore di Terni quando furono bruciate una serie di ecoballe provenienti dalla Campania.
Denuncia ribadita anche da Ganapini, già docente nelle università di Venezia e Milano e presidente di “Greenpeace”, il quale in un’intervista a «il manifesto» ha spiegato come la camorra abbia lucrato all’ombra delle politiche energetiche degli ultimi anni, denuncia la “lobby degli inceneritori” e ha aggiunto: “Le ecoballe non possono essere bruciate poiché non si sa cosa ci sia dentro. È notorio che sostanze tossiche provenienti da lavorazioni industriali sono state assemblate con rifiuti ordinari.
Due anni fa, alcune ecoballe portate a Terni per essere smaltite si rivelarono radioattive e contaminarono l’inceneritore”; lo ha detto, ancora, il file da “Wikileaks” intitolato “I Servizi Segreti e la Presidenza della Repubblica dietro i rifiuti della Campania”: questo file contiene la registrazione audio, di uno degli incontri avuti tra Walter Ganapini ed alcuni esponenti di comitati civici ed associazioni ambientaliste campane, tenutosi in un’aula del palazzo, sede della Regione Campania in Napoli nel luglio del 2004, nell’ambito del “forum sui rifiuti” presieduto da Guido Viale; lo ha sottolineato anche la stessa Corte di giustizia europea con la sentenza del 4 marzo 2010 nella quale ha condannato l’Italia, inadempiente agli obblighi derivanti dall’appartenenza all’Unione europea per la cattiva gestione dei rifiuti in Campania, che al punto 43 riporta: “Riguardo ai sette impianti di produzione di CDR, di cui la Commissione sottolinea l’attuale inoperatività, la Repubblica italiana deduce che le disfunzioni accertate in tali impianti sono dovute ad inadempienze contrattuali, o addirittura a comportamenti delittuosi o criminali, che sarebbero indipendenti dalla sua volontà”; la normativa attuale, seppur con forti dubbi di legittimità legati al susseguirsi di normative ed abrogazioni di leggi già di per sé in deroga alla normativa ordinaria, prevede la costruzione di un impianto specifico idoneo al trattamento delle ecoballe.
Tale normativa si basa proprio sul dato di fatto che l’inceneritore di Acerra, oltre al limite di portata pari a 600.000 tonnellate annue, non è idoneo a bruciare in sicurezza rifiuti tal quale, né tanto è consentito dalla legge; con decreto n 55 del 27 febbraio 2012 la Regione Campania ha nominato commissario straordinario il professor Carotenuto, cui è stato chiesto di acquisire le informazioni amministrative, giuridiche e tecniche sulla definizione della proprietà dei rifiuti stoccati, la valutazione delle quantità da trattare e della loro composizione chimica e potere calorifico, al fine di elaborare un piano stralcio secondo le modalità e prescrizioni del piano regionale per la gestione dei rifiuti urbani che si occupasse della realizzazione di un impianto idoneo a trattare i milioni di ecoballe accumulati dai gestori del servizio negli anni; dalla relazione resa dal commissario Carotenuto in data 15 ottobre 2013 prot. 77/comm/2013 della Regione, si evince che, alla luce dei carotaggi effettuati sulle balle e dello stato delle tecnologie esistenti per il riciclo e lo smaltimento in sicurezza, che fosse necessario ed opportuno aprire le balle per identificarne il contenuto e recuperare i materiali recuperabili e poi optare per soluzioni più sicure come, a sua detta, gli impianti di torcia al plasma, anche in considerazione della giusta opposizione della popolazione di Giugliano, dove avrebbe dovuto sorgere l’impianto specifico di incenerimento per lo smaltimento delle balle; molto forte è stata l’opposizione dei cittadini di Giugliano e di tutti i movimenti e associazioni della Campania, compreso il M5S, alla pubblicazione durante il mese di agosto 2013 da parte della Regione di un bando per la costruzione di un inceneritore nel Comune di Giugliano destinato alle balle. Gli inceneritori sono infatti industrie classificate nocive per la salute e l’ambiente (industrie insalubri di classe I in base all’articolo 216 del testo unico delle leggi sanitarie di cui al regio decreto n. 1265 del 1934 e successive modificazioni e integrazioni) che generano conseguenze gravi sulla salute degli abitanti nelle zone circostanti, ormai assodate dai numerosi studi scientifici condotti; alla luce del rapporto dell’agenzia internazionale dell’Organizzazzione mondiale della sanità per la ricerca sul cancro per l’inquinamentio dell’aria Iarc del 18 ottobre 2013 le polveri sottili vengono classificate nel group 1 (“the agent is carcinogenic to humans”) ovvero certamente cancerogene.
Anche il rapporto “Air quality in Europe” del 15 ottobre 2013, sull’inquinamento dell’aria in Europa, ha accertato che le PM 2,5 sono sopra i limiti suggeriti dall’OMS in una percentuale che va dal 91 al 96 per cento e l’Italia è risultata tra i Paesi più inquinati d’Europa; il Ministero dell’ambiente, vista la complessità del problema e la gravità della situazione in un territorio su cui gravano indiscutibilmente pesanti responsabilità della politica, considerato altresì il diretto coinvolgimento dello Stato centrale attraverso il commissariato di Governo che per oltre un decennio è stato responsabile della gestione dei rifiuti in Campania e dell’impiantistica, quale autorità preposta alla tutela della salute e dell’ambiente, ha ritenuto necessario istituire un tavolo tecnico scientifico tra ENEA, CNR, ISPRA, Ministero, Regione ed Arpac per stabilire quali alternative vi fossero allo smaltimento delle balle tramite incenerimento;
il M5S Campania ha depositato una proposta di piano alternativo di gestione delle balle denominata “distretto del riciclo”, consegnato sia alla Regione che al Ministero; nel silenzio degli enti preposti, come detto prima, appare la notizia de “Il Mattino” del 16 gennaio 2014 secondo cui, non il Ministero, non gli organi tecnici della Regione, né tantomeno i tecnici nominati dal Ministero per lo studio della questione smaltimento balle, ma bensì la A2A, dichiara che le balle possono essere bruciate ad Acerra, la stessa A2A, società interessata a bruciare quanti più rifiuti possibile per aumentare gli introiti e gli incentivi ricevuti a spese dei cittadini tramite la componente della bolletta elettrica che finanzia i cosiddetti incentivi alle assimilate Cip6.
 La procedura degli incentivi alle fonti rinnovabili “e assimilate” è tutta italiana e contraria alle normative europee per la quale l’Italia avrebbe già dovuto essere condannata; considerato dunque che è stato ampiamente accertato che quegli impianti nel 2000-2008 non producevano CDR a norma, tanto che si stavano studiando possibili soluzioni al problema; considerato che la normativa europea non permette di bruciare materiali di cui non si conosce l’esatta composizione e che non siano stati sottoposti a idoneo trattamento preventivo, si chiede di sapere: se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti descritti; come intenda intervenire, nell’ambito delle proprie competenze, sull’incenerimento delle balle di rifiuti disposto dalla Regione Campania sulla base del parere della A2A, società interessata direttamente allo smaltimento delle stesse; un atto gravissimo, contrario all’attività di studio del problema finora condotta ed a tutte le ipotesi avanzate per il trattamento specifico di tali balle, e che mette seriamente a repentaglio la salute dei cittadini campani, e in speciale modo di quelli residenti in prossimità dell’impianto, fino ad un raggio di 200 chilometri dall’inceneritore, tenuto conto che gli elementi normativi e giudiziari emersi negli anni dimostrano che quei materiali non sono a norma e dunque alcuna garanzia può derivare dai codici CER attribuiti come dichiarato dalla Regione Campania; in che modo voglia tenere conto, in sede di rinnovo dell’AIA (che AIA non è, come chiarito sopra) che per impianti di combustione con potenza termica superiore a 300 MW è di competenza statale: 1) della situazione di rischio per la salute e l’ambiente generata dalle emissioni nocive di impianti di termodistruzione di rifiuti in una zona già esposta ad inquinamento pregresso e dunque a rischio altissimo per la salute per la quale già da anni si è stabilito la necessità di bonifica, ma nulla o quasi è stato fatto e nella quale da 15 anni e più sono state derogate tutte le normative ordinarie.
Ciò anche alla luce delle dichiarazioni dell’OMS sull’altissimo livello di pericolosità dell’inquinamento dell’aria e della recente direttiva europea che impone agli Stati membri di ridurre le emissioni nell’aria di sostanze inquinanti; 2) delle gravi irregolarità riscontrate negli anni sulla mancata attuazione delle prescrizioni VIA del 2005, del collaudo parziale del 2010 ed ancora alla luce del permanere di queste irregolarità ancora a tutto il 2010 in occasione del sopralluogo della Provincia di Napoli del 28 luglio 2010, prot. 3559, ed in sede di richiesta di riesame dell’AIA da parte della commissione ecologia della Giunta regionale della Campania del 7 giugno 2011; 3) della normativa europea che regola gli impianti di incenerimento ed i limiti di emissione cui essi sono soggetti, che detta disposizioni precise in merito al contenuto dell’AIA di cui tali impianti devono essere muniti e che nella procedura per il suo rilascio prevede una serie di step fondamentali per valutare l’effettivo impatto dell’impianto; 4) del fatto che, essendo l’AIA (in deroga) per Acerra in prossima scadenza, il gestore Partenope ambiente SpA (gruppo FIBE) ha provveduto ad inoltrare richiesta di rinnovo ai sensi dell’art. 29-octies del decreto legislativo n. 152 del 2006; tale rinnovo deve seguire la procedura di cui all’art. 29-quater, compresa la convocazione di una conferenza di servizi con possibilità di osservazioni da parte degli interessati.
Ciò si rende ancor più necessario considerando che la precedente autorizzazione è stata concessa in deroga alla procedura ordinaria; quale sia stato l’esito dei lavori della commissione tecnico-scientifica per lo studio delle possibili alternative all’incenerimento delle balle stoccate e in che misura si sia tenuto conto della relazione del professor Carotenuto commissario straordinario per l’impianto di trattamento delle balle, che evidenziava la necessità di aprire le balle per recuperare materiali e successivamente optare per trattamenti più idonei alla luce dei dati esistenti, tra i quali ipotizzava la torcia al plasma; quali valutazioni siano state rese da tale commissione e dal Ministero nel merito della proposta di “distretto del riciclo” elaborata dal Movimento 5 Stelle che rappresenta la concreta possibilità di affrontare il problema delle balle senza tecnologie inquinanti e pericolose, creando elevate possibilità di lavoro a costi ridotti.

Napoli 03/02/2014                                                                                                                                                     

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