Il canone della Rai non si paga! Ma è solo l’ennesima bufala del Web

Negli ultimi giorni è circolata molto online e sui social network la notizia per cui una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo avrebbe portato all’abolizione del canone RAI. La storia è stata ripresa da diversi quotidiani online (e anche da qualche politico, come Laura Puppato, che poi si è corretta) ed è completamente inventata.

Gli articoli in questione contengono tutti ampi stralci di un pezzo pubblicato il 2 gennaio da un sito chiamato Giornale del Corriere (oppure Corriere del Mattino, come appare nel nome del dominio); che a sua volta cita come fonte un articolo di Libero, il cui link però rimanda a una pagina inesistente. Il Giornale del Corriere è una specie di quotidiano online che alterna la pubblicazione di articoli apparsi su altre testate online a notizie false e volutamente sensazionalistiche: in fondo a ogni pagina è riportata testualmente la frase «Giornale del Corriere è un sito satirico, e dunque alcuni gli articoli contenuti in esso sono da ritenere tali». In questo momento nella homepage del Giornale del Corriere è presente un articolo su Papa Francesco a cui è attribuito il virgolettato “da giovane ho fumato marijuana”.

La “bufala”, nel merito
Nei primi due paragrafi dell’articolo satirico viene spiegato che:

Il canone RAI non va pagato. A sancire, da ultimo, la non obbligatorietà della tanto vituperata imposta sull’abbonamento alla tv di stato, è questa volta la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo la quale, nella sentenza del 30 Dicembre 2013, ha affermato il principio, che non mancherà di far discutere, per cui il canone RAI è illegittimo in quanto non attiene alla “materia fiscale, nocciolo duro della supremazia del potere pubblico, essendo dominante il carattere pubblico tra il contribuente e il resto della comunità”.

L’Alta Corte si è pronunciata in questo modo, dichiarando inammissibile e manifestamente infondato il ricorso presentato dal Governo Italiano che ha imposto di pagare il canone Rai ad un cittadino, A.D, di Maglie (LE).

Il sito ufficiale della Corte dei Diritti dell’Uomo riporta che non sono state depositate sentenze fra il 17 dicembre 2013 e il 7 gennaio 2014. Né esiste una sentenza recente che riguardi la questione del canone RAI: l’ultima che interessi un caso italiano è stata depositata martedì 7 gennaio e riguarda il diritto di poter trasmettere il cognome della madre al figlio naturale, che secondo la Corte non è garantito dalle leggi italiane.

Il cosiddetto “canone RAI” è una tassa sul possesso di apparecchi «atti o adattabili alla ricezione di radioaudizioni televisive», si paga annualmente ed è in vigore dal 1938. Per capirci meglio: è una tassa sul possesso, e non sull’uso, di qualsiasi mezzo in grado di ricevere il segnale radiotelevisivo (ma non smartphone o computer, a meno che non abbiano un sintonizzatore: i criteri sono spiegati meglio qui). La notizia della sua abolizione non ha alcun fondamento, sebbene da anni circolino periodicamente richieste per abolirlo (nel 1995 fu anche approvato un referendum per avviare il processo di privatizzazione della RAI, mai attuato).

La Corte in passato si è occupata del canone RAI, ma per dire che va pagato: nel 2009 dichiarò “palesemente infondato” il ricorso presentato da un cittadino italiano contro le misure prese nei suoi confronti dalla Guardia di Finanza per il mancato pagamento del canone (coprire il televisore con un telo di nylon affinché non potesse utilizzarlo). L’uomo si rivolse alla Corte, spiegò il Sole 24 Ore, «sostenendo che la misura adottata dalle forze dell’ordine era una violazione del suo diritto a ricevere informazioni attraverso altri canali televisivi, ma anche del suo diritto al rispetto della vita privata e alla protezione della proprietà privata». La Corte decise che nonostante i modi utilizzati dalla Guardia di Finanza fossero ”un’ingerenza nei diritti del ricorrente”, lo Stato aveva perseguito “un obiettivo legittimo: persuadere gli individui a pagare una tassa”, relativa al solo possesso di un televisore.

Fonte. Il post

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