Fiat, addio all’Italia. Ma il Lingotto ha un grande debito con i contribuenti. Cosa chiede il Paese agli Agnelli

 
Ci sono momenti in cui la storia accelera. L’addio della Fiat all’Italia, 115 anni dopo la sua fondazione, è non solo il segno della globalizzazione dei mercati, la metamorfosi industriale di un gruppo che è entrato nella top ten dei costruttori mondiali. E’ un processo molto più complesso, che riguarda tutto il Paese e fa suonare più di un campanello di allarme.

Nella nuova geografia del Lingotto, non ci sarà posto per l’Italia se non per la residenza anagrafica dei suoi azionisti, gli Agnelli (quella di Marchionne è già stata trasferita da tempo). Il gruppo avrà un nuovo nome, Fiat Chrysler Automobiles (Fca), sposterà la sede legale in Olanda, pagherà le tasse a Londra e sarà quotato a Milano e New York. Fra Wall Street e Piazza Affari non c’è partita: è come far gareggiare una 500 con una Ferrari. Dietro queste scelte ci sono motivi di opportunità economica. Ma c’è anche una forte carica simbolica. Un’azienda internazionale deve misurarsi con realtà industriali molto diverse da quelle italiane, dove fare impresa è davvero molto difficile. Vincoli burocratici, tasse elevate, mercato del lavoro ingessato, infrastrutture inadeguate, costo dell’energia non competitivo. Insomma, il cahier de doléances è noto ed è stato declinato più volte dallo stesso Marchionne. Resta però il fatto che nella sua storia secolare il Lingotto ha bussato più volte alle tasche dei contribuenti per risolvere i suoi problemi, non solo finanziari. E a coloro che rinfacciavano il conto, il vecchio Agnelli, con una delle sue frasi cesellate di arguzia, usava ripetere: “Quel che va bene alla Fiat va bene all’Italia”. Un concetto che sarebbe costato al nostro paese oltre 7 miliardi di euro, fra incentivi, aiuti fiscali e ammortizzatori.

Nessun problema, anche le altre nazioni hanno fatto lo stesso, a cominciare dalla Francia e la Germania. Solo che, gli altri colossi, pur diventando player mondiali, non hanno mai pensato di abbandonare i rispettivi paesi. E, perfino nel caso della Chrysler, la quotazione a New York del gruppo dovrebbe essere una valida garanzia sulla permanenza della società negli Usa. E l’Italia? Quali carte potrà giocare da domani per chiedere al nuovo colosso anglo-olandese di investire nel nostro Paese? Nessuna, o quasi. La verità è che ancora una volta paghiamo l’assenza di una vera politica industriale da vent’anni a questa parte. Forse non è la Fiat che va via ma è l’Italia che ha lasciato andar via un grande gruppo industriale. Ma, proprio per questo, è importante oggi ricordare il debito che il Lingotto ha accumulato negli anni nei confronti degli italiani. Una cambiale d’onore, l’ultima che ci resta, per chiedere di tutelare l’occupazione e le fabbriche ex Fiat nel nostro Paese. Bisognerà vedere se Marchionne ed Elkann, nei prossimi mesi, vorranno rispettarla.
 

Antonio Troise


Fonte: l’Arena

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