Disoccupazione, crisi e il solito Palazzo: siamo un Paese che non sogna più

Siamo un paese strano, dove a volte si ha l’impressione di vivere in due universi paralleli e non comunicanti. C’è quello dove di discute di voto palese o segreto, di complessi regolamenti parlamentari, di sofisticate alchimie politiche per capire se, sull’orizzonte, si profilano e meno nuove elezioni anticipate. E c’è poi,  il paese dei numeri, quello dove centinaia di imprese, ogni giorno, chiudono i battenti a causa della crisi, dove quattro giovani su dieci non riescono a trovare un lavoro e la percentuale di chi ha addirittura smesso di cercarlo è ancora più alta. Due realtà inconciliabili dove si parlano lingue estremamente diverse e dove addirittura i temi del confronto sono radicalmente differenti. Un caso per tutti. Nel giorni scorsi l’Italia è uscita dal club degli otto paesi più ricchi al mondo, il cosiddetto G8. E, nei prossimi cinque anni, rischia di scivolare ancora più giù, uscendo addirittura dalla top ten e facendosi scavalcare dalle cosiddette nazioni emergenti. Di fronte ad una notizia come questa ci si sarebbe aspettata una levata di scudi da parte della Politica, uno scatto d’orgoglio, un’accelerazione. E, invece, niente. Tutto è stato messo da parte da altre “emergenze” e altri temi, tutti di Palazzo.

Eppure, il nostro ingresso nel G8 è stata la vera conquista dell’ultima generazione della Politica. Quella dei padri fondatori del nuovo Stato ricostruito sulle macerie della guerra e del fascismo, ma anche di una classe di imprenditori che hanno avuto non solo la capacità di uscire dalla crisi del dopoguerra ma di inseguire un sogno, un progetto, l’idea di un paese profondamente diverso da quello che si era appena lasciato alle spalle. Era la Politica che poneva le basi dell’industrializzazione, della trasformazione dell’Italia nella seconda industria manifatturiera europea. Un percorso che ha fatto crescere il benessere, ha distribuito ricchezza, ha costruito un’identità. L’esempio di Adriano Olivetti, che in questi giorni rivive sugli schermi televisivi, non era affatto isolato. L’elenco è lungo, dagli Agnelli a Guido Carli, da Mattei a Menichella. Ma, proprio per questo, diventa ancora più insopportabile, oggi, la sensazione di separatezza fra la politica e il paese reale. La gente, i cittadini, le imprese, si aspettano risposte concrete rispetto ai problemi che devono affrontare ogni giorno. E, invece, si ritrovano di fronte a una politica che o non affronta affatto i problemi reali o, se ci tenta, non riesce a risolverli: vedi il caso Alitalia. Senza politica industriale, senza una strategia di inverta la rotta dell’economia e, soprattutto, senza una classe dirigente che sappia sognare traiettorie di sviluppo e delineare un nuovo progetto-Paese, l’Italia rischia davvero di essere condannata ad un ineluttabile declino.
A. C.

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