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La cultura non paga, da sempre: nella Napoli del 1300 il giullare di Corte guadagnava più di Giotto

giotto

di AMEDEO FENIELLO

Quanto paga la cultura? Da che mondo è mondo, non molto. Farò un esempio, che riguarda Giotto, ossia non proprio l’ultimo tra gli artisti. Lavora a Napoli tra il 1328 e il 1333. E quanto guadagna? Mettendo le mani nelle tasche del pittore, frugando tra le poche carte rimaste, si scopre che re Roberto gli fornisce, il 26 aprile 1332, un vitalizio di 12 once d’oro l’anno, che fanno sessanta fiorini di Firenze. Come pensione, è’ tanto o è poco? Diciamo una via di mezzo. Qualche esempio, a paragone. Se pensiamo ad altri suoi colleghi, Montano d’Arezzo per dipingere due cappelle della reggia di Castelnuovo nel 1305 guadagna un’oncia in più di Giotto, ossia sessantacinque fiorini. Pietro Cavallini riceve, nel 1307, trenta once: bella cifra, più o meno omologa a quella degli architetti Jean de Toul e Pierre d’Agincourt. Venti ne riceve Bartolomeo dell’Aquila, nel 1326, per i dipinti della cappella della S. Eucarestia in S. Chiara.

Per un’altra categoria, come quella dei professionisti della zecca, – tipo il maestro dei conii o il custode del saggio dell’oro –  vengono ricompensati, nel 1312, con un salario annuo compreso tra le tredici e le diciotto once. I professori dello Studium, l’università, avevano differenti trattamenti, a partire da otto once – che era pure lo stipendio annuo del barbitonsor (Il barbiere…) di cortefino a venti, trenta, e in casi eccezionali sessanta once, corrispondenti, ricordiamolo, a trecento fiorini. Che non è poco. Fra i tanti insegnanti, San Tommaso, nel 1272, ne riceve, di once, dodici, vale a dire quante ne prende Giotto. La stessa cifra viene versata nel 1326 al cappellano del duca di Calabria. Il medico di corte Francesco da Piedimonte, chiamato da Bologna, ottiene la pensione annua di dieci once.

A corte, per ricopiare o alluminare un libro, re Roberto paga un oncia al mese (cioè dodici once), mentre per tradurre dei codici, fa versare ad Arles, all’ebreo Callo, una rendita di sei once, sebbene ci volessero sessanta once per l’intera preparazione e messa in opera del Corpus iuris civilis di Giustiniano. Per altri tipi di spese, nel 1313, si pagano due once sole per l’acquisto di milleseicento penne di pavone. Prezzo analogo versato ad un sarto che ha confezionato una veste per il re. Quasi due once, invece, vengono date a due lavandaie che lavorano in maniera costante per la corte.

Comunque, con dodici once d’oro a Napoli si poteva vivere bene. Era la cifra che, alla metà del Trecento, una piccola comunità cittadina di circa 50 fuochi (suppergiù duecentocinquanta persone) versava annualmente come tassa. Un cavallo costava otto-dieci once. Per un buon vigneto si pagavano intorno alle venti once. Con dodici si potevano comprare dodici barili di vino bianco greco o sei del miglior greco. Con una, quindici tomoli di frumento (equivalenti a trecento litri) o trenta d’orzo o di miglio. Con una e mezza, due libbre di seta. Con una multa da una a dieci once venivano puniti gli indovini e i maghi. Se foste stati interessati ai libri, con nove once potevate comprare trenta codici di discreta fattura. Mentre ne occorrevano quaranta (duecento fiorini….) per comprare una cappella funebre o commemorativa, compresa la decorazione.

Si può dire dunque che Giotto, con quella pensione, se la cavasse senza grossi problemi. Però, c’è un però. Perché tutti i salari – di Giotto, degli altri artisti, dei professori universitari ecc. ecc. -, li supera di slancio quello del giullare di corte, Balduchino, che allieta gli ultimi tempi di vita di re Roberto: percepisce infatti una pensione che va oltre ogni standard, di ben 36 once. Centottanta fiorini! Come dire: anche allora darsi all’entertainment conveniva di più. Certamente più che dedicarsi all’arte e alla cultura.

 

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