01182018Headline:

Blitz anticamorra, sequestrati a Roma i locali Pizza Ciro

 

Una vera e propria holding nel settore della ristorazione che, operando, per lo piu’ con il noto marchio ‘Pizza Ciro’, si e’ insediata stabilmente, con svariati locali, nelle zone di pregio del Centro storico della Capitale, in particolare, nelle prestigiose zone di Piazza Navona, del Pantheon e di Piazza di Spagna. A crearla, secondo quanto reso noto dagli inquirenti nell’ambito del maxi blitz contro il clan Contini di Napoli, sarebbero stati i fratelli napoletani Salvatore, Antonio e Luigi Righi. I tre fratelli si sono trasferiti a Roma a meta’ degli anni ’90. In totale a Roma sono 23 i locali, tra ristoranti-pizzerie e bar, sequestrati dai carabinieri. Ai tre e’ contestato il concorso esterno al clan camorristico Contini (ad Antonio, anche la stessa condotta con riferimento all’omologa famiglia criminale dei Mazzarella), nonche’ la direzione di un’autonoma associazione a delinquere finalizzata al reinvestimento di proventi criminali delle attivita’ di tale organizzazione in molteplici societa’ commerciali.
Snodo decisivo ai fini di una compiuta comprensione della storia criminale ed economica della famiglia Righi, fanno sapere gli inquirenti, e’ costituito dal sequestro di persona a scopo di estorsione commesso nel 1983 ai danni di Luigi Presta, noto gioielliere partenopeo le cui attivita’ ruotavano nella zona del Buvero, zona della citta’ di Napoli nota proprio per la presenza di gioiellerie e orefici, che all’epoca desto’ enorme scalpore. Tale vicenda e i suoi successivi sviluppi processuali costituiscono, infatti, per gli inquirenti lo spartiacque fra una dimensione micro-imprenditoriale dei Righi e la loro successiva ascesa in ambiti economici di notevole spessore, ascesa favorita da rapporti ed intrecci criminali nei quali la famiglia Righi era pienamente coinvolta, pur essendo soltanto titolare di una modesta pizzeria nel centro di Napoli. Il sequestro di persona si concluse con la liberazione dell’ostaggio nel mese di marzo 1983, con il pagamento di un riscatto di un miliardo e 700 milioni di lire.

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