01182018Headline:

Addio posto fisso, tre italiani su quattro non ci credono più

 

Gli italiani non credono più nel posto fisso. Ben tre lavoratori su quattro (il 74%), infatti, si sono ormai rassegnati all’idea che una carriera lineare portata avanti per tutta la vita lavorativa all’interno della stessa azienda o istituzione non esista più. La provvisorietà del posto di lavoro è avvertita maggiormente dalle donne (77% contro il 70% degli uomini) e dai lavoratori più maturi (76% dei dipendenti nella fascia 45-67 anni, contro il 72% degli occupati fra i 18 e i 44 anni) e spinge gli italiani a investire nella formazione continua per restare competitivi nel mercato del lavoro (91%), ad accettare una riduzione di stipendio pur di mantenere il posto (44%), o a prendere in considerazione l’idea di emigrare (59%) o di trasferirsi temporaneamente all’estero (60%) per trovare un impiego non disponibile in Italia. E’ un clima di generale accettazione dell’instabilità che caratterizza l’evoluzione del mercato del lavoro degli ultimi anni quello che emerge in Italia dall’ultima edizione del Randstad Workmonitor, l’indagine trimestrale sul mondo del lavoro di Randstad, secondo operatore mondiale nei servizi per le risorse umane, condotta in 33 Paesi del mondo su un campione di 400 lavoratori di età compresa fra 18 e 65 anni per ogni nazione. “Gli italiani hanno ormai preso consapevolezza della dinamicità del mercato del lavoro – dichiara Marco Ceresa, Amministratore Delegato di Randstad Italia –. Diverse sono le strategie messe in atto dai dipendenti per rispondere alle sfide della flessibilità: in modo trasversale, senza differenze generazionali o di genere gli italiani sono fra i primi nel cercare una risposta di tipo propositivo. Dalla ricerca emerge, infatti, che ci sono lavoratori più combattivi che sentono di aver bisogno di una formazione continua e cercano di migliorare costantemente la propria competitività (il 91%, contro l’86% della media globale) e altri (il 59%) che sono disposti ad uscire dalla loro zona di comfort ed emigrare per trovare un lavoro non disponibile in Italia. Un segnale culturale e sociale sicuramente importante che vede i nostri lavoratori adottare un approccio più reattivo che contrasta l’accettazione dell’instabilità del mercato, comunque, rilevata da un a parte del campione”.

I risultati – Nel dettaglio, secondo i risultati della ricerca, quasi tre quarti degli italiani (74%) hanno rinunciato definitivamente all’idea del posto fisso. Una percentuale in linea con la rilevazione globale (73%), da cui emerge che la sensazione di instabilità è molto più accentuata nell’Europa meridionale, mentre i lavoratori dei paesi del dell’Europa centro-settentrionale si sentono mediamente più garantiti. In particolare, i dipendenti di Portogallo (86%), Grecia (82%), Francia (80%) e Spagna (77%) sono più rassegnati degli italiani alla scomparsa del posto fisso, mentre gli occupati di Germania (71%), Svezia (67%), Danimarca (66%), Norvegia (62%) e Lussemburgo (53%) hanno molta più fiducia nella possibilità di lavorare a lungo nella stessa impresa. La generale percezione di instabilità evidenziata da questi risultati costringe i lavoratori a mettere a punto delle strategie per essere più competitivi nel mercato del lavoro. In particolare, il 91% degli italiani avverte la necessità di continuare ad aggiornare le proprie competenze per mantenere o migliorare la propria occupabilità, contro l’86% della media globale. In Europa, soltanto i portoghesi (95%) sono più preoccupati per l’inadeguatezza delle proprie competenze, mentre gli svedesi sono i più sicuri delle loro capacità (39%). La maggior parte degli italiani risponde positivamente alla sfida posta dall’aggiornamento professionale: il 91% dei lavoratori, infatti, è disposto a investire nella propria formazione continua per non restare senza lavoro, contro una media globale dell’89%. A volte seguire ulteriori corsi di formazione può non essere sufficiente per trovare un lavoro in linea con le proprie aspirazioni e può rendersi necessario cercare opportunità fuori dai confini nazionali. Quasi due italiani su tre (il 60%) sono disposti a trasferirsi temporaneamente all’estero o a emigrare definitivamente (59%) per trovare un impiego non disponibile in Italia, contro una media globale rispettivamente del 55% e del 51%. In Europa, soltanto la Spagna mostra una maggiore propensione a cercare fortuna all’estero (64% e 60%). Tuttavia, non tutti gli italiani rispondono in modo combattivo alle sfide poste dalla flessibilità lavorativa. Alcuni lavoratori preferiscono mettere in pratica strategie di ripiegamento, accettando accordi al ribasso pur di mantenere il posto di lavoro. L’85% dei lavoratori, ad esempio, accetterebbe un contratto a termine pur di non restare disoccupato, contro una media globale dell’80%, e ben il 44% sarebbe pronto a ridursi lo stipendio o ad accettare un demansionamento per non perdere l’impiego, contro una media globale pari al 42%. Dalla ricerca emerge anche una diffusa convinzione che in futuro l’offerta di alcuni lavori non potrà essere soddisfatta a causa della carenza di manodopera (lo pensa il 68% del campione italiano, contro il 69% della media globale). Per colmare il divario fra domanda e offerta di lavoro, gli italiani, al pari dei lavoratori di tutti gli altri paesi analizzati, ritengono che sia meglio incentivare la formazione e l’aggiornamento professionale dei disoccupati (92%, contro l’88% della media globale) piuttosto che impegnarsi per attirare lavoratori dall’estero (60%, contro una media globale pari al 59%).

Indici trimestrali Mobilità – Nel secondo trimestre 2017, rispetto al precedente, la mobilità dei lavoratori è calata di un punto a livello globale, passando da 110 a 109 punti. Un calo leggermente più accentuato se si considera il mercato italiano, che anche in questo trimestre si conferma più rigido della media, con un peggioramento di due punti che porta l’indice di mobilità da 101 a 99. Cambio di lavoro – Il 79% dei lavoratori italiani non ha cambiato né mansione né datore di lavoro negli ultimi sei mesi, l’11% dei dipendenti ha cambiato soltanto azienda, un altro 6% ha cambiato ruolo all’interno della stessa società, solo il 4% ha cambiato sia l’impresa che la posizione ricoperta. Ricerca di lavoro – Soltanto il 4% degli italiani sta attivamente cercando un altro lavoro, il 6% sta selezionando nuove opportunità, il 31% non si sta impegnando attivamente nella ricerca ma se capitasse un’occasione sarebbe aperto ad ogni possibilità, il 20% si sta guardando attorno ma senza particolari impegno e aspettative, mentre ben il 39% dichiara di non cercare lavoro.

Soddisfazione del lavoro – Pur occupando stabilmente la seconda metà della classifica, nel complesso gli italiani sono contenti della loro situazione occupazionale: il 64% è soddisfatto, il 27% non esprime un giudizio né positivo né negativo, mentre solo il 9% è insoddisfatto del proprio lavoro. Timore di perdere il lavoro – Nell’ultimo trimestre, gli italiani sembrano guardare alle opportunità del mercato del lavoro con una maggiore serenità rispetto ad altri momenti. Solo il 7% dei lavoratori, infatti, teme di perdere il posto (percentuale che sale al 14% tra i giovani fra i 18 e i 24 anni). Il 50% degli intervistati è fiducioso nella possibilità di trovare un’occupazione analoga (10% il divario fra uomini e donne, i più fiduciosi sono i lavoratori nella fascia 25-44 anni), mentre il 44% pensa sia possibile la sostituzione ma con un lavoro diverso (-3% rispetto a tre mesi fa).

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