Acquisti sbagliati nello store, Apple risarcisce gli utenti Usa con 32,5 milioni di euro

Apple ha concordato con la Federal Trade Commission (FTC), l’agenzia governativa degli Stati Uniti che tra le altre cose si occupa della tutela dei consumatori, il pagamento di 32,5 milioni di dollari, che saranno utilizzati per rimborsare i clienti che non avevano autorizzato acquisti all’interno delle applicazioni (“acquisti in-app”) da parte dei loro figli minorenni. La cifra concordata è poca cosa per una società come Apple, ma è comunque il primo accordo di questo tipo mai raggiunto da un venditore di applicazioni con un’istituzione governativa. Il tema degli acquisti in-app è dibattuto da tempo e negli Stati Uniti aveva già portato, come vedremo, a una class action sempre nei confronti di Apple.

Cos’è un acquisto in-app

Apple, Google, Microsoft e altre società gestiscono negozi online con cataloghi sterminati, accessibili sui loro rispettivi smartphone e tablet, attraverso i quali è possibile scaricare le applicazioni per estendere le funzionalità dei propri dispositivi. Le app sono distribuite gratuitamente oppure a pagamento tramite carta di credito (il numero della carta viene di solito memorizzato nell’account del cliente), alcune offrono una serie di funzioni di base e altre che possono essere acquistate all’interno della stessa applicazione. Un acquisto in-app avviene quindi dentro l’app e, per lo meno in passato, non era così chiaro che si stessero per spendere soldi aggiuntivi rispetto a quelli dell’acquisto iniziale. Molti videogiochi, per esempio, utilizzano al loro interno una propria valuta di gioco di fantasia, che può essere aumentata ottenendo particolari bonus giocando oppure tramite acquisiti in-app.

Password e bambini

Alcune delle app di gioco di maggiore successo dedicate ai bambini, come ad esempio “Il villaggio dei Puffi” per costruire e gestire il luogo dove vivono i Puffi, danno la possibilità di effettuare acquisti in-app per avere funzionalità aggiuntive e andare avanti più velocemente nel gioco. Per evitare che un bambino, o chiunque altro oltre al proprietario del tablet o dello smartphone, faccia acquisti non autorizzati, viene richiesta una password come avviene quando si compra una nuova applicazione. Il problema è che fino a qualche tempo fa, nel caso di Apple, il sistema consentiva di effettuare nuovi acquisti nei 15 minuti successivi al primo inserimento della password senza doverla inserire nuovamente. Questa soluzione permetteva di non dovere scrivere di continuo la parola in codice, ma al tempo stesso lasciava ai bambini la possibilità di effettuare nuovi acquisti in-app senza che i loro genitori se ne potessero rendere conto.

Class action

In seguito alle numerose proteste dei suoi clienti, molte delle quali inviate direttamente alla FTC che avviò alcune indagini, a marzo del 2011 Apple disattivò la finestra dei 15 minuti per fare acquisti senza dovere reinserire la password, limitando così sensibilmente il problema legato agli acquisiti in-app non autorizzati o non desiderati. In tribunale fu comunque costretta ad affrontare una class action e per evitare un contenzioso che si annunciava annoso, e dagli esiti poco certi, nell’estate del 2013 raggiunse un accordo con i promotori della causa.
Apple inviò una notifica a ciascuno dei 23 milioni di clienti statunitensi che avevano fatto acquisti in-app potenzialmente non autorizzati, ricevendo in risposta 37mila richieste per altrettanti rimborsi. Il numero di domande accolte non è stato reso noto, ma i criteri per ottenere il denaro indietro erano molto rigidi: a ogni cliente era stato richiesto di dimostrare che gli acquisti erano stati effettuati da un minore che non conosceva la password.

L’accordo con la FTC

Apple ha accolto le richieste della FTC e ha concordato il pagamento di 32,5 milioni di dollari per evitare altre lungaggini, anche se l’amministratore delegato Tim Cook ha contestato il metodo e ricordato che la chiusura della class action avrebbe dovuto mettere fine alla vicenda. Le procedure previste dalla FTC per avere un rimborso saranno meno rigide rispetto a quelle imposte da Apple in estate a vantaggio dei clienti. Se non saranno utilizzati tutti i 32,5 milioni di dollari per i rimborsi, la cifra eccedente sarà pagata alla FTC.

Altre piattaforme

Il problema degli acquisti in-app non autorizzati, soprattutto da parte dei bambini, riguarda con sfumature diverse i principali store, compreso quello di Google per gli smartphone e i tablet che utilizzano Android. Le società e gli stessi produttori delle applicazioni dopo numerose polemiche e proteste hanno adottato sistemi per evitare che un cliente si faccia prosciugare la carta di credito dal proprio figlio, almeno sul loro store. Le applicazioni devono mostrare messaggi al momento dell’installazione in cui viene chiarito che è prevista la possibilità di fare acquisti in-app, e molte applicazioni specificano anche se e per quanto tempo si possono comprare funzionalità aggiuntive dopo l’inserimento della password. Il gestore dello store può comunque imporre regole di base, come è per esempio avvenuto nel caso di Apple.

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