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I piemontesi furono “carnefici”: gli orrori della conquista del Sud

Domenico Bonvegna

[nextpage title=”Il genocidio” ]

Ormai esiste una discreta letteratura sulla conquista del Sud, nel 1860 da parte degli eserciti del Regno di Sardegna. Si potrebbe elencare diverse opere più o meno complete sull’argomento. Per quanto mi riguarda il primo testo che ho letto è quello di Carlo Alianello, “La Conquista del Sud”. Recentemente è stato ripubblicato in versione Pickwick, della Piemme, il libro di Pino Aprile, “Carnefici”. Qui il giornalista e scrittore pugliese, porta a compimento l’inchiesta iniziata con il suo precedente libro “Terroni”. Ha lavorato cinque anni Aprile per arrivare alla tesi che al Sud, gli eserciti piemontesi dei Savoia hanno compiuto un vero e proprio “genocidio”. Centinaia e migliaia di persone scomparse o costrette a subire la deportazione. Rastrellamenti, marce forzate, torture e fucilazioni dei cosiddetti “briganti”, uomini armati, che si sono ribellati al nuovo ordine imposto da Torino.

Aprile ha ricostruito pazientemente con un’incalzante e drammatica ricerca, una mappa di un immenso “Arcipelago gulag”, fatto di una serie di numeri, di dati, di confronti e incroci sulla popolazione meridionale. Praticamente ha pubblicato fonti e documenti, ritrovati nei vari libri consultati, ma anche in archivi, che per troppo tempo sono stati occultati dalla storiografia ufficiale. Il giornalista pugliese oltre a fare riferimento ai tanti storici locali, si appoggia ai vari De Sivo, Molfese, Pedio, Alianello, Di Fiore.“Sono ormai decine gli specialisti e i volontari che sventrano archivi ignorati in Italia e all’estero, per trarne e divulgare decine di migliaia (avete letto bene: decine di migliaia) di schede, verbali, rapporti, documenti, promemoria che quasi nessuno ha cercato in un secolo e mezzo. E’ la somma di quelle carte che conduce alla parola genocidio.

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[nextpage title=”La polemica” ]

Chiaramente Aprile, è stato contestato dai vari pasdaram risorgimentisti, mettendo in discussione i suoi dati numerici, hanno cercato di ridicolizzarlo, bollandolo come superficiale e dilettante. Lui stesso è consapevole di non aver raggiunto la scientificità delle sue tesi e lo scrive più volte nel suo testo. E infatti, rinvia ad altri possibili studi demografici al fine di comprendere meglio la portata del massacro di quel periodo, delle popolazioni meridionali. Tuttavia credo che Aprile, nonostante non sia stato in grado di produrre dati numerici esatti sui morti, sia riuscito a far passare la tesi che al Sud i cosiddetti “liberatori” piemontesi hanno compiuto un genocidio. Peraltro Aprile non teme di esagerare utilizzando nel suo libro termini abbastanza forti per descrivere l’aggressione piemontese, come deportazione, spopolamento, occupazione militare, invasione, colonizzazione, pulizia etnica, domicilio coatto. Termini a cui ci aveva abituato il secolo scorso, il terribile Novecento, il secolo delle “idee assassine”.

Tuttavia i meriti di Aprile, potrebbero essere anche altri, come ad esempio quello di rendere più giornalistico il tema della cosiddetta conquista e unificazione del nuovo Regno d’Italia. Carnefici, rappresenta una buona summa dei dieci anni di guerra che si sono svolti nelle province meridionali, oltre che essere un buon manuale per il meridionalismo più o meno nostalgico del borbonismo, anche se non monarchico. Però non è condivisibile quell’astio, quel furore sotteso di Aprile nei confronti della Lega. E’ strano che uno come lui abituato ad andare controcorrente, non riesca a comprendere che la Lega, soprattutto quella recente di Salvini (nonostante le sue confusioni) potrebbe essere una alleata del Sud, contro il centralismo statalista romano che danneggia tutti gli italiani. I nemici del Meridione bisogna andarli a cercare altrove caro Aprile.

Il testo di Aprile consiste di quattordici capitoli in 464 pagine molto dense di nomi, di fatti e avvenimenti coinvolgenti.“E’ duro il viaggio che vi propongo di rifare in queste pagine; – scrive Aprile – ho cercato di renderlo agevole, perchè ci muoveremo in un’Italia molto diversa da quella che ci è stata raccontata”. L’autore ci avverte che volutamente ricorre alle ripetizioni in forme diverse, proprio per cercare di farsi capire da tutti, per non escludere nessuno. Tutti devono sapere e rendersi conto di quello che hanno fatto al Sud. Infatti il testo è facile, comprensibile, sostanzialmente una specie di bignami divulgativo.

Cominciamo dal costo umano sofferto dai meridionali a causa della guerra di aggressione scatenata dai savoiardi. Lo storico Christopher Duggan, in “La forza del destino. Storia d’Italia dal 1796 a oggi”, pur mancando di dati recenti, ritiene che i morti sono oltre 150.000. Mentre per la Civiltà Cattolica, la rivista dei Gesuiti di allora, sono addirittura oltre un milione. Mentre Aprile si ferma al numero forse più ragionevole di 110 mila,120.000.

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[nextpage title=”Erano essere umani, questo divenne il loro delitto” ]

Erano essere umani; stavano a casa loro. E questo divenne il loro delitto”.

Oltre ai cosiddetti “briganti” che presero le armi, furono condannate le mogli, “come manutengole con complicità di primo grado. Fanciulle di 12 anni, figlie di briganti, avevano subito condanne di 10 o 15 anni”, scrive Franco Molfese, che ritrovò nella biblioteca della camera dei deputati, resti della relazione Massari sull’opposizione armata al Sud, spacciata per criminalità.

Intanto con il procedere delle ricerche, “si è scoperto che il numero dei deportati civili al Nord fu incredibilmente maggiore di quanto si sapeva, e ancora si trovano insospettati archivi da cui emergono, a migliaia, le tracce di vite distrutte”. Peraltro da questi conti è esclusa la Sicilia, perchè era scandaloso ammettere che l’isola, la culla della rivoluzione, si ribellasse al regno sabaudo. Ancora oggi si ripete che in Sicilia è esistita solo una banda di briganti, invece non è così. Basta solo la rivolta del “Sette e mezzo” a Palermo nel 1866, ma non solo, tutte le altre città della Sicilia si sono ribellate al dispotismo piemontese.

E’ incredibile,“non c’è mai stata nelle nostre università, una vera ricerca per sapere quanti furono i meridionali uccisi o fatti morire nella guerra condotta dall’esercito sabaudo contro la popolazione civile (quella con l’esercito borbonico, manco dichiarata, nonostante l’invasione di un Paese ufficialmente amico, finì in pochi mesi; l’altra, contro i cittadini disarmati, e formazioni sparse di ribelli, durò almeno dieci anni)”.

Da più di un secolo e mezzo, scrive Aprile, “gira un balletto di cifre più o meno attendibili sui ‘fucilati’ (bastava poco: un sospetto, una calunnia, le mire di un vicino sui tuoi beni, persino su tua moglie o tua figlia); o sui ‘briganti’, abbattuti come tali anche se militari che, con la divisa e le proprie armi, affrontavano da guerriglieri un invasore; o perchè contadini derubati delle terre demaniali[…]”.

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[nextpage title=”Le deportazioni dei meridionali” ]

Poco si è scritto sulle deportazioni subite dai meridionali. Un garibaldino, un certo Ferrario, passato nell’esercito sabaudo come bersagliere, tornò in Calabria e scrisse un diario sui fatti che risalgono al 1868-69. Lo ha trovato a Novara nel 2015, il professore De Simone, autore di “Atterrite queste popolazioni”. Il diario si riferisce a Rossano, alle carceri grandissime, dove richiudevano i manutengoli ed i conniventi dei briganti. Queste persone, vecchi e lattanti costrette a spostarsi per 40-50 chilometri, bastonati, senza fermarsi neanche per i bisogni, “venivano sferzati dai carabinieri e dai soldati di scorta”. Qui il diario dell’ex garibaldino è molto preciso, e ci fornisce molti dettagli sulle torture subite da questi poveri cristi. Infatti i carcerieri piemontesi per estorcere informazioni sui briganti, torturavano a più non posso, comportandosi come dei veri e propri carnefici. Queste deportazioni assomigliavano molto a quelle patite all’inizio del novecento dagli Armeni.

Alla fine del primo capitolo brevemente Aprile racconta i vari passaggi della disgregazione dell’antico Regno di Francesco II.

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[nextpage title=”Il complotto anglo-piemontese” ]

Il complotto anglo-piemontese.“Che non ci fosse ‘un piano coordinato’ per distruggere il Regno delle Due Sicilie ormai solo i disonesti possono sostenerlo”. E’ notorio che la Gran Bretagna, come hanno scritto in tanti, ha complottato per abbattere il Regno Duosiciliano. Sul quale poi si è innestato il piano dei Savoia, “con la lunga opera di corruzione di ministri e alti ufficiali dell’esercito e della Marina napoletani; le trame di Cavour con la Francia; gli accordi con la malavita siciliana, la rete massoniche e liberale allertata per l’insurrezione e l’appoggio ai garibaldini e all’esercito piemontese; le collette dei massoni stranieri per amare la spedizione di don Peppino, rimpolpata da migliaia di ‘disertori’ sabaudi e mercenari di mezzo mondo, e assistiti dalla flotta britannica […]”.

L’economia napoletana venne demolita. Chiuse le grandi fabbriche, rubate e spostate al Nord i vari macchinari, stessa cosa per l’oro delle banche, requisiti i beni ecclesiastici che erano parte rilevante del sistema economico. A questo proposito, purtroppo, Aprile non cita gli interessanti studi di Angela Pellicciari sulla guerra del Risorgimento alla Chiesa Cattolica.

Epurazione nelle scuole. Per quanto riguarda la cultura Aprile ricorda l’epurazione del ministro della Pubblica Istruzione Francesco De Sanctis, nelle scuole e nelle università, “per immettervi docenti il cui unico o maggior pregio era la fedeltà ai Savoia (che molti scoprirono all’istante. E più di sessant’anni dopo, quando Mussolini obbligò i docenti universitari a giurare fedeltà al Fascismo, solo una quindicina su 1.200 rifiutarono)”. Inoltre i piemontesi chiusero tutti gli istituti superiori di Napoli, un migliaio di scuole in tutto il Regno, soprattutto quelle private. Vennero chiuse una trentina di giornali, ecco perché non si è potuto raccontare la vera storia dell’aggressione e conquista militare del Regno da parte dei piemontesi. Chi lo ha fatto doveva usare pseudonimi o pubblicare all’estero.

Dichiararsi cittadino del proprio Paese invaso divenne reato punibile con la morte, la deportazione, il carcere, la perdita dei beni[…]”. Furono rimossi quasi tutti i vescovi, alcuni esiliati, svuotati e chiusi i conventi, soppressi gli ordini religiosi (meno quelli dei mendicanti che non avevano nulla da farsi rubare), sorvegliate le prediche in chiesa e messi sotto vigilanza i fedeli che frequentavano parrocchie di sacerdoti non filo-piemontesi; avanzata perfino la pretesa di controllare le confessioni.

Praticamente per chi non accettò il nuovo corso o divenne sospetto di non accettarlo o persino di tiepida adesione, la sua vita smise di essere un diritto.

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[nextpage title=”Il Piemonte violò ogni accordo” ]

Inoltre il Piemonte come Stato violò ogni accordo, legge, trattato e persino ogni limite di decenza e umanità, in nome di un progetto politico-economico. Torino aveva fortemente bisogno di denaro, il Regno di Sardegna stava fallendo, non avevano più soldi per pagare i dipendenti pubblici e i soldati. Così ne approfittò di inglobare il Regno del povero francischiello.

Sostanzialmente scrive Aprile:“il Piemonte impose se stesso, le sue armi, la sua libertà chiudendo giornali, riempendo le carceri, deportando e fucilando, impose le sue tasse, le sue leggi e persino i suoi impiegati e le sue balie negli orfanotrofi di Napoli, poi disse che gliel’avevano chiesto gli italiani. E quelli che cercarono di smentire o opporsi fecero una brutta fine”.

Pertanto, insiste Aprile:“la dimensione del massacro nascosto sotto il mito del Risorgimento è stata sempre contestata (su come si scrive la storia del nostro Paese, basti dire che l’Istituto cui fu affidato tale incarico, nel Regno di Sardegna che poi divenne d’Italia, aveva il compito di impedire la consultazione dei documenti che potessero offuscare la dinastia sabauda; le carte scomode potevano essere distrutte, e l’elaborazione dei documenti avuti in consultazione era sottoposta a doppia censura durante e dopo la stesura dei testi in cui erano citati)”. Bisogna aspettare il 2014, per intravedere qualcosa sull’enormità del prezzo pagato dal Sud, in vite umane. Un rapporto dello Svimez condotto dal dottor Delio Miotti, svela che nel 1867, la popolazione meridionale diminuì, invece di crescere. Succederà solo altre due volte, in un secolo e mezzo.

Per il momento mi fermo, penso di ritornare sul tema.

 

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Domenico Bonvegna

domenico_bonvegna@libero.it

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